lunedì, 27 agosto 2007

Ho un problema.
(Ne ho più d’uno, veramente, ma fa nulla).
Nello specifico, una sorta di dipendenza.
Io adoro le cartine geografiche.
Non so perché.
Mi ricordo che alle elementari il mio banco era accanto a una enorme cartina dell’Europa (io ero più o meno sotto l’Unione Sovietica) e passavo o r e a guardarla.
Le cartine geografiche per me sono magnetiche.
Non posso farne a meno: ogni volta che ho una carta geografica tra le mani mi incanto.
Seguo le strade, il tracciato dei fiumi.
Adoro soprattutto le pianure. Forse per il verde chiaro.
E le isole. Quelle piccole.
E le grandi strade, quelle romane soprattutto.
E i laghi. Quelli tondi, di origine vulcanica.
La galleria delle carte geografiche dei Musei Vaticani è uno dei posti che più adoro a Roma.
Inutile dire che via michelin è una sorta di droga e che dall’auto è bandito il navigatore.
Il navigatore, atlante alla mano, sono io.
(Aggiungo anche che ai tempi in cui adoravo Didier Auriol e i rally in genere avevo persino imparato i simboli che i navigatori professionisti utilizzano in gara, e in auto con mamma e papà mi divertivo a tracciare le cartine come se fossimo al rally di Sanremo).
Insomma, il problema di cui sopra è nato quando ho voluto postare una foto del gatto.
Mi ero aperta un account google con picasa, per poi scoprire che dal mio macinino-pc non riesco a visualizzarlo correttamente.
Allora ho ripiegato su flickr.
E ho scoperto la funzione geotag.
Vi prego, staccatemi da qui.
Con la violenza.
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categoria : amour fou





domenica, 26 agosto 2007

Venerdì pomeriggio di lavoro.
L’una e un quarto.
Tardi tardissimo.
Orologio.
Chiavi di casa.
Chiavi della macchina.
E’ tardi, miseria.
Croccantini al gatto.
Scatoletta al gatto.
Coccolina al gatto.
Corro fuori.
Macchina al sole, miseria.
Salgo.
Caldocaldocaldo.
Metto in moto.
Caldocaldocaldo.
Mannaggiammè la benzina!
Sono così in riserva che la lancetta non accenna nemmeno a sollevarsi.
E’ da tre giorni che rimando il pieno e adesso rimarrò a piedi sulla Colombo sotto un sole che spacca le pietre.
Parto.
Merdamerdamerda.
Tarditarditardi.
Caldocaldocaldo.
Appare tipo miraggio una stazione agip.
Solo servito, niente self.
Un prezzo allucinante (e non è un miraggio).
Vabbè, pazienza: non credo di poter arrivare al distributore successivo.
Entro nell’area del distributore nella migliore tradizione dei pit stop isterici.
Smanetto istericamente nella borsa alla ricerca del portafogli.
Dieci euro e non di più, con questi prezzi.
“Buongiorno, quanto facciamo?”
Alzo gli occhi dalla borsa, stravolta.
“Buongiorno, mi fa …”
Uh.

Uh!

Sorridente.
Abbronzato.
Occhiazzurro.
Incredibilmente carino nonostante il cappellino agip.
E non è un miraggio!

“Buongiorno (già detto, ndr) … ehm, mi fa (checaldooo) mi fa VENTI per cortesia?”

“Acqua e olio a posto?”
“Eh? Ehm… eh: a posto, grazie”
(fa caldissimo)

Pochi minuti dopo, al telefono:
<io> “Amò! Ho fatto benzina!”
<F.> “Eh: era ora”
<io> “Amò! È successa una cosa”
<F.> “Eh: dimmi”
<io> “Amò: il benzinaio dell’agip vicino casa è un ragazzo bellissimo!”
<F.> “…”
<io> “Tu c’eri già andato e non mi avevi detto niente, cattivo!”
<F.> “…”
<io> “Capisci, io sono arrivata stravolta e in ritardo ed è apparso questo tipo fantastico!”
<F.> “…”
<io> “E’ vero che la benzina costa un botto, ma io direi che dobbiamo assolutamente tornarci!”
<F.> “…”
<io> “Amò?”
<F.> “…”
<io> “Amore ci sei ancora?”
<F.> “Ma ti rendi conto di quello che mi stai dicendo?”
<io> “Beh sì. Ma vedi: è davvero un ragazzo bellissimo e io … beh, io ho sentito il bisogno di condividere questa cosa con te che sei l’amore mio”
<F.> “…”
<io> “Amò?”
<F.> “Tesò, ho una sola cosa da dirti.”
<io> “Dimmi”
<F.> “Afanculo!”
<io> “Ciao amore, buon lavoro anche a te”
<F.> “Eh. Questo lo mettiamo insieme all’idraulico. Che guaio che ho passato”.
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giovedì, 23 agosto 2007

