Decisamente, la mia prima serata romana è stata indimenticabile.
Dopo la prima spesa romana, dopo la prima cena romana cucinata in carenza di padelle, dopo le prime chiacchiere romane con la mia coinquilina, C., la giornata volgeva al termine.
Cronaca del diluvio.
C. va a fare la doccia, io mi dedico ai piatti.
A un tratto, un grido di aiuto proviene dal bagno.
Corro. Sento un preoccupante rumore d'acqua ad altissima pressione. La porta è aperta. C. è in accappatoio, senza lenti a contatto e senza occhiali (condividiamo la stessa disarmante miopia da talpe) e grida confusamente di girare non so quale manopola indicando il lavandino. La stanza è invasa dal vapore. Dal mobiletto sotto il lavabo escono due getti potentissimi di acqua. Il pavimento è già allagato e l'acqua si sta allargando nel corridoio e nelle camere da letto. Penso per un momento che non sia vero. Scivolo sull'acqua e mi aggrappo come un naufrago al lavandino. E' vero. Urge un rimedio.
Ci facciamo strada tra la selva di bottiglie e bottigliette del mobiletto, mentre i getti d'acqua ci tramortiscono la faccia. Manopole non ce ne sono. C. è sempre più nel panico. Io sono in casa da meno di cinque ore e non ho idea di dove sia il rubinetto centrale. Mi tolgo le pantofole già fradice e corro in calzini a suonare al vicino di casa. Apre O., un uomo dal viso gentile, in pigiama. Io ho i capelli bagnati e i pantaloni arrotolati al ginocchio. Con i calzini. Mi guarda come se fossi un marziano. Saluto e mi presento con l'aria più credibile che la situazione consente (l'educazione prima di tutto). Espongo il dramma. O. risolutamente infila una felpa e entra nel nostro appartamento. Mi dice che il rubinetto centrale è al piano terra, nella stanza accanto a quella dei contatori. Dico a C. di buttare per terra qualche asciugamano, corro di nuovo fuori (in calzini) con O. a chiudere l'acqua. In ascensore mi viene il primo attacco di risa isteriche. C'è tempo perfino per presentarsi decentemente. Chiudiamo l'acqua e torniamo di sopra. Il lavandino non perde più. C. presa dal panico ha buttato a terra tutti gli asciugamani, gli stracci e gli accappatoi in suo possesso. Uno dei gatti è saltato dentro al suo armadio e ha fatto cadere a terra, nell'acqua, anche una pila di maglioni. L'altro precauzionalmente è salito sul letto di C. e osserva infastidito il lago che si è creato sul pavimento della stanza. In bagno ci sono due dita d'acqua. Ridiamo tutti e tre istericamente. O. consiglia di andare a suonare al vicino del sesto piano, che ha un'impresa edile e probabilmente ha la pinza che occorre per chiudere il rubinetto del lavabo, in modo da poter riaprire quello centrale. Ormai rassegnata alla perdita dei rapporti con il nuovo vicinato, vado io. Per l'occasione cambio i calzini. Suono e mi apre un altro signore in pigiama, visibilmente perplesso. Spiego. Ride. Quando spiego che l'appartamento allagato è quello sopra il suo ride meno. Mi dice che mi manderà subito il figlio che è idraulico e ha con sé gli attrezzi. Torno esausta al piano di sopra dove C. sta constatando i danni. E' comprensibilmente disperata. La rincuoro e rimboccando maniche&pantaloni della tuta, mi metto in bagno con un asciugamano a raccogliere l'acqua, rigettandola nella vasca. Mi viene un attacco di ridarola. Anche O. ride, mi chiede da dove vengo. Bologna, dico. E da quanto sei a Roma, domanda. Beh, dalle quattro di oggi pomeriggio, rispondo. Beh, benvenuta a Roma, dice. Ride. Rido.
Suonano alla porta, sento C. che va ad aprire, dev'essere il figlio del signore di sotto. Si apre la porta del bagno. Mi giro, arruffata e sconvolta, scalza e con i pantaloni al polpaccio, recando in mano un asciugamano grondante d'acqua. Dalla porta mi fissa sorridente un ragazzo che rispettando la regola dell'idraulico è anche incredibilmente carino e con l'occhio ceruleo. Ciao, sono A., dice visibilmente divertito tendendomi la mano e muovendo un passo sciaff sciaff nel bagno allagato. Ciao, sono M., dico tendendo la mano che gronda goccioline tipo pioggia nel pineto. Da quanto abiti qui, non ti ho mai visto, dice. Eh... da oggi pomeriggio, in effetti, rispondo. Beh, benvenuta a Roma!, dice. Ride. Rido.
A. traffica per un po' sotto al lavandino, riesce con la pinza a chiudere il rubinetto. Possiamo riaprire quello centrale e avere l'acqua almeno in cucina. Prendiamo appuntamento con A. per il giorno dopo quando verrà a sostituirci i flessibili.
Conclusione.
Prima sera a Roma.
Fuori programma fino a mezzanotte a raccogliere acqua dal pavimento.
Niente doccia, se non quella involontaria a causa dell'allagamento.
