sabato, 28 ottobre 2006

Pomeriggio in banca.
Non programmato.
Nel senso che mi sono detta: approfitto dell’occasione, non essendo al lavoro, faccio un salto in agenzia per un paio di cosette da chiarire.
In primis, come cavolo mai la mia fida carta bancomat internazionale mi abbia piantato in asso a Parigi, costringendomi a vagare per la città in cerca di uno sportello che non mi risputasse in faccia la simpatica plastica colorata che ironicamente si chiama pass partout.
Entro già mal disposta, ma felicissima, per una volta tanto, di essere io il cliente imbufalito.
Dal consulente c’è la fila. O meglio: c’è una signora seduta, un’altra ragazza in attesa e poi io.
Nonostante ciò, passano ere geologiche. La signora evidentemente non sa un’acca né del suo conto corrente né della possibilità di usare una simpatica cartina plastificata per ottenere il saldo e il contante dal bancomat e si sta facendo spiegare tutto. La signorina-consulente con premura le raccomanda di non conservare il codice pin accanto alla carta bancomat. La signora si stupisce. La signorina-consulente pazientemente e con abbondante uso di termini e interiezioni dialettali le rispiega il tutto. Non le consiglia, come avrei fatto io, di conservare i soldi nel salvadanaio e/o sotto al materasso perché evidentemente ogni forma di tecnologia oltre il frullatore le è estranea e nemica. La signora si allarma per la possibilità, evidentemente mai ponderata fino ad allora, che un ladro le rubi il portafoglio e di qui le prosciughi il conto corrente. Si passa quindi all’esposizione delle modalità del blocco della carta e degli astuti trucchi per conservare il codice pin nel portafoglio mascherato da numero di telefono della nuora.
Sto mettendo radici.
Mi guardo attorno e ammiro il dolce far nulla di tutto il resto dell’agenzia.
Il direttore, dal suo ufficio, mi guarda con aria di scusa e chiede, dandomi del tu, se voglio sedermi.
(Perché? Mi hai preso per una vecchietta sull’autobus? Non voglio sedermi, voglio chiedere le quattro spiegazioni che mi sono dovute e tornare a casa, che ho altro da fare).
Un’altra era geologica dopo, è il turno della fanciulla.
Mi galvanizzo pensando che sarà molto più rapida e sveglia.
Amara sorpresa: la fanciulla va all’estero e deve fare richiesta della carta di credito, ma non conosce la differenza tra detta carta di credito e il bancomat e vuole ampi e dettagliati ragguagli sulla possibilità di utilizzo.
Le mie radici affondano nel terreno.
La signora delle pulizie valuta se annaffiarmi o no.
Dietro agli sportelli balena un rubicondo signore dalla faccia simpatica, che, lanciato un rapido sguardo alla signorina-consulente, chiede se può essermi d’aiuto e mi fa accomodare in un’altra poltroncina.
Sono così annoiata che non ho più nemmeno voglia di fare il cliente arrabbiato.
Chiedo seccamente perché ho avuto difficoltà a prelevare all’estero.
