Accantoniamo per un momento Supernatural e il corridoio buio e la donnina fantasma e i due cacciatori bellocci che non sono Buffy perché solo Buffy era la vera Buffy.
La vera vera novità della settimana passata, in realtà, è stato il tanto sospirato ritorno di.
Eh eh.
Grey’s Anatomy.
Che ho cominciato a seguire l’estate scorsa complici le tre settimane di malattia e il taglietto e che è diventata di fatto l’ennesimo amurfù.
Il fatto è che si è arrivati a un punto cruciale.
Sintetizzabile in:

...e adesso???
Parlavo di questa serie giorni fa con un compagno di corso del master.
Potrebbe anche essere un buon soggetto per una analisi da presentare con un paper.
Ma al di là di tutte i pareri tecnici da una del ramo (bah), ho taciuto la scottante verità.
Sì, la struttura narrativa.
Sì, la commistione dei generi.
Sì, il montaggio, il ritmo, qua e là.
Però. Parte della mia passione per questa bella serie è lo spudorato uso e abuso del cliché della canaglia. Embè, sì. Trent’anni di femminismo e non sentirli. Abbocco. Se poi, come in questa stagione, si eleva al cubo il cliché, e alla canaglia si accosta l’uomo dolce e sensibile, embè: abbocco e mi adagio da sola nella teglia con le patate.
Del resto, ammettiamolo.
E’ come mettere Rhett contro Ashley.
Ashley è una noia mortale. E’ quello che fa filosofia spicciola mentre spacca la legna e guarda l’infinito (e infatti a spaccare la legna è una frana). Rhett è quello che la invita a ballare con il gonnellone del lutto scandalizzando la città. Ashley è sempre lì lì per ma poi con aria straziata dice no(hhhhhh), e si ricorda di aver moglie e figlio (r a n d e l l a t e, io, se fossi la moglie) (e forse anche se fossi il figlio). Rhett è quello che la bacia con Atlanta in fiamme e la guerra che incombe e la abbandona simpaticamente in mezzo al nulla dopo aver pronunciato una delle battute più memorabili della storia del cinema.
E’ come Mr Big contro Aidan.
Aidan è carino e tutto, ma è pur sempre quello che fa i lavori di muratura in casa e ripara lo scarico del lavandino e porta fuori il cane e cucina le fajitas. Essù.
E’ come Jack contro Sawyer.
Jack è buono, eroico, generoso e un po’ fessacchiotto. E’ utile e pratico come un coltellino svizzero, visto che è l’unico medico dell’isola, ma ha il fascino dello zerbino di casa.
Sawyer è prepotente truffatore carogna e tutto. Ma ha quello sguardo un po’ così e quel sorriso un po’ così. Da liquefazione. Ammettiamolo. Per tacer degli addominali, ma questa è altra storia.
Insomma, e adesso? L’affascinante intrigante inaffidabile Derek o il tenero sensibile Finn?
Speriamo che Meredith scelga bene, ma soprattutto che non scelga troppo presto.
Il bello, si sa, è proprio l’intermezzo.
(Questo nell’eventuale paper non lo scriverò. Aehm.)

Causa sollecitazioni intellettive assortite, non ultime la nuova convivenza e la conoscenza di tanti altri giovani soggetti al master, ultimamente rimugino spesso sulle contraddizioni.
Le contraddizioni che ognuno di noi si porta dietro e che tuttavia è così facile vedere negli altri, più che in noi stessi. La pagliuzza e la trave, come sempre. Parlo di contraddizioni nel pensiero, nella filosofia di vita, se vogliamo. Non mi riferisco tanto all’ambientalista che va in ufficio in macchina perché schifa i mezzi pubblici, o al vegetariano che però mangia il prosciutto e non disdegna la borsa di pelle, o l’aspirante naturopata che in pausa caffè corre fuori a farsi una marlboro.
Ne ho conosciuti. Ho le prove. Ma qui non si tratta di contraddizioni.
E’ più semplicemente stupidità allo stato brado.
Andiamo oltre.
Quando parlo di contraddizioni, parlo di.
Quelli che si battono per la difesa degli animali, dalla foca monaca alla zanzara verace di Molinella, e vanno in giro a caccia dei portatori umani di pelliccia per prenderli a randellate, e boicottano le aziende che praticano la vivisezione, e poi dal meccanico non si fanno rilasciare la fattura perché così risparmiano quei cinquanta euro, e salgono sull’autobus senza biglietto perché tanto il controllore non sale mai, e parcheggiano davanti agli scivoli per i disabili perché tanto il vigile a quest’ora non passa.
Quelli che anche davanti alla pizza con gli amici ammoniscono il volgo ignorante sul pericolo del surriscaldamento terrestre e sulla drammatica scomparsa della foresta amazzonica e sulla tragedia dell’estinzione del panda, e poi imbrogliano sul lavoro segnando straordinari inesistenti, e si danno malati a spese dell’azienda e dell’inps, e si fanno inserire la pizza della fidanzata in nota spese, e cretini voi che non lo fate.
Quelli che scendono in piazza, che manifestano, che fanno girotondi, che bruciano reggiseni, che scioperano, che si legano ai cancelli, che vanno ai comizi, che raccolgono le firme, e poi prendono l’auto per qualunque tragitto superiore ai due passi (e anche no), e lasciano scorrere litri e litri d’acqua quando si lavano i denti, e non fanno la raccolta differenziata perché è una noia tenere in casa tanti sacchetti per la spazzatura, e non rispettano i limiti di velocità se non c’è l’autovelox, e ignorano la vecchietta della porta di fronte per non doverle portare in casa la spesa, e accettano la “presentazione” dell’amico influente perché hanno famiglia.
Allora il tuo animalismo, ambientalismo, il tuo ardente ismo, qualunque cosa sia, fa di te una persona migliore?
Non so. Diffido dei fanatici. Soprattutto dei fanatici a senso unico. Siamo esseri complessi in un mondo complesso. Il senso civico è fatto di tante cose, grandi e piccole. Ed essere coerenti è la cosa più difficile. Io sono coerente? E voi?
Per te.
Per te che non leggerai mai queste righe, tanto rispetti i miei spazi, i miei segreti. Per te che ci sei sempre, per te che sei capace di andare, di lasciarmi andare, di ritrovarmi. Di aspettare. Per te che mi raggiungi e sei felice, per te che cammini in punta di piedi nella mia vita nuova, per te che sei capace di guardare con i miei occhi e di amare quello che amo.
Per te che mi hai camminato accanto nel freddo di una serata di gennaio (e facevamo luce). Per te che sorridi quando i miei occhi si fanno lucidi, e mi accarezzi con le mani e con la voce, e nascondi i tuoi occhi lucidi per paura che mi possano far male. Per te che trasformi la lontananza in un progetto, il tempo che ci tiene separati in un’attesa.
Per te che sei il mio mondo.
Per te che mi manchi già.