sabato, 09 maggio 2009

A.: "Ma oggi fai sei ore?"
B.: "Eeeeh... (affranta) purtroppo sì. Guarda, non so come farò a resistere fino alle due*."
(*) (B. lavora ogni giorno dalle 8 alle 12)
A.: "Sarai angosciatissima, ti capisco. Ma l'hai lasciata con tua madre?"
B.: "Eh, sì. Speriamo che mangi tutta la pappa."
(B. mi guarda. Si sente in dovere di aggiungere:)
B.: "Guarda, che angoscia. Non sai quanto vorrei essere a casa."
io: "Hai la bimba che non sta bene?"
B.: "Nooo, sta bene, sta benissimo. Ma oggi purtroppo devo recuperare due ore di permesso."
io: "Beh. Non so. Guarda il lato positivo. Io credo che impazzirei a stare a casa tutto il giorno con un bambino piccolo."
B.: "Eh, dici così perché non sei mamma. Poi capirai."
io: "O, forse, ho già capito e per questo non sono mamma."

<silenzio>

B. si attacca al telefono AZIENDALE. Si informa dello stato di avanzamento della pappa che le viene riferito con dovizia di particolari (un cucchiaio sì, uno no, poco formaggio, tutta la mela). Esprime dolore per la sua forzata assenza. Si fa passare la bambina.

B.: "Amoreeeeeeeeeeee... la mamma torna prestoooo..."

B. chiude la telefonata visibilmente provata. Muti sguardi di dissenso verso di me.

Note to self #2.
Mai discutere con una mamma, in un ufficio in cui sei l'unica non mamma a parte il collega gay che è pure in ferie.
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sabato, 02 maggio 2009

R.: "Ho comprato la mascherina".
L.: "Per la febbre suina? Hai fatto bene!"
R.: "Eh sì, facendo scalo a New York..."
io: "Non febbre suina, nuova influenza, come dicono."
L.: "Ah, adesso si chiama così?"
io: "Stanno cercando di evitare che gli stessi imbecilli che hanno mandato in rovina gli allevatori di pollame ai tempi dell'aviaria facciano fallire anche gli allevatori di suini."

Note to self #1.
Smettere di parlare in ufficio assumendo che le persone siano anche solo mediamente intelligenti.
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sabato, 07 marzo 2009

Quando si dice la carità cristiana.
Che schifo.
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sabato, 28 febbraio 2009

Cose imparate questa settimana.
Che si è tutti amici in tempo di pace, ma in previsione dei tempi di guerra è meglio, molto meglio, che le cose siano scritte nero su bianco.
Che alcune persone rifuggono appositamente il nero su bianco perché così, nei tempi di guerra, è molto più facile dare la colpa agli altri.
Che esistono posti in cui si fa finta di credere che 15 persone siano state in grado di fraintendere, ensemble, la stessa procedura.
Che l'umana bassezza non ha limiti quando si tratta di pararsi il fondoschiena.
Che non sarò mai responsabile di nulla, io, perché ho questa bizzarra abitudine di assumermi la responsabilità dei miei errori almeno dai tempi delle elementari.
Che, nonostante tutto, sono più contenta così.
Che un tramonto può rendere bella perfino la Roma-Fiumicino.
Che bisognerebbe lavorare in proprio, e da soli, per lavorare bene.
Che non tutto il male viene per nuocere.
Che alcune persone sono rimaste cristallizzate in un passato che io nemmeno ricordo più, come insetti nell'ambra.
Che il mio orizzonte è lontano, e respiro.
Che sono più povera ma più ricca.
Che sono contenta, comunque vada, di essere dove sono, finché ci sono.
Anche sulla Roma-Fiumicino.
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sabato, 14 febbraio 2009




(eravamo 16)
(siamo rimasti in 2)
(sì, sono una delle 2 "risorse" prorogate fino a maggio)
(e qualcosa mi dice che non sarò invitata alla serata in pizzeria organizzata dai non rinnovati)
(sono particolarmente tristi, le guerre tra poveri)













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lunedì, 09 febbraio 2009

(ci sono eh?)
(ci sono)
(è successo che ho lasciato il lavoro)
(per un nuovo lavoro)
(decente)
(bello, addirittura)
(ma non preoccupatevi: scado giovedì)
(prima ancora del precario del manifesto del PD)
(duro meno di uno yogurt)
(ci si rilegge presto)
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domenica, 04 gennaio 2009