Il signore premurosamente mi spiega, dandomi del tu, che i massimali sono stati abbassati a cento euro giornalieri e mensili (!!) per la sicurezza del cliente, visto che ci sono stati tentativi di clonazione.
Chiedo, con aria maligna e attenendomi graniticamente al lei, se non era proprio per questo motivo che pochi mesi prima mi avevano cambiato il bancomat con una plastica nuova e avanzatissima a prova di clonazione. Il signore si imbarazza, concilia, ma aggiunge che non si sa mai, sa, la prudenza non è mai troppa. Mi arrendo. Chiedo se è possibile fare domanda della carta di credito in modo da avere un’arma in più la prossima volta che mi lasceranno senza un soldo all’estero. Il signore sorride per quella che ha interpretato come una battuta. Prende nota dei miei dati con una serie di geroglifici su un foglio di carta e mi chiede di ripassare dopo qualche giorno per la compilazione del modulo. Basita, chiedo perché non è possibile farlo subito. Mi spiega che ad occuparsene è esclusivamente la signorina-consulente da cui ero in fila prima. Sorride. In un cartone animato, estrarrei dalla tasca un enorme martello e lo schiaccerei sulla scrivania lasciando intatta l’espressione ebete.
Mi rimetto in fila dalla signorina-consulente. Davanti a me, già seduto, c’è un signore che ha fatto domanda per un mutuo e sta spiegando con dovizia di particolari alla signorina la composizione della nuova casa in cui abita con figlio, nuora, moglie e cane. La signorina-consulente, per nulla scomposta, risponde disegnando su un foglio la mappa della sua casa, e i due discutono amabilmente della disposizione ideale dell’angolo cottura. Sono basita. Li guardo con odio. Il direttore mi passa accanto e con aria simpatica mi chiede, ovviamente dandomi ancora del tu, se voglio ancora stare in piedi. Lo fulmino. Si rintana nel suo ufficio e chiude la porta. La discussione davanti a me assume toni demenziali. Accenno un colpo di tosse. Niente. La signorina-consulente alza un sopracciglio verso di me. Mi ha vista. Gioisco, pensando che stringerà e saluterà affettuosamente il signore chiacchierone. Invece nulla. Ripassa la signora delle pulizie che mi guarda con compassione.
Infine, accade. Il signore avanti a me rimette in testa il cappello e accenna ad alzarsi. Ma nel farlo nota il biglietto da visita delle consulente e chiede ragguagli sulla parentela della signorina con il tizio delle Assicurazioni. La signorina-consulente, invece di tagliar corto, risponde. La guardo con disprezzo crescente. Se ne accorge e tende la mano al signore.
Mi siedo sull’agognata poltroncina senza neanche aspettare l’invito.
Firmo le cartacce per la carta di credito. La signorina-consulente percepisce chiaramente il mio disappunto ma non fa nulla per porre rimedio. A dispetto delle amabili conversazioni che ha intrattenuto con gli altri clienti, la nostra è una transazione glaciale. E nonostante tutto, mi dà del tu. Alzo la bandiera bianca. Saluto. Esco. Libera.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 11:30 | P.link ¤ commenti (4) ¤ commenti (4)(popup)
categoria :