Ho comprato questo libro, qualche giorno fa.
Non sapevo nemmeno fosse uscito: è capitato di parlarne con il cognato scrittore, mi ha detto che l’ha letto e gli è piaciuto (avevamo parlato tempo addietro di
quest'altro, che avevamo letto entrambi, ed entrambi avevamo ammesso che c’erano alcuni appiattimenti nelle parti più strettamente descrittive ma che, come sempre, la sua scrittura si illumina sui personaggi, sulle storie, sui pensieri in fuga) (il libro mi era capitato tra le mani un difficile pomeriggio di primavera di due anni fa, all’approssimarsi di una crisi - o primo segno della crisi, visto che sono rimasta fulminata dall’incipit, così tanto suo - e così tanto mio, al tempo : Ma adesso eri sposato).
(E l’ho letto più tardi, nell’estate della crisi, quando anche io avrei voluto mettermi in moto per fare arrotondare i pensieri spinosi dall’attrito).
Per questo nuovo libro, niente crisi e niente incipit.
Ma uno strano bisogno di familiarità.
Probabilmente.
Sembra passato un secolo da quando l’Umbertone, al primo anno, ci agitava il suo esempio come quello di uno che aveva capito tutto, che sapeva scrivere ma che all’esame non aveva scritto come avrebbe saputo scrivere, perché bisogna sapere quando essere autori.
(Cosa vera). (Affermazione intelligente). (Mi duole ammetterlo).
Per il resto (entrando nell’ampio campo delle sue affermazioni meno intelligenti), l’Umbertone affermava persino che eravamo stati selezionati, che eravamo la crème de la crème (sic!), e che quella percentuale di imbecilli che pure esisteva anche tra noi non avrebbe mai passato il suo esame. (Mi piacerebbe sapere che ne pensa adesso l’Umbertone, visto che il suo corso di laurea crème de la crème si è sputtanato come scuola di veline e letterine, conferendo una laurea honoris causa ai due Rossi che io più detesto al mondo, e visto che io come tanti miei compagni di corso - che abbiamo passato il suo esame e quindi non dovremmo essere degli imbecilli - troviamo lavoro al massimo come operatori telefonici e commessi) (e che non si creda: semiotica del testo non l’ho dato in erasmus come tanti furbetti, ma a Bologna, con tesina e tutto).
Divago.
Sarà la nostalgia o il bisogno di familiarità.
Che poi probabilmente sono la stessa cosa.
Non vedo l’ora di cominciare il libro.
Quasi quasi abbandono a metà Mozzi, che è antipatico.
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lunedì, 20 agosto 2007

Eccoci qui.

(prometto di non diventare una gattara che scrive solo del gatto e pubblica solo foto del gatto e aggiorna periodicamente con le ultime evoluzioni del gatto) (ma è tanto bello) (e curioso) (e dolce) (e incredibilmente educato) (certo, almeno fino a che non si rivelerà la sua indole devastatrice di divani)
 
(si chiama Rufus)
(mi è parso sufficientemente romano)
 
(sono molto molto felice)
(basta poco, ne convengo)
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categoria : amour fou, tigrotti





venerdì, 17 agosto 2007

La romanizzazione procede.
Habemus micius.
(arriva domenica)
(fervono i preparativi)

(felice, tanto, io)

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categoria : roma, amour fou, effe ed io





mercoledì, 08 agosto 2007

Ieri mentre andavo al lavoro (mi vanto di essere l’unica imbecille che a mezzogiorno e mezza è sulla Colombo con un caldo che sfinisce persino le cicale) (ah, no: al semaforo c’è anche un lavavetri con il quale ogni giorno ci scambiamo un sorriso di mutua comprensione) mi sono imbattuta in un giornale radio che in conclusione ha riportato la (nella loro intenzione) simpatica notiziola del custode dello zoo di nonsodove che è stato aggredito (udite udite) da un panda