sabato, 19 agosto 2006

Rientrata al lavoro e sopravvissuta.
Scampata la crocifissione in sala mensa, forse anche perché non l’abbiamo, la sala mensa.
Ma è andata meglio di quanto credessi.
Tutto sommato.
Forse anche perché è agosto e i clienti sono beatamente in vacanza.
I pochi che chiamano sono rilassati e quasi contenti.
Spesso sono in spiaggia e iniziano la conversazione rammaricandosi perché tu sei costretta a lavorare. Chiudono la conversazione (quando non si arrabbiano e non minacciano denunce) chiedendoti quando vai in ferie.
Non ci vado, non le ho, le ferie, ho iniziato a lavorare in maggio e avrò maturato sì e no tre giorni, e poi io non sono mai andata in ferie in agosto, mi fa orrore, è un mese bruttissimo e appiccicaticcio, e tutto è bruciato e bruciante e c’è un estenuante brulicare di persone ovunque, e comunque dopo tre settimane di malattia non ho il coraggio di chiedere nemmeno un’ora di permesso, perché la sala mensa potrebbe essere allestita appositamente per la mia crocifissione, e quindi, caro cliente, resto qui, immobile e all’erta come una guardia svizzera, a sua completa disposizione, conservando per lei la mia frase di apertura più cordiale e trillante, chiami quando vuole, siamo sempre qui.
(Mioddio).
(Non rispondo così, ovviamente).
(Glisso e, con l’occhio sul tempo di conversazione che scorre, cerco una frase spiritosa con cui far capire al gentile cliente che apprezzo molto il suo interessamento ma è davvero ora che riagganci, thanks).
Le aziende sono quasi tutte chiuse e quindi nessuno chiama per quei contratti astrusi che ancora fatico a capire e che mi costano notevoli e imbarazzanti arrampicate sui vetri.
L’unica azienda che ho beccato in questi tre giorni era una gelateria. Ovviamente aperta. L’arrampicata sui vetri è stata evitata una prima volta perché è caduta la linea (giuro, sono incolpevole), poi il cliente ha richiamato e ha ribeccato me, scusandosi perché gli si era esaurita la batteria del cellulare. Quando si dice il karma.
L’aspetto più sconcertante del rientro non è stato tanto il lavoro in sé.
A parte alcune persone umane e normali, ci sono svariati colleghi che non solo non mi hanno buttato lì nemmeno un come stai, ma non mi hanno nemmeno salutata.
Vabbè, concorso di colpa, perché per salutarsi occorre essere in numero maggiore di uno: non ci siamo nemmeno salutati. Pur lavorando negli stessi novanta metri quadri, non ci siamo incrociati a inizio giornata e/o in pausa a causa di turni diversi e quindi non ci siamo scambiati una parola. Perché quando poi si lavora, in cuffia e a svariati metri di distanza, con il separé e tutto, non può esserci nessun contatto. E’ delirante e malato. Non me ne ero mai resa conto come in questi giorni.
E tuttavia, pensiamo positivo: sono rientrata e sopravvissuta, e per la prima volta dopo venti giorni di abbigliamento comodo/casalingo ho anche infilato un paio di jeans scoprendo con enorme gioia che sono più larghi. Alé alé.
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categoria : noi flessibili





mercoledì, 09 agosto 2006

Per qualche malsano motivo, mi è venuto in mente di riaccendere dopo lustri il vecchio pc fisso (il prode Arturo), che non uso praticamente più da quando ho il portatile (il fido Porfirio).
Che dire: non bisognerebbe mai rileggere ciò che si è scritto nei tempi che furono.
Ma se il rileggere forse è umano, il conservare è davvero, davvero diabolico.
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lunedì, 07 agosto 2006

Accidenti: qui il prematuro settembre continua (che voglia di uscire con la bici, chissà quando potrò di nuovo) (accidenti) (accidentissimo) (tutta la fatica per avere un po’ di fiato, una parvenza di muscoletti nelle gambe, pouf, svanito come niente) (per tacer degli addominali) (già: tacciamo) (comunque, il taglietto è ancora bruttissimo e stranamente mi sembra che mi tiri e mi pizzichi ogni volta che mi imbatto in una puntata di Grey’s Anatomy) (ah ah) (che poi, la cosa più consolante che mi sia stata detta è: non preoccuparti, alla fine ti resterà un segno piccolissimo, come una smagliatura) (perché, le smagliature vere non bastavano già??) (accidenti) (accidentissimo).
 
(Grey’s Anatomy è carino assai) (sì) (non mi è piaciuto subito, ma adesso sì, sono quasi intossicata) (almeno contribuisce a dare un senso al mio abbonamento a Sky) (e poi diciamolo: lui è carino assai) (eccome) (la stessa aria sciupata di Sean Penn) (senza l’occhio azzurro) (e quell’aria da canaglia che aiutoo) (lo ammetto: la canaglia mi è fatale) (per il resto, ogni volta che si vede un qualche organo interno o una lama o anche solo una goccia di sangue svengo) (embè).
 
(Ma ciò che davvero darà un senso al mio abbonamento è Lost che torna a settembre con la seconda stagione) (!!!) (già da settimane mi tormentano con la pubblicità) (mi si scatena ogni volta una crisi d’astinenza) (che mi fa consumare i dvd della prima stagione) (anche qui, lo ammetto, la canaglia mi è fatale) (embè…).
 
Insomma, il prematuro settembre continua, e io ho trovato un altro bando.
Ci penserò. Ci sto già pensando, in effetti.
Il prematuro settembre fa dei danni.
Indubbiamente.
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sabato, 05 agosto 2006

Sarà che l'aria ha smesso di essere rovente.
Sarà che c'è addirittura il vento.
Sarà che il cielo è limpido e pulito, neanche fosse già settembre.
(Adoro settembre, la sua luce, il sapore di nuovo inizio che dà a ogni cosa).
Sarà che esco da un ospedale (ahia! e nonostante questo, e la paura che mi sono presa, resto comunque clamorosamente, indegnamente, vergognosamente sollevata dal non essere al lavoro) (bisognerà pensarci, a tutto questo: non è sano).
Sarà che il tempo libero di questi giorni si è riempito, come non accadeva da mesi e forse anni, di libri e film e pagine da riempire con parole e storie.
Sarà che anche i Soul Asylum (album afferrato con le lacrime agli occhi da Ricordi mentre il commesso stava ancora sistemando i cd sulla scansia) non sono più loro: Karl Mueller non c’è più, e l’album è bello, sì, ma non emozionante e denso come Let Your Dim Light Shine.
(O forse, Let Your Dim Light Shine era emozionante e denso perché era il 1995 e io avevo diciotto anni) (l’estate della maturità) (del mese trascorso nell’Isola di Wight a fare la cameriera) (della scelta dell’università) (già).
Sarà, insomma, sarà: ma.
Ho davvero voglia di voltare pagina, di buttarmi su questo nuovo bando di concorso con convinzione. Non perché ci creda (troppo improbabile che prendano me), ma perché ho bisogno di sentirla, di assaporarla, la convinzione, e di ricominciare a pensare che, se non sarà questo, ci saranno altre occasioni.
E se non ci saranno, bisognerà cercarle.
E che caspita.
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