Pomeriggio in banca.
Non programmato.
Nel senso che mi sono detta: approfitto dell’occasione, non essendo al lavoro, faccio un salto in agenzia per un paio di cosette da chiarire.
In primis, come cavolo mai la mia fida carta bancomat internazionale mi abbia piantato in asso a Parigi, costringendomi a vagare per la città in cerca di uno sportello che non mi risputasse in faccia la simpatica plastica colorata che ironicamente si chiama pass partout.
Entro già mal disposta, ma felicissima, per una volta tanto, di essere io il cliente imbufalito.
Dal consulente c’è la fila. O meglio: c’è una signora seduta, un’altra ragazza in attesa e poi io.
Nonostante ciò, passano ere geologiche. La signora evidentemente non sa un’acca né del suo conto corrente né della possibilità di usare una simpatica cartina plastificata per ottenere il saldo e il contante dal bancomat e si sta facendo spiegare tutto. La signorina-consulente con premura le raccomanda di non conservare il codice pin accanto alla carta bancomat. La signora si stupisce. La signorina-consulente pazientemente e con abbondante uso di termini e interiezioni dialettali le rispiega il tutto. Non le consiglia, come avrei fatto io, di conservare i soldi nel salvadanaio e/o sotto al materasso perché evidentemente ogni forma di tecnologia oltre il frullatore le è estranea e nemica. La signora si allarma per la possibilità, evidentemente mai ponderata fino ad allora, che un ladro le rubi il portafoglio e di qui le prosciughi il conto corrente. Si passa quindi all’esposizione delle modalità del blocco della carta e degli astuti trucchi per conservare il codice pin nel portafoglio mascherato da numero di telefono della nuora.
Sto mettendo radici.
Mi guardo attorno e ammiro il dolce far nulla di tutto il resto dell’agenzia.
Il direttore, dal suo ufficio, mi guarda con aria di scusa e chiede, dandomi del tu, se voglio sedermi.
(Perché? Mi hai preso per una vecchietta sull’autobus? Non voglio sedermi, voglio chiedere le quattro spiegazioni che mi sono dovute e tornare a casa, che ho altro da fare).
Un’altra era geologica dopo, è il turno della fanciulla.
Mi galvanizzo pensando che sarà molto più rapida e sveglia.
Amara sorpresa: la fanciulla va all’estero e deve fare richiesta della carta di credito, ma non conosce la differenza tra detta carta di credito e il bancomat e vuole ampi e dettagliati ragguagli sulla possibilità di utilizzo.
Le mie radici affondano nel terreno.
La signora delle pulizie valuta se annaffiarmi o no.
Dietro agli sportelli balena un rubicondo signore dalla faccia simpatica, che, lanciato un rapido sguardo alla signorina-consulente, chiede se può essermi d’aiuto e mi fa accomodare in un’altra poltroncina.
Sono così annoiata che non ho più nemmeno voglia di fare il cliente arrabbiato.
Chiedo seccamente perché ho avuto difficoltà a prelevare all’estero.
Il signore premurosamente mi spiega, dandomi del tu, che i massimali sono stati abbassati a cento euro giornalieri e mensili (!!) per la sicurezza del cliente, visto che ci sono stati tentativi di clonazione.
Chiedo, con aria maligna e attenendomi graniticamente al lei, se non era proprio per questo motivo che pochi mesi prima mi avevano cambiato il bancomat con una plastica nuova e avanzatissima a prova di clonazione. Il signore si imbarazza, concilia, ma aggiunge che non si sa mai, sa, la prudenza non è mai troppa. Mi arrendo. Chiedo se è possibile fare domanda della carta di credito in modo da avere un’arma in più la prossima volta che mi lasceranno senza un soldo all’estero. Il signore sorride per quella che ha interpretato come una battuta. Prende nota dei miei dati con una serie di geroglifici su un foglio di carta e mi chiede di ripassare dopo qualche giorno per la compilazione del modulo. Basita, chiedo perché non è possibile farlo subito. Mi spiega che ad occuparsene è esclusivamente la signorina-consulente da cui ero in fila prima. Sorride. In un cartone animato, estrarrei dalla tasca un enorme martello e lo schiaccerei sulla scrivania lasciando intatta l’espressione ebete.
Mi rimetto in fila dalla signorina-consulente. Davanti a me, già seduto, c’è un signore che ha fatto domanda per un mutuo e sta spiegando con dovizia di particolari alla signorina la composizione della nuova casa in cui abita con figlio, nuora, moglie e cane. La signorina-consulente, per nulla scomposta, risponde disegnando su un foglio la mappa della sua casa, e i due discutono amabilmente della disposizione ideale dell’angolo cottura. Sono basita. Li guardo con odio. Il direttore mi passa accanto e con aria simpatica mi chiede, ovviamente dandomi ancora del tu, se voglio ancora stare in piedi. Lo fulmino. Si rintana nel suo ufficio e chiude la porta. La discussione davanti a me assume toni demenziali. Accenno un colpo di tosse. Niente. La signorina-consulente alza un sopracciglio verso di me. Mi ha vista. Gioisco, pensando che stringerà e saluterà affettuosamente il signore chiacchierone. Invece nulla. Ripassa la signora delle pulizie che mi guarda con compassione.
Infine, accade. Il signore avanti a me rimette in testa il cappello e accenna ad alzarsi. Ma nel farlo nota il biglietto da visita delle consulente e chiede ragguagli sulla parentela della signorina con il tizio delle Assicurazioni. La signorina-consulente, invece di tagliar corto, risponde. La guardo con disprezzo crescente. Se ne accorge e tende la mano al signore.
Mi siedo sull’agognata poltroncina senza neanche aspettare l’invito.
Firmo le cartacce per la carta di credito. La signorina-consulente percepisce chiaramente il mio disappunto ma non fa nulla per porre rimedio. A dispetto delle amabili conversazioni che ha intrattenuto con gli altri clienti, la nostra è una transazione glaciale. E nonostante tutto, mi dà del tu. Alzo la bandiera bianca. Saluto. Esco. Libera.