sabato, 15 luglio 2006

(dimmi quando quando quando)

Thesilverlining

(Nannucci non ce l'ha)

(Ricordi neanche)

(uffiiiiiiiiiiiiiiiiiiii)

(otto anni che aspetto: non tollero un altro singolo giorno)

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martedì, 11 luglio 2006

Pensieri un po’ sparsi in questo secondo giorno di malattia dovuto alla schiena inchiodata.
Oggi pomeriggio mi attende lo strazio della fila in ambulatorio, con tutto che fa caldo e gli anziani habitués saranno anche più incattiviti del solito. Come al solito, mi passeranno davanti a frotte, e io non protesterò sia perché rispetto i loro novant’anni suonati, sia perché ho paura di prendere una bastonata in testa.
Pensieri, dicevo.
Il pensiero numero uno dovrebbe essere: cavolo, non ho ancora trent’anni e mi si blocca la schiena come a una vecchietta. Macché, neanche: le vecchiette che conosco io facevano le mondariso, hanno lavorato curve con l’acqua ai polpacci per anni e adesso sono ancora talmente in forma che tornano a piedi dalla coop con le confezioni da sei di acqua minerale senza battere ciglio, mentre io, se non ho la macchina, bevo direttamente il cloro dal rubinetto in cucina. Da qui in avanti, si può solo peggiorare.
In realtà no, il pensiero dominante in questo momento è un altro. Ovvero: che meraviglia, ho scampato due giorni di lavoro e se rientro domani la settimana sarà cortissima, e arriverà in un soffio un nuovo sabato, una nuova domenica. E’ grave. Il pensiero, dico. E’ grave perché inedito, almeno per me. In tre anni di lavori assortiti, sono rimasta a casa solo in tre occasioni, e solo perché obbligata (prima occasione) dall’influenza con febbre a 40, (seconda occasione) dalla tonsillite acuta che rendeva il parlare per otto ore consecutive del tutto improponibile, (terza occasione) da un mezzo collasso avuto in ufficio che in effetti mi ha molto spaventata. In nessuno dei tre casi sono stata contenta di restare a casa. Anzi, ai tempi della tonsillite ho persino litigato con il medico che mi aveva dato cinque giorni, quando a mio parere ne sarebbero bastati due.
La verità viene fuori da sola, e non è difficile intuirla, quando persino la schiena bloccata che ti costringe a camminare piegata in due è un’occasione di festa. Non mi piace. Non mi piace dove sono, cosa faccio, come lo faccio. E’ chiaro, difficilmente l’operatore di call center è uno di quei lavori che si sognano da bambini, subito dopo la ballerina e l’astronauta. E anche, difficilmente è uno dei tuoi progetti dopo la laurea. Ma è un lavoro che avevo già fatto e mi era anche moderatamente piaciuto. Non mi piace qui, e adesso. Non mi piace perché non ci sono gli strumenti per lavorare bene, perché non tollero di non avere procedure chiare (e scritte nero su bianco) da seguire, perché mi indispettisco se devo contattare un interno e spendo dieci preziosi minuti tra il tu-tu-tu dell’occupato e la musichetta dell’attesa e il centralino che cerca di ripassarmi l’interno e il collega che finalmente risponde ma o non sa come aiutarmi o non vuole aiutarmi o le due cose insieme e quindi mette giù, non prima di indirizzarmi a un altro interno per il quale si ripete la stessa trafila, tanto che, quando puntuale come la morte il referente viene a indagare sul perché i tuoi tempi di conversazione sono così alti, stai o (fase uno) scarabocchiando istericamente il foglio degli appunti o (fase due) schiumando bile e sangue dalla bocca.
E poi le persone. I colleghi. Le colleghe, perché siamo quasi tutte donne. Le colleghe che ti chiamo bella, cara o tesoro, e tra loro (perché più in confidenza) addirittura cucciola. Per difendermi da tutto ciò, e in particolare dall’eventualità del cucciola, sono con tutti simpatica e affettuosa come la signorina Rottermeier. Anche perché, nel momento del bisogno, la stessa collega che ti ha chiamato tesoro e ti ha augurato trillando buon pranzo, a dopo! con l’entusiasmo e il cameratismo di un alpino, è perfettamente capace di sbuffare davanti alla domanda a suo parere idiota che le hai posto e fornirti una risposta approssimativa e laconica che non puoi fare a meno di riportare al cliente, pari pari, sperando che capisca che non è aria e soprattutto è vano il chiedere ulteriori ragguagli. Il cliente di solito capisce, dimostrando in questo un’umanità superiore a quella della collega.
A tutto ciò dovrei aggiungere che la strada, il palazzo, il piano, l’ufficio stesso dove lavoro sono tra i più tetri e brutti che abbia mai visto – e, per la cronaca, non sono un tipo fighetto: prima lavoravo in un capannone, piena zona industriale, e non me ne sono mai lamentata.
Non è un bel vivere. Per nulla. Le possibilità sono due. Lasciare tutto, e rimettersi nel calderone delle agenzie interinali che presumibilmente mi offriranno un lavoro simile/peggiore. Resistere, e aggrapparsi al pensiero che passerà, che non finisco per forza qui, e così – che la vita è fuori, che io sono io e non sono quello che faccio in quelle otto ore – che il lavoro è uno strumento che mi permette di fare altre cose. Cose importanti, come (chissà) pagarmi un corso di specializzazione – cose basilari, come progettare una vita insieme alla persona che amo – cose frivole, come potersi permettere (finalmente) i dvd di Lost e un bel viaggio e.
Ma a questo pensiero posso aggrapparmi solo se riesco a convincermi veramente che passerà: perché, mi conosco, nessun dvd, nessun viaggio, nessuna bella casa varranno mai tanto quando un lavoro che rende piene le proprie giornate. Passerà? Speriamo. In questo, il contratto a tempo determinato aiuta.
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martedì, 04 luglio 2006