Toilette personale serale fatta con bacinella d'acqua presa dalla cucina.
Distruzione totale della mia immagine e delle relazioni sociali con il vicinato ivi compreso il ragazzo più carino incontrato da mesi.
Ma direi che io e C. abbiamo davvero rotto il ghiaccio.
Ora ci sembra di essere amiche da sempre...
Toccata e fuga.
Con l’auto zeppa di borsoni e valigie.
Il fidanzato ha conosciuto la mia coinquilina, i due adorabili mici, quella che sarà la mia stanza.
Una corsa con la metro per vedere che fuori dalle finestre, lungo le strade, Roma c’è davvero.
Sbuchiamo da sottoterra nei pressi del Colosseo che si staglia contro un cielo limpido a sorpresa, dopo tanta pioggia. Mi vergogno moltissimo ma mi sgorga una lacrima.
Sono quasi contenta perfino di vedere il Meringone.
Ho detto quasi.
Oggi una corsa in macchina dai miei, per salutare la nonna che la sta prendendo male, i cuginetti piccoli che credono che a Roma ci siano ancora i centurioni con gli scudi e vogliono venire a trovarmi presto, la mia gatta “ufficiale”.
Ma ieri.
Ieri.
Ieri mentre sistemavo i maglioni nell’armadio ho sentito forte e chiara l’onda d’urto della felicità.
Ed è successo di nuovo.
Succede ogni volta che mi affaccio a uno scampolo della nuova vita.
Succede che quella vecchia ti bussi sulla spalla, con un sorriso ironico e malevolo.
Ieri sera, di ritorno da Roma, passando veloce in macchina non ho potuto non notare il portone aperto e illuminato.
Oggi, per caso, mi imbatto nella pubblicazione di un bando di concorso, lo stesso dell’anno passato, e come l’anno passato nessuno dei miei amici, nessuno di quella che era la mia famiglia, nessuno mi ha dato una voce. Nonostante sappiano quanto io – quanto vorrei, quanto sto tentando di.
Del resto, è colpa mia.
Sono io che mi sono allontanata, sono io che ho abbandonato il gruppo, il progetto.
L’ho fatto perché il gruppo non era più una tavola rotonda, ma un piccolo meschino orticello di re, regine e reginette. L’ho fatto perché il progetto non era più nostro, ma loro. L’ho fatto perché non era più un sogno condiviso, ma un investimento bieco e opportunista. L’ho fatto perché mi sono sentita tradita e ingannata – perché siamo stati traditi e ingannati.
L’ho fatto a modo mio: ho sputato l’anima per anni interi, ho dimostrato con i fatti, e non solo con il lezioso irritante infantile vagheggiar di sogni e di voli, il mio impegno, la mia dedizione, la mia passione. Mi ci sono rotta la testa. Una, cento, mille e più volte. Ho preso coltellate e sono andata a lavorare, con le mani e con la testa e con il cuore e con il coltello ancora piantato nella schiena.
Ho pianto e riso. Ho litigato e fatto pace.
Ho distrutto e ricostruito e distrutto di nuovo e costruito ancora.
(La cosa che più ammiro di te, mi disse, è che sei una persona che combatte).
(Ma non poteva accettare che combattessi contro di lui, contro il suo improvviso voltafaccia, contro le sue decisioni deliranti e dispotiche, contro i suoi sfacciati favoritismi, contro le sue manovre da burattinaio).
Ho ricevuto tanto. Ma credo senza falsa modestia di aver anche dato.
Ma non è servito a nulla.
La strada l’avevano già tracciata loro, e portava a un luogo che non era più nostro.
Ho lasciato con un grande dolore.
E adesso per me la strada è un’altra.
Ignorerò il portone illuminato.
Ignorerò che mi abbiano ignorato.
Ignorerò il sorriso ironico e malevolo.
La mia strada è un’altra e non è una vendetta.
Ma manderò una cartolina.
Sì, una cartolina dal luogo che farò mio, dai luoghi che attraverserò lungo la nuova strada.
Perché a volte davvero un po’ di cattiveria ci vuole.
Se tutto va bene, ho trovato casa.
La stanza è piccolina ma deliziosa, la casa accogliente e con il bonus di due mici ivi residenti, la mia futura coinquilina davvero simpatica e a modo.
Non mi sono mai trovata a dover cercare e scegliere una stanza da studenti.
Ho frequentato l’università di Bologna e non ho avuto quindi bisogno di.
E’ un po’ buffo, in effetti, alla mia veneranda età.
Non ho idea di come vada valutato l’alloggio. Non conosco le trappole della convivenza, delle bollette, del condominio e quant’altro. Ho ascoltato varie volte veri e propri racconti dell’orrore sulle case in comune. Ma non ho esperienze su cui basarmi per decidere a ragion veduta.
E dunque, sono andata ad istinto.
Guardandomi intorno, ieri, e cercando di valutare la cucina, la terrazza, la mia stanza, i due adorabili mici, l’altrettanto adorabile padrona di casa, mi sono chiesta se mai quell’appartamento avrebbe avuto un sapore di casa, per me.
Mi sono detta di sì.
Sono ufficialmente domiciliata a Roma.
Non mi par vero.
