venerdì, 27 aprile 2007

Chissà se la vita le è passata davanti agli occhi.
Una frazione di secondo.
Felina e implacabile, io.
Probabilmente non se lo aspettava.
Ma io so essere spietata.
Specie se svegliata di soprassalto alle tre del mattino.
Forse pensava di avere a che fare con una sprovveduta.
Ma le sue consimili, dalle mie parti, hanno il libretto di circolazione.
Che io vengo dalla Bassa, oh.
E così sei ancora lì, spiaccicata sul soffitto.
Stramaledetta zanzara del litorale romano.

Ma che caspita ci fate già in giro?
Non ve l’hanno detto che è soltanto aprile??
e' passato per la testa di spikette
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mercoledì, 25 aprile 2007

Sono stata (quale era il termine esatto?) regolarizzata? stabilizzata?
Una roba così.
Con una delle giornate più allucinanti della mia vita, lavorativa e non.
Da qualche settimana, qui a Roma, lavoro in un call center.
Niente di nuovo e niente di che.
Mi serviva un lavoretto qualunque per pagarmi l’affitto e le altre spese mentre frequento il master.
Siamo entrati, ovviamente, con il famigerato contratto a progetto.
In questo caso parzialmente giustificato dal fatto che effettivamente stabiliamo noi i turni di lavoro, comunicando la nostra disponibilità che poi spetta all’azienda confermare.
Molto comodo per chi studia o magari ha un’altra occupazione. In effetti siamo quasi tutti studenti o lavoratori con due impieghi part time.

Ieri staccavo alle 14. Un supervisore mi chiede di trattenermi qualche minuto perché ci sono dei documenti da firmare. Qualche minuto, rispondo io, devo volare all’università. Certo, risponde lei.
Ho staccato alle 14, dicevo. Sono uscita dall’azienda alle 22:30.
Abbiamo firmato una sorta di promessa di assunzione, senza la quale, pare, da maggio in avanti non avremmo più potuto continuare a lavorare a progetto, per disposizione del decreto Bersani così come recepito dalla legge finanziaria.
Ora, non è che non sia positivo, per carità.
Lo è senz’altro per i colleghi che lavoravano a progetto da a n n i e che ieri hanno firmato l’assunzione a tempo indeterminato a partire dal primo maggio.
Come è ovvio e come è giusto, le assunzioni sono state scaglionate a seconda dell’anzianità aziendale. C’è chi verrà assunto a maggio, chi ad agosto, chi a novembre. Io e i miei colleghi ultimi arrivati abbiamo firmato una promessa di assunzione a far fede da (udite udite) (ridete ridete) febbraio 2008.
Ciò che ovviamente nessuno si è premurato di specificare è che questo impegno di assunzione vale solamente qualora l’azienda ci confermi, con il contratto a progetto, fino al 31 gennaio 2008. Il mio attuale contratto scade addirittura al 31 luglio 2007. Se il 1 agosto sono a casa, la simpatica letterina che ieri ho firmato dopo un’attesa disumana di otto ore e mezza non vale la carta su cui è stampata.
All’indignazione per questa colossale presa in giro si aggiunge il fastidio di aver perso una lezione e più in generale una mezza giornata ad aspettare come dei relitti umani nella saletta mensa. L’attesa è stata giustificata addossando la colpa ai sindacati che si stavano rifiutando di siglare l’accordo. Probabile: ma è anche vero che l’azienda ha dato una dimostrazione di indicibile cialtroneria nella rincorsa alla compilazione dei moduli, nella distribuzione degli stessi a noi ammassati come bestie, nella risibile lentezza con cui venivano fotocopiati e spillati. Peraltro non si capisce perché si siano ridotti all’ultimo istante e perché fosse assolutamente tassativo apporre la famigerata firma ieri sera. Considerando che oggi è un festivo, e che i documenti non verranno consegnati a chi di dovere prima di domani.
E soprattutto, c’è la rabbia verso queste persone indegne che si sono permesse di trattarci come dei parassiti, come una pratica fastidiosa da archiviare. Una responsabile del personale ci ha fatto entrare uno ad uno nella saletta riunioni contandoci come se fossimo pecore, permettendosi addirittura di metterci la mano sulla spalla e di spingerci all’interno della sala spuntando mano a mano il nostro nome dalla lista. La riunione si è poi svolta con l’esposizione di cosa significa un contratto da dipendente. Amenità assortite sulla necessità di comunicare la malattia con una raccomandata e di inviare il certificato all’inps. Non una parola, ovviamente, sulle clausole e le limitazioni del verbale di conciliazione che ci apprestavamo a firmare. Si è presentato addirittura il titolare dell’azienda che ci ha spiegato con rancore che come dipendenti gli costeremo molto di più. Ci ha guardato come se fossimo un insieme di orrende sanguisughe e ha annotato a margine che molte di noi erano donne. Avrei dovuto alzarmi e sputargli in un occhio. Ma forse ero ormai annichilita dall’attesa spossante, dal fatto di non avere né pranzato né cenato, dal desiderio imperioso di uscire da quell’azienda del cavolo.

Di fronte ai sindacati e all’avvocato ho firmato il mio simpatico pezzo di carta quando erano le 22:30. E sono stata graziata soltanto perché dovevo acciuffare un treno per il Lido. Non so a che ora siano usciti gli altri colleghi. Il titolare mi ha voluto stringere la mano e mi ha detto “congratulazioni”. Alla Ally Mc Beal, ho visualizzato una mia testata sul suo naso.

Un piccolo passo per me, un grande passo per l’umanità precaria?