sabato, 21 ottobre 2006

Sono in piena crisi per i capelli.
Lo so: questione tipicamente femminile e estremamente marginale nell’economia del mondo.
Il fatto è che la mia capigliatura è caratterizzata da una accoppiata letale: il biondo naturale e il riccio naturale. Una fregatura completa. Intanto il biondo: a meno di non essere nordiche, dopo una certa età vira in quello che i parrucchieri chiamano biondo cenere e che di fatto è un castano spento e triste con inquietanti riflessi verdognoli. In più, il riccio. Sfatiamo per favore il mito che i capelli ricci sono più comodi. E’ una cosa a cui credono solo coloro che li hanno lisci come spaghetti e si lamentano della mancanza di volume (o voi inconsapevoli, felici elette!). I capelli lisci si possono sempre pettinare. S-e-m-p-r-e. Puoi anche portarti una spazzolina retrattile in borsetta, se sei maniaca. Ma comunque li puoi pettinare. Puoi uscire da una tormenta di neve, da una bufera di vento, avere attraversato una serra tropicale e con due colpi di spazzola torni elegante e ordinata come Grace Kelly. I capelli ricci no. Se li pettini crei solo l’effetto lana. Non c’è verso: se li hai legati perché sei andata in palestra, o semplicemente hai passato una brutta nottata e ti sei svegliata con un cespuglio ispido in testa, non ce n’è per nessuno. Vanno rilavati. Ri-incremati. Ri-inschiumati. Ri-phonati. Bien sûr, con il diffusore. Non sia mai che si possa usare un qualunque normale phon con getto d’aria calda. Men che meno gli attrezzi infernali degli alberghi. Per cui, anche in viaggio, ci si porta dietro allegramente il gigantesco phon di casa. E non è perché sei fighetta. E’ perché cerchi di essere decente. Per lo stesso motivo, il mobiletto del bagno trabocca di boccette e boccettine dedicate: schiuma extra-ricci, gel anticrespo, fluido antiumidità, balsamo districante, crema volumizzante, siero idratante e chissà che altro. Inutile, tutto inutile. Il capello riccio viene come vuole. A seconda del meteo, della percentuale di umidità, del transito degli astri. Non è dato saperlo. Non credete alla biondina della pubblicità della linea nivea, che sfoggia riccioli da manuale a suo dire creati dalla miracolosa schiuma con la semplice imposizione delle mani. A parte il fatto che i suoi capelli sono visibilmente messi in piega con il ferro (e così siamo capaci tutte, anche se poi lo stile è quello di Shirley Temple). Ma comunque, biondina: non suscitare in me false speranze. Mi sono arresa. Ormai mi asciugo i capelli senza nemmeno guardarmi allo specchio. Quando ho finito, butto un occhio e verifico se la massa tricotica è stata clemente oppure no. Oggi lo è stata. Ma fuori piove. Domani, l’è tutto da rifare.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 11:32 | P.link ¤ commenti (11) ¤ commenti (11)(popup)
categoria :