(carosello)

Beh, qualcosa bisognerà pur dire.
Anche perché le strade stanno esplodendo e non credo sarà facilissimo dormire. Ho cercato di, ma non sono riuscita tanto a. Sono i primi Mondiali che non seguo. Che non mi appassionano. Mi sa che è la vecchiaia. Una volta spargevo addirittura il sale davanti alla tv. Cantavo l'inno e tutto. Adesso boh: ho provato a guardare la prima partita e sono riuscita solo a chiedere: "Ma Maldini non c'è più?" Scherno e sdegno dei presenti. Comprensibilmente. E dire che non ho chiesto di Baggio e Baresi. Al proposito ero abbastanza aggiornata. Insomma, non so: ho cercato di seguire, di tifare, ma il calcio non mi piace più da anni, ignoro chi e come e perché, e le ripresi satellitari che mostrano i giocatorini indistinti e minuscoli su questo enorme campo verde non aiutano. Stasera ho addirittura preferito una replica di Sex and the city. Italiana degenere, lo riconosco. Ho cambiato canale solo per il secondo supplementare e (nonostante la preparazione della tisana della sera, da brava vecchietta) ho visto i due gol. Beh, sono stata contenta. Non quanto il vicino di casa che deve aver perso una tonsilla nel vocalizzo di tripudio, ma sono stata contenta. Contenta di vedere questo (a me) sconosciuto fanciullo esultare senza violini e ciucciotti. Contenta di vedere segnare Del Piero e di poter dire "oh, questo lo conosco!!". Che bella cosa. Siamo in finale. Il vicino di casa sta approfittando della confusione generale, credo, per qualche lavoro di muratura. Ma stasera va bene così. Bravi Azzurri!!

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sabato, 01 luglio 2006

E così, non ci sei nemmeno più.
L'ho saputo per caso, ieri, e oggi è il primo giorno di luglio, e il cerchio si è chiuso. Come è giusto che sia.
Ho cercato disperatamente di pensare, ieri. Ma non sono più riuscita. E' stato come realizzare improvvisamente il vuoto, la chiusura del cerchio, e non essere più in grado di voltarsi indietro. Come è giusto che sia. Come è tempo che sia. Ieri è stato l'addio, dentro di me. Finalmente, forse. Il cerchio si è chiuso e io ne sono fuori. Le parole che avrei voluto dirti si sono sciolte tra le mie mani e non le riconosco più. Adesso capisco che non avevano senso. Non più. Adesso il cassetto è pronto, e tutti i guazzabugli del cuore possono trovarvi pace. Resteranno sempre da qualche parte dentro di me, ma non faranno più male. Perché è giusto così. Perché è tempo che sia così.
Spero che anche a te, in qualche cassetto, rimanga una briciola di me, di noi. Che non sia il resto di niente, come pare si dica dalle tue parti. Del luogo in cui sei nato, del luogo in cui ora vivi, mi è rimasta un'immagine frammentata di colori e frastuono, di bianco e di azzurro, barbagli di luce. Spero che dalle tue finestre si veda il mare. Spero che tu sia felice, sempre. Buona fortuna, con tutto il cuore.
 

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