Sono stata (quale era il termine esatto?) regolarizzata? stabilizzata?
Una roba così.
Con una delle giornate più allucinanti della mia vita, lavorativa e non.
Da qualche settimana, qui a Roma, lavoro in un call center.
Niente di nuovo e niente di che.
Mi serviva un lavoretto qualunque per pagarmi l’affitto e le altre spese mentre frequento il master.
Siamo entrati, ovviamente, con il famigerato contratto a progetto.
In questo caso parzialmente giustificato dal fatto che effettivamente stabiliamo noi i turni di lavoro, comunicando la nostra disponibilità che poi spetta all’azienda confermare.
Molto comodo per chi studia o magari ha un’altra occupazione. In effetti siamo quasi tutti studenti o lavoratori con due impieghi part time.
Ieri staccavo alle 14. Un supervisore mi chiede di trattenermi qualche minuto perché ci sono dei documenti da firmare. Qualche minuto, rispondo io, devo volare all’università. Certo, risponde lei.
Ho staccato alle 14, dicevo. Sono uscita dall’azienda alle 22:30.
Abbiamo firmato una sorta di promessa di assunzione, senza la quale, pare, da maggio in avanti non avremmo più potuto continuare a lavorare a progetto, per disposizione del decreto Bersani così come recepito dalla legge finanziaria.
Ora, non è che non sia positivo, per carità.
Lo è senz’altro per i colleghi che lavoravano a progetto da a n n i e che ieri hanno firmato l’assunzione a tempo indeterminato a partire dal primo maggio.
Come è ovvio e come è giusto, le assunzioni sono state scaglionate a seconda dell’anzianità aziendale. C’è chi verrà assunto a maggio, chi ad agosto, chi a novembre. Io e i miei colleghi ultimi arrivati abbiamo firmato una promessa di assunzione a far fede da (udite udite) (ridete ridete) febbraio 2008.
Ciò che ovviamente nessuno si è premurato di specificare è che questo impegno di assunzione vale solamente qualora l’azienda ci confermi, con il contratto a progetto, fino al 31 gennaio 2008. Il mio attuale contratto scade addirittura al 31 luglio 2007. Se il 1 agosto sono a casa, la simpatica letterina che ieri ho firmato dopo un’attesa disumana di otto ore e mezza non vale la carta su cui è stampata.
All’indignazione per questa colossale presa in giro si aggiunge il fastidio di aver perso una lezione e più in generale una mezza giornata ad aspettare come dei relitti umani nella saletta mensa. L’attesa è stata giustificata addossando la colpa ai sindacati che si stavano rifiutando di siglare l’accordo. Probabile: ma è anche vero che l’azienda ha dato una dimostrazione di indicibile cialtroneria nella rincorsa alla compilazione dei moduli, nella distribuzione degli stessi a noi ammassati come bestie, nella risibile lentezza con cui venivano fotocopiati e spillati. Peraltro non si capisce perché si siano ridotti all’ultimo istante e perché fosse assolutamente tassativo apporre la famigerata firma ieri sera. Considerando che oggi è un festivo, e che i documenti non verranno consegnati a chi di dovere prima di domani.
E soprattutto, c’è la rabbia verso queste persone indegne che si sono permesse di trattarci come dei parassiti, come una pratica fastidiosa da archiviare. Una responsabile del personale ci ha fatto entrare uno ad uno nella saletta riunioni contandoci come se fossimo pecore, permettendosi addirittura di metterci la mano sulla spalla e di spingerci all’interno della sala spuntando mano a mano il nostro nome dalla lista. La riunione si è poi svolta con l’esposizione di cosa significa un contratto da dipendente. Amenità assortite sulla necessità di comunicare la malattia con una raccomandata e di inviare il certificato all’inps. Non una parola, ovviamente, sulle clausole e le limitazioni del verbale di conciliazione che ci apprestavamo a firmare. Si è presentato addirittura il titolare dell’azienda che ci ha spiegato con rancore che come dipendenti gli costeremo molto di più. Ci ha guardato come se fossimo un insieme di orrende sanguisughe e ha annotato a margine che molte di noi erano donne. Avrei dovuto alzarmi e sputargli in un occhio. Ma forse ero ormai annichilita dall’attesa spossante, dal fatto di non avere né pranzato né cenato, dal desiderio imperioso di uscire da quell’azienda del cavolo.
Di fronte ai sindacati e all’avvocato ho firmato il mio simpatico pezzo di carta quando erano le 22:30. E sono stata graziata soltanto perché dovevo acciuffare un treno per il Lido. Non so a che ora siano usciti gli altri colleghi. Il titolare mi ha voluto stringere la mano e mi ha detto “congratulazioni”. Alla Ally Mc Beal, ho visualizzato una mia testata sul suo naso.
Un piccolo passo per me, un grande passo per l’umanità precaria?
Sono stata stabilizzata.
Urrà per me.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 12:49 |
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roma, fuori come va, noi flessibili