Sono stata stabilizzata.
Urrà per me.
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mercoledì, 25 aprile 2007

(tuuu… tuuu…)
"Pronto, ciao mami."
"Ciao nì, cosa fai?"
"Nulla, mi riposo. Niente lavoro e niente master almeno oggi."
"Com’è il tempo?"
"Bello. C’è il sole e fa caldo."
"Anche qui. Ma allora perché non vai al mare?"
"Mami, mi servirebbe una protezione quaranta, anche se è aprile."
"Beh, ma se stai attenta… vai nel pomeriggio…"
"Mi servirebbe una protezione trenta."
"Nel tardo pomeriggio…"
"…una protezione venti."
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lunedì, 23 aprile 2007

(non ho capito)
(però)
(questa volta il cerchio lo chiudo a costo di prendermi a sberle)
(passatemi il saldatore)
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venerdì, 20 aprile 2007

Il 19 aprile, oltre che il compleanno di cui si è detto, era anche il giorno in cui mi scadevano un sacco di yogurt. Indovinate che si mangia oggi a pranzo.
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giovedì, 19 aprile 2007

Come ti combino un guaio.
Per l’antefatto (e l’ante-antefatto),
qui.
Ora, triste e arrabbiata. O quantomeno un po’ delusa. Perché alla fine è meglio essere ricordata come una colossale stronza piuttosto che come una persona gentile.
Gentile è altamente dimenticabile. Non è chic, non è passionale, non è un tubo di niente.
Decido che per l’occasione gli sms smozzicati possono anche essere due e rispondo.
Sapendo che sto allestendo un guaio.
Scrivo in modo brioso ma pungente che in realtà avrei voluto chiamarlo ma che sentire il telefono squillare a vuoto sarebbe stato un rifiuto duro da ingoiare e avrebbe fatto lievitare ulteriormente le mie fungose paranoie (il che equivale ad ammettere, ovviamente, vorrei sentire la tua voce e finirla con questi sms del cavolo ma se non mi rispondi ci resto male quindi adesso devi esplicitamente autorizzarmi a chiamarti – anzi, chiedimi di chiamarti che è meglio).
Beh, incredibilmente risponde.
"Non ci sarà mai un tempo giusto per quello, ma ti avrei risposto stavolta".
In mancanza del traduttore simultaneo, decido che posso interpretarla un po’ come la mia precedente e getto l’amo.
"Vuol dire che ho perso un’occasione non ripetibile?"
"Chiamami questa sera. Bacio, bionda."

Voilà, il guaio è in tavola.
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giovedì, 19 aprile 2007

(maledetti sms)
Antefatto.
Una persona a cui in modo tormentato e assurdo hai voluto un gran bene.
E che tendenzialmente ne ha voluto a te (hopefully).
Storia terminata in modo confuso feroce e straziato con cretinerie assortite da parte di entrambi.
Poi una partenza un saluto mancato e seicento chilometri di distanza (ora parecchie centinaia in meno, in effetti).
Poniamo che passi un annetto e mezzo di distanza, silenzio e qualche smozzicato sms per le feste comandate. Poniamo che oggi sia il suo compleanno perché è anche un cocciutissimo Ariete. Poniamo che oggi dal mio cellulare parta dopo ripensamenti e batticuori fuori tempo massimo un ulteriore stramaledetto sms con un pensiero e gli auguri. Poniamo che ti risponda “grazie per esserti ricordata sei sempre gentile”.
(…)
Sei sempre gentile.
Ora come una perfetta cretina sono qui a chiedermi se sentirsi rispondere sei sempre gentile sia una bella cosa o meno.
(ho scritto da cani)
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giovedì, 19 aprile 2007

E’ giunto lo stipendio.
Con tre giorni di ritardo.
Senza il bonus formazione che ci avevano promesso.
Centosettantasei euro. Per una decina di giorni di lavoro.
Primo stipendio romano: DA FAME.
Mortacci.

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martedì, 17 aprile 2007

Non è che non sia stato bello, anzi. Il luogo che D. e d. hanno scelto per il loro matrimonio è splendido. La chiesa è quella del paesino della nostra nonna e della nostra mamma. Il ricevimento sarà in una bellissima villa sulle colline. La vista, la sera in cui siamo andati per la degustazione della cena di prova, era magnifica. Il ristorante raffinato eppure accogliente, i camerieri eleganti ma gentilissimi. E’ stato bello ed emozionante ascoltare D. che parla dei preparativi, consigliarla sulle partecipazioni e sulle bomboniere, accompagnarla a scegliere l’abito (è scappata prepotente la lacrima) e alla prova dell’acconciatura (lacrima anche qui). Ma c’è un ma. Davanti alle battute-non-battute della mamma e della parte femminile della famiglia, che annota con aria insinuante che si sposa prima la sorella minore (...), mi rendo conto con sempre maggiore evidenza di quanto tutto questo mi sia estraneo. Io non mi ci vedo affatto. Non ne capisco il senso, il valore. Per me, non ne ha. Forse sono l’esempio vivente di un senso della comunità sempre più flebile. Forse è anche una cosa triste. Perché al di là delle assurdità tipiche della cerimonia, come pagare il fotografo l’equivalente di un affitto o nutrire a proprie spese orde di parenti di cui si stenta a ricordare il nome e la collocazione nell’albero genealogico, io non capisco proprio il bisogno del rito. Io e F. ci ripetiamo sempre scherzando (scherzando?) che aspettiamo la legge sui Di.co. per inviarci una romanticissima rar. Mi avrà fatto male Durkheim.
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lunedì, 16 aprile 2007

Ma il 15 non dovevano darci lo stipendio?
Ma oggi non è il 16?
Primo stipendio romano: in ritardo.
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