Il posto in cui lavoro è squallido dentro e fuori.
[dentro: soprassiedo].
[fuori:] vi prego di immaginare il mirabile connubio che nasce dalla vista sul raccordo, dal belvedere affacciato sull'antennone della Cecchignola, dal lastrone di asfalto adibito a parcheggio tra i vari uffici della zona e un deprimente supermercato dei poveri (poveri che non sanno di esserlo, o non si rassegnano ad esserlo, il che lo rende ancora più triste), parcheggio frequentato assiduamente da tossicodipendenti e alcolizzati di ogni età.
A tutto questo, da qualche mese, si è aggiunto con enorme disappunto dei miei colleghi di lavoro un campo nomadi. Un paio di roulotte che si sono piazzate su uno scampolo di terreno libero a metà strada tra il traffico congestionato della Laurentina e il parcheggio di cui sopra. E' chiaro che l'accampamento perennemente invaso dal fumo e assediato dalla sporcizia non aggiunge charme al luogo ma, mi pare evidente, non è che in assenza del campo nomadi il posto sarebbe tanto diverso. Che non fosse il caso di parlarne con i colleghi di lavoro, a meno di non voler radere al suolo da subito qualsiasi parvenza di socialità, l'ho capito immediatamente - un giorno che passando davanti al triste spettacolo di bambini che si scaldavano bruciando un copertone ho detto che era una vergogna far vivere delle persone in quelle condizioni, e mi sono sentita rispondere che sì, era una vergogna che il sindaco permettesse a quelle persone di degradare in quel modo quella zona (?). In una seconda occasione di proficuo scambio culturale con un collega, è successo che alla vista di uno dei bambini del campo che camminava per il parcheggio seguendo i clienti del supermercato chiedendo una moneta detto collega abbia proferito: "brutto delinquente! se ti avessi nella mia cantina!". Si è poi dilungato a spiegare che a casa sua tempo addietro si era verificato un furto, e che sicuramente erano stati zingari, perché avevano rintracciato l'impronta di un piede molto piccolo. Per quanto possa immaginare cosa si provi a sapere che un estraneo si è introdotto nella propria casa, tra le proprie cose, penso che l'idea anche solo vagheggiata di seviziare un bambino nella propria cantina ridefinisca piuttosto chiaramente il concetto di delinquente, in questa storia.
Dopo questi due episodi, ho evitato di intervenire in qualsiasi discussione riguardo al campo nomadi, anche per non sentirmi ripetere la stessa, disarmante, obiezione: tu non capisci perché sei di Bologna. Come se a Bologna i nomadi non ci fossero, o come se a Bologna si mangiasse la tolleranza stemperata nel brodo dei tortellini.
Fatto sta che da qualche tempo al lavoro circolando email in cui si lamentano diversi atti di vandalismo nei confronti delle auto parcheggiate all'esterno: vetri rotti, pneumatici tagliati. La colpa è sempre molto esplicitamente attribuita al campo nomadi. Il che può essere, ma anche no, visto che a detta di chi lavora in zona da più tempo questi fatti si verificavano anche prima che si installasse il campo e vista la quantità di tossicodipendenti, alcolizzati o semplici idioti annoiati che circolano giorno e notte nel parcheggio. Ma si sa, essendo questi italiani e tendenzialmente stanziali, è molto più comodo pensare che ad agire siano i nomadi, senza fare alcuna differenza tra il vetro sfondato al fine di rubare una borsa con la spesa e il pneumatico tagliato per puro vandalismo. Voglio dire, almeno la questione del movente andrebbe considerata. Il tenente Colombo, almeno, lo avrete visto, no?
Per quello che ne so, se mi ritrovassi con un danno da qualche centinaio di euro all'auto, sarei arrabbiata a prescindere dall'autore del danno. Ma evidentemente per molti è inaccettabile non tanto il fatto di dover frequentare un luogo pericoloso, degradato e sporco, quanto piuttosto il fatto che in questo luogo pericoloso, degradato e sporco si siano installate due roulotte. L'azienda ha risposto alla crescente indignazione dei dipendenti stabilendo che le ragazze (e solo le ragazze: che se non sei una pulzella indifesa, ma un baldo giovane, sono fatti tuoi difenderti dall'essere aggredito) devono essere accompagnate fino all'auto dalla vigilanza quando il turno termina dopo le 20. Non che sia mai stato aggredito nessuno nel parcheggio: ma si sa, c'è il campo nomadi.
Personalmente, a me è successo solo, in pieno giorno, di essere seguita fino al cancello da un uomo bianco, biondo, grasso, vestito Adidas e ubriaco. Ma siccome non era notte e il tizio non era un nomade, non fa mica testo. Altrimenti come fai a mantenere un pregiudizio.
Non è che ci sia una conclusione a quanto sto scrivendo.
Non c'è affatto.
Vi dico solo come è cominciata l'idea di scrivere questo post.
Qualche giorno fa, da uno dei finestroni dell'azienda, affacciata sul tetro spettacolo del parcheggio con l'antennone sullo sfondo, guardavo la gente fiondarsi a frotte verso il deprimente supermercato, e uscirne con carrelli carichi di spesa. Poco più lontano, tre bambini del campo giocavano con una vecchia bici. Uno in sella alla bicicletta pedalava veloce, alto sui pedali. Gli altri due lo rincorrevano ridendo, in mezzo alle macchine parcheggiate e ai carrelli. Filavano veloci, veloci.
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domenica, 28 dicembre 2008