giovedì, 19 ottobre 2006

Bisogna veramente ma veramente che vada a dormire.
Stamattina quando la sveglia ha suonato alle sei e mezza ho passato mentalmente in rassegna una ampia gamma di disturbi & malattie (anche tropicali) di cui avrei potuto lamentare sintomi pur di restare a dormire e non andare al lavoro. Poi mi sono letteralmente lasciata cadere dal letto e il freddo mi ha svegliato. In senso lato. In senso più proprio, mi sono svegliata al secondo caffè. E’ che questa storia di alice night&weekend è un ricatto: com’è come non è, alle 23 capita che decido di collegarmi solo un momento e resto incollata al pc a leggere e scribacchiare per ore. La mia condanna è che i buoni propositi della mattina, quando morta di sonno mi infilo sotto la doccia più che altro per riprendere coscienza (stasera vado a letto alle nove! stasera vado a letto alle nove!!), la notte svaniscono insieme alla stanchezza. Il discorso si fa inquietantemente marzulliano. Vado decisamente a dormire. Vado. Vado. Notte.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 23:07 | P.link ¤ commenti (3) ¤ commenti (3)(popup)
categoria :





giovedì, 19 ottobre 2006

A Parigi è successo che (siamo arrivati e siamo riusciti a non perderci nello Charles De Gaulle che, da casa, in astratto, mi sembrava un concetto un po’ inquietante) (abbiamo preso la rer e abbiamo raggiunto Parigi alle spalle, facendoci sorprendere dall’apparizione della butte e relativa meringa) (abbiamo raggiunto l’albergo trascinando penosamente la valigia, grazie alla mia viscerale avversione per i trolley) (e scoperto con gioia che) (1) (l’hotel esisteva davvero!  = non era il frutto di una abile truffa telematica di venere.com) (2) (la stanza era carina e bagnomunita) (3) (in camera, alé alé, non c’era l’orrida moquette ma un bel parquet di legno) (ha piovuto) (e fatto freddo) (il vento gelido mentre sbucavamo emozionatissimi sul Pont Neuf) (il vento gelido che ci ha fatto scappare dal parvis mentre cercavamo di decifrare, Routard alla mano, i fregi di Notre Dame) (e poi c’è stato il sole) (e tanta luce) (e il cielo azzurro, e l’aria tiepida e dorata) (abbiamo camminato) (tan-tis-si-mo!) (camminato per strade musei piazze giardini) (tra gli alberi rossi di place Dauphine) (su e giù per le stradine di Montmartre) (e lungo il boulevard Saint Germain) (e attraverso il Marais) (e ci siamo lanciati in deliranti foto con l’autoscatto) (decine di foto) (abbracciati come in una cartolina) (sorridenti come in una cartolina) (innamorati al di fuori di qualsiasi cartolina) (e abbiamo mangiato greco al Quartier Latin) (e abbiamo mangiato le crèpes con il grand marnier) (e i magnifici pains au chocolat) (e la soupe de tomates, e le fromage de chèvre chaud, e l’insalata con la vinaigrette, e le confit de canard) (e la baguette) (e i dolcetti nel quartiere ebraico, attorniati dai rami e dai cedri del Sukkot) (e abbiamo riso vedendo il Pompidou) (e abbiamo percorso metro a metro il Louvre, sgomitando con orde di turisti inferociti) (e abbiamo gustato centimetro per centimetro il musée Picasso) (e abbiamo vagato un intero pomeriggio nel musée d’Orsay) (e abbiamo fatto shopping in rue de Rivoli) (e abbiamo guardato la città dall’alto con la nostra canzone nell’ipod) (e abbiamo imparato a prendere il métro senza guardare la cartina) (e siamo rimasti un’ora intera tra i libri e la polvere della incantevole Shakespeare&Co) (e siamo saliti sulle torri di Notre Dame mentre suonavano le campane e il sole faceva splendere i tetti, il fiume, le guglie, le cupole) (e abbiamo raggiunto la Tour Eiffel facendo la foto da sotto in su) (e) ho soffiato le candeline sui miei trent’anni. Già.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 00:26 | P.link ¤ commenti (4) ¤ commenti (4)(popup)
categoria :





domenica, 01 ottobre 2006

Scrivere di Napoli non è facile. Tanto meno per me. Non riesco a guardarla e basta, con la mente, senza sentirla con tutto il resto. Ci ho provato, inutilmente. Ho rinunciato. Dalle mie parti, raccontare a qualcuno che andrai a vedere Napoli attira inevitabilmente la raccomandazione di non comprare nulla se non vuoi ritrovarti con una scatola che contiene mattoni al posto dello stereo. A parte il fatto che non so chi possa comprare un qualunque elettrodomestico per strada, si parla ancora dello stereo, come negli anni ottanta. Dalle mie parti nessuno capisce cosa ci vai a fare, a Napoli. Ti raccomandano di stare attenta. Come se quella volta che attraversando la stazione ho visto balenare la lama di un coltello non fossi stata nella mia rispettabilissima Bologna. Come se al Pilastro non avessero mai incendiato gli autobus, o organizzato simpatiche corse clandestine. Come se uscire da lezione dal 38 di via Zamboni alle sette di sera non abbia sempre significato schivare, oltre alla sporcizia, venditori di fumo e di biciclette rubate. A Napoli però devi stare attenta. E sia. Sto attenta. La città del resto è frastornante, stare attenti è quasi inevitabile. A parte per i momenti in cui rimango estatica con il naso all'insù e lascio il compito al fidanzato di salvarmi dai motorini che sfrecciano impazziti tirandomi per la manica della giacca. La prima volta che ho visto Napoli, non contando qualche insignificante passaggio attraverso la città andando e venendo dalla stazione, è stato ad aprile. Una giornata di pieno sole che per la prima volta nella stagione mi ha arrossato la pelle del viso. L’ultima volta invece, ormai due settimane fa, sono arrivata con il treno a sera inoltrata, con la città già in ombra e le strade lucide di pioggia. Una deviazione ci ha fatto perdere la strada mentre cercavamo di raggiungere una pizzeria e ci siamo smarriti nel dedalo di stradine di Montecalvario. Rispetto alla giornata di piena primavera di qualche mese prima, è stato come vedere i Quartieri Spagnoli in scala di grigio. La serata è scivolata via veloce, il tempo di una passeggiata sotto la pioggia a piazza Plebiscito. E' stato strano vedere Napoli al buio. A molte città la notte dona. Altre città sono solari, come le persone. A Napoli dona la luce. E' come se fosse inscritta nelle vie, nei palazzi, negli scorci dei vicoli. Siamo tornati qualche giorno dopo, nonostante il brutto tempo, con la mia ostinata speranza che si aprisse uno squarcio di azzurro, che il vento fosse benevolo e portasse le nuvole lontano dal mare, oltre le montagne. Le stesse montagne da cui siamo sbucati raggiungendo la città alle spalle. Con il treno non c'è il sapore dell'arrivo: il finestrino si riempie gradualmente di mura e case, mentre sfilano stazioni e stazioncine, fino a che i binari si moltiplicano e il treno entra a Napoli Centrale. Dall'autostrada invece si plana sulla città e non si può non restare colpiti dall'immensa distesa di case addossate l'una all'altra. Mi hanno fatto notare che a differenza di altre città a Napoli, dall'alto, l'occhio non riesce a distinguere quartieri e strade (Bologna dall'alto è una ragnatela di strade tra tetti rossi) ma si perde tra le case sbiancate dal sole e dal tempo che incrostano l'orizzonte fin sulle pendici del vulcano. Ci sono stata, a San Martino, ma nonostante la vista mozzafiato sul golfo, lo specchio lucente del mare, il cono azzurro del Vesuvio sullo sfondo, non è stato bello quanto il camminare per le strade facendosi sorprendere da scorci, vicoli, angoli, persone, suoni, odori, voci, luci. Quel giorno di aprile, quando all'improvviso in fondo alla via è spuntato a sorpresa il riverbero azzurro del mare, mi è sfuggito un ooohhh che ha fatto molto ridere i passanti, nonché il fidanzato semi-autoctono. Quest'ultima volta il sole non c'era, ma l'ooohhh è sfuggito lo stesso. Più volte. Nonostante piovesse. Nonostante fosse ormai una seconda volta, un ritorno. O forse proprio per questo, perché è stato insolito ed emozionante proprio il riconoscere luoghi che avevo già visto, e provare un lusinghiero senso di familiarità. Pur schivando le pozzanghere e gli irriducibili motorini. Sono riuscita a ritornare in un posto che mi era rimasto impresso, un vicoletto che si apre lungo Spaccanapoli, una chiesina dai colori pastello, fuori dal tempo e dalla confusione. A Santa Chiara c'era un matrimonio, ho immaginato la bellezza delle fotografie nel chiostro, tra le maioliche. A San Gregorio Armeno la pioggia è diventata troppo forte per essere ignorata e ci siamo rifugiati sotto una pensilina, mentre dalle finestre e dai negozi, con effetto dolby surround, arrivava la gracchiante cronaca radiofonica della partita del Napoli e i boati più o meno sincronizzati dei tifosi. Lungo la strada, nonostante il brutto tempo, passeggiavano turisti con ombrelli colorati, guida alla mano, rapiti dalle bancarelle dei presepi in netto anticipo sul Natale. Tra tutti, notevole, uno sciame di studenti inglesi, privati di coordinate di riferimento per la contemporanea assenza di sole pizza e mandolino e quindi visibilmente smarriti. Ci siamo rimessi in cammino approfittando di una tregua, ma la pioggia ci ha raggiunto nuovamente mentre ridiscendevamo via Toledo. Non è restato altro da fare che correre alla macchina, senza rinunciare almeno a un veloce passaggio sul lungomare. Il sole ha fatto capolino solo un momento, il tempo necessario per illuminare di giallo Castel dell’Ovo che si è stagliato nitido sullo sfondo burrascoso di nuvole grigie e blu. L’ho preso come un regalo. Lacrimuccia. Tornerò.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 12:19 | P.link ¤ commenti (10) ¤ commenti (10)(popup)
categoria :