In questi tempi disgraziati e f l e s s i b i l i , capita anche questa.
Capita che lasci il lavoro perché sfinita da un anno e mezzo di un contratto a progetto (quindi: niente ferie, niente malattia, niente straordinario, contributi risibili) rinnovato di tre mesi in tre mesi, in un posto che più scomodo e lontano non si potrebbe, dove si lavora dodici ore al giorno (a scelta, saltando tout court la pausa pranzo o trangugiando un panino davanti al computer) per uno stipendio di novecento euro mensili. Capita che lasci tutto, disgustata da un anno e mezzo di bugie dei titolari che a parole ti dipingono come una colonna portante dell’azienda ma che poi, nel momento in cui la detta colonna chiede un po’ di sicurezza, un po’ di stabilità, e il riconoscimento anche economico del lavoro svolto, tirano indietro la manina, “perché sa, il mercato”.
Capita che lasci tutto e ti rimetti alla ricerca di un lavoro dignitoso, attraversando il solito girone infernale delle agenzie interinali, dei colloqui per le posizioni più improbabili, delle centinaia di curricula inviati per posta, via web, o tramite piccione viaggiatore.
Capita che fai diversi colloqui, e capita che molti di essi si concludano con il più classico dei “le faremo sapere”.
Capita che magari a un primo colloquio ne segua un secondo e poi un terzo e che al quarto incontro (!) si formuli una offerta concreta: nove mesi di contratto da dipendente. Nove mesi, un’eternità. Alé.
Capita però che, inspiegabilmente, qualche giorno dopo, i nove mesi da dipendente diventino nove mesi a progetto. Raggeli, ma del resto lo sai: il mercato.
Passa qualche altro giorno, e capita anche che i nove mesi a progetto si trasformino in sei mesi da interinale. Accidenti al mercato.
Capita, infine, che i sei mesi da interinale si trasformino in un solo mese, con un orario provvisoriamente part time.
Beninteso, con tante promesse, perché l’azienda sta investendo su di te, e già intravede la nervatura della futura colonna portante dell’ufficio.
Ed è così che cominci, umilmente, questo nuovo lavoro che ovviamente non ha nulla a che vedere con la tua laurea, ma fai il tentativo, anche perché il patto con il titolare è che questo mese che vi siete dati (che ti ha dato, ma non sottilizziamo) serva come reciproca prova.
Bene, il bilancio dopo quattro mattinate spaventose è presto fatto: il lavoro è una noia mortale, i colleghi sono storditi e ottusi, il titolare chiaramente sopravvaluta sia le proprie capacità che quelle dell’aziend(ucol)a. Sto mettendo a fuoco queste cose, per quanto antipatiche terribilmente vere, quando arriva una telefonata insperata. Un colloquio fatto più di un mese fa, ormai sepolto dalla polvere. Mi offrono un contratto da dipendente per due anni, a tempo pieno.
Sono presa in totale contropiede, sono imbarazzata, sono confusa. Ma capisco che sarebbe idiota rifiutare. Chiedo solo una mezza giornata di tempo per poterne parlare civilmente con il mio attuale datore di lavoro.
E a quel punto, capita.
Capita che, non appena spiego all’incravattato signore l’accaduto, spiegandogli che si tratta di un’offerta che davvero (per decenza e per responsabilità) non posso rifiutare, questi si infiammi e cominci a mitragliare insulti.
Perché noi giovani siamo (sic!) arroganti, viziati, scorretti e incapaci di accettare sfide.
Perché quando era giovane lui chiedeva la macchina in prestito a suo padre, e la spegneva in discesa per risparmiare benzina, ed è così, con il sudore della fronte, che lui, figlio di operai, è diventato un imprenditore.
Perché poi alla fine non ci crede nemmeno, che io abbia ricevuto questa offerta, e che comunque se mi è stata proposta dopo tanto tempo dal colloquio è solo perché evidentemente tutti gli altri hanno rifiutato, e sono stati costretti a ripiegare su di me (!!).
Perché nella fattispecie io sono anche un’ingrata, visto che l’azienda stava investendo su di me, per farmi crescere professionalmente (piccola, farò di te una star), e esisteva un progetto preciso incentrato sulla mia figura, un progetto solido e importante, perché nella sua azienda il precariato non esiste.
Mi insinuo nel monologo sempre più delirante per ricordargli, casomai gli sfuggisse, che il mio contratto era stato stipulato per un solo mese.
Ribatte infuriato che il nostro tacito (!) impegno reciproco prevedeva ben altro.
Resto per due ore nell’ufficio dell’incravattato signore cercando di spiegare le mie ragioni, omettendo di esporre le mie perplessità sulla validità dell’azienda e sul lavoro da svolgere, perché trovo non sia utile né opportuno né educato, visto che mi sto congedando. Spiego solo che devo tutelare i miei interessi (come chiunque), e che sarebbe da irresponsabili lasciarsi sfuggire un’occasione di stabilità con i tempi che corrono, e che ho il diritto (come chiunque) di accettare un’offerta migliore.
L’incravattato signore a quel punto sibila velenosamente che si è sbagliato sul mio conto, e che non sono certo una gran persona.
Allibita, mi alzo e lo saluto.
Capisco che non avevo capito: in questi tempi disgraziati, flessibili possono essere solo loro.