I compiti al tempo di internet e degli sms.
Mi arriva un sms dalla Mati, che ha 10 anni.
"Ciao! Devo fare un compito, quanti tipi di baccalà esistono?"
Il caso vuole che io mi trovi davanti al pc.
Rispondo: "Oddio ma che domanda è? Che compiti fate? Povera me!"
Nel dubbio, cerco "baccalà" su wikipedia.
Risulta che il baccalà è il merluzzo atlantico conservato sotto sale, mentre lo stoccafisso è il merluzzo atlantico conservato per essiccazione.
Vorrà sapere questo, la Mati?
Ma che razza di compito è?
Stanno studiando l'Islanda?
Faccio per rispondere quando arriva un secondo sms.
"Ho trovato! Baccalà baccaqua baccasu e baccagiù. Volendo c'è anche il baccalì e il baccaqui"
Per fortuna anche al tempo di internet e degli sms i bambini sono sempre gli stessi.
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mercoledì, 10 dicembre 2008

Il libro non l'ho letto, il film era bruttarello, ma la serie, oh, la serie spacca.
Guardatela. Vale mezzo abbonamento a Sky (con l'iva).

Nota a margine: l'altra metà dell'abbonamento li vale, da solo, Vinicio.
A-oh.

Nota a margine della nota a margine: qualche settimana fa, a cena a casa di un amico, in mezzo a un paio di dozzine di persone sconosciute, si parlava della serie di cui era appena andato in onda il primo episodio.
L'avete vista, non l'avete vista.
Io, piattola, comincio a disquisire di quanto è bella e ben fatta.
Uno chiede: ma gli attori chi sono?
Io: guarda, sono tutti poco sconosciuti, ora i nomi mi sfuggono, ricordo però che il Freddo è Vinicio Marchioni.
Dice: ah, Vinicio? scherzi, è amico mio
Dico: veramente?
Dice: sì, scherzi, prima faceva teatro, è molto bravo, oh, glielo dirò! ma senti, com'è che l'hai notato?
Dico: eeeh ... perché è molto ehm... intenso.

(Naturalmente, insisto quotidianamente con F. perché il tizio ce lo presenti, Vinicio)
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sabato, 22 novembre 2008

Con buona pace della minuta stregaMartìna che alzò le spalle e sorrise con sufficienza e mi liquidò con sussiego dall'alto della sua posizione di esperta e acculturata capo ufficio stampa, pare proprio che non avessi torto.
E questa è una gran soddisfazione.
Dall'alto del mio metroesettanta che mi permise, grazie a tacchi di modesta misura, di sovrastarla per un buon mezzo metro di altezza, idealmente, stregaMartìna, ti rivolgo un pensiero e una pernacchia.
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categoria : sisterhood