domenica, 25 giugno 2006

Mi capita spesso in questi pomeriggi di inizio estate quando tutto è immobile fuori e dentro casa (gli alberi immobili, il cielo azzurro pallidissimo, ogni stanza silenziosa perché tutta la famiglia è in vacanza, compreso il gatto, il caldo tenace e immobile anch'esso) - mi capita di farmi attraversare da mille pensieri su mille e più cose che varrebbe la pena fare, in questo spazio e tempo libero della famigerata domenica. Prendere un treno qualunque, per una città qualunque, attraversare strade piazze incrociare persone chiese palazzi - o inforcare la bici e pedalare forsennatamente attraverso i campi della Bassa, con le colline a orlare l'orizzonte, prima che il grano venga mietuto e i campi di nuovo arati. Ma è tutto immobile e stagnante, e l'immobilità ti si attacca addosso assieme ai vestiti.
Per di più, sto attendendo la centrifuga. Ahimè.
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sabato, 24 giugno 2006

Pensavo, in questi giorni in cui ho percorso strade meno mie, che è bello lasciare scorrere Bologna fuori dai finestrini dell'autobus, e perdere gli occhi nei gialli e nei rossi dei portici che sfilano indistinti lungo via Saragozza, e a tratti entrare con lo sguardo nei cortili e nei giardini che si aprono a sorpresa dietro pesanti portoni, e indovinarne altri dietro a portoni ancora chiusi. E' ancora bella Bologna, sì.
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sabato, 10 giugno 2006

Incontro casuale, mentre trotterello in pausa pranzo lungo via Montegrappa alla ricerca di un bancomat prima di decidere se mortificarmi con un’insalata o rischiare un pesante abbiocco pomeridiano (siamo ancora in formazione e, si sa, è sempre più faticoso del lavorare stesso) con un panino.
Appare, e sono passati ormai dieci anni (cielo). Amico di vecchia data, attorno agli anni del liceo, perso di vista gradualmente con l’università e tutto. Persona sensibile, brillante, intelligente, pulita. Ci abbracciamo, e ciaaaao, ma peeeensa teeh, ma quanto tempo, e come stai, e non sei cambiata affatto, e che bello rivederti, e adesso dimmi, c o s a   f a i.
Cosa faccio? Lavoro in un call center come la metà dei laureati italiani, rispondo ridendo (lo so che non c’è niente da ridere ma oh: piangersi addosso non aiuta).
L’Amico sorride. Viene fuori che lavora in teatro, lui, e che sta curando la regia di uno spettacolo con una famosa attrice, lui, e che è molto felice, lui, e che sai, è un grande sbattimento ma ne vale la pena. Ignoro il tono autocelebrativo perché l’Amico è(ra) una bella persona, e poi caspita, fa bene ad autocelebrarsi, è una cosa splendida e sono sinceramente contenta per lui. Ma l’Amico incalza, e dopo qualche domanda sul come e perché sono finita a fare un tale lavoraccio (“proprio tu che brillavi in tutto”, dice, e non si rende conto, forse, che così mi fa solo male perché non è più un complimento) comincia in modo vago ad accusarmi di aver mollato. Aggiusta la mira, l’Amico, e con più precisione sentenzia che non credo in me stessa e nei miei sogni, o forse non sono forte abbastanza per realizzarli. Incasso, e senza cercare giustificazioni gli racconto i passi che ho compiuto, i miei tentativi, i miei dubbi: se è possibile nuotare in un mare di melma senza soffocare e senza sporcarsi – se è possibile realizzare i propri progetti senza cambiare in peggio. L’Amico scuote la testa come se si trovasse davanti a una bambina piccola, e si lancia in lodi sperticate della sua abilità trasformista perché è un mondo difficile e la vita è cambiamento e io ho capito che dovevo diventare spietato e infischiarmene degli altri e accettare qualunque compromesso pur di. Nota che la mia espressione si è raffreddata, a domanda rispondo che non so, non credo, che da parte mia non riuscirei. L’Amico sentenzia che è ora di smetterla di essere idealisti, visto che anche io ho trent’anni. Mi faccio piccola, senza pretendere di avere ragione spiego solo, all’Amico che conoscevo e che forse non abita più nella persona che ho davanti, che per me non è così, perché se ottenessi quello che voglio, ma non lo ottenessi nel modo che voglio, non sarei felice. Non dico di avere ragione, ma mi conosco.
Il trillo del telefonino mi salva dalla bordata finale. L’Amico risponde con voce flautata a una “carissima” che poco più in là diventa addirittura “cippi”, e poi mi informa che deve andare, mi lascia il suo biglietto da visita e si allontana. Lo richiamo, si volta, gli dico che mi ha fatto piacere rivederlo. Contraccambia in modo formale, e improvvisamente mi sento triste. Resto ferma mentre il sole mi scalda la schiena, e sì, se nella vita ci fosse la colonna sonora, in questo momento, mentre quel che resta del mio Amico si allontana lungo i portici, mentre io decido che per pranzo mi merito un gelato, ci sarebbe lui, e una canzone.
 
Siamo quelli che
da quelli come te
non si fanno mai pagar da bere
perché siamo quelli che
è meglio che lo sai
con quelli come te son sempre pari
 
(in bocca al lupo, comunque, Amico)
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