Rientrata al lavoro e sopravvissuta.
Scampata la crocifissione in sala mensa, forse anche perché non l’abbiamo, la sala mensa.
Ma è andata meglio di quanto credessi.
Tutto sommato.
Forse anche perché è agosto e i clienti sono beatamente in vacanza.
I pochi che chiamano sono rilassati e quasi contenti.
Spesso sono in spiaggia e iniziano la conversazione rammaricandosi perché tu sei costretta a lavorare. Chiudono la conversazione (quando non si arrabbiano e non minacciano denunce) chiedendoti quando vai in ferie.
Non ci vado, non le ho, le ferie, ho iniziato a lavorare in maggio e avrò maturato sì e no tre giorni, e poi io non sono mai andata in ferie in agosto, mi fa orrore, è un mese bruttissimo e appiccicaticcio, e tutto è bruciato e bruciante e c’è un estenuante brulicare di persone ovunque, e comunque dopo tre settimane di malattia non ho il coraggio di chiedere nemmeno un’ora di permesso, perché la sala mensa potrebbe essere allestita appositamente per la mia crocifissione, e quindi, caro cliente, resto qui, immobile e all’erta come una guardia svizzera, a sua completa disposizione, conservando per lei la mia frase di apertura più cordiale e trillante, chiami quando vuole, siamo sempre qui.
(Mioddio).
(Non rispondo così, ovviamente).
(Glisso e, con l’occhio sul tempo di conversazione che scorre, cerco una frase spiritosa con cui far capire al gentile cliente che apprezzo molto il suo interessamento ma è davvero ora che riagganci, thanks).
Le aziende sono quasi tutte chiuse e quindi nessuno chiama per quei contratti astrusi che ancora fatico a capire e che mi costano notevoli e imbarazzanti arrampicate sui vetri.
L’unica azienda che ho beccato in questi tre giorni era una gelateria. Ovviamente aperta. L’arrampicata sui vetri è stata evitata una prima volta perché è caduta la linea (giuro, sono incolpevole), poi il cliente ha richiamato e ha ribeccato me, scusandosi perché gli si era esaurita la batteria del cellulare. Quando si dice il karma.
L’aspetto più sconcertante del rientro non è stato tanto il lavoro in sé.
A parte alcune persone umane e normali, ci sono svariati colleghi che non solo non mi hanno buttato lì nemmeno un come stai, ma non mi hanno nemmeno salutata.
Vabbè, concorso di colpa, perché per salutarsi occorre essere in numero maggiore di uno: non ci siamo nemmeno salutati. Pur lavorando negli stessi novanta metri quadri, non ci siamo incrociati a inizio giornata e/o in pausa a causa di turni diversi e quindi non ci siamo scambiati una parola. Perché quando poi si lavora, in cuffia e a svariati metri di distanza, con il separé e tutto, non può esserci nessun contatto. E’ delirante e malato. Non me ne ero mai resa conto come in questi giorni.
E tuttavia, pensiamo positivo: sono rientrata e sopravvissuta, e per la prima volta dopo venti giorni di abbigliamento comodo/casalingo ho anche infilato un paio di jeans scoprendo con enorme gioia che sono più larghi. Alé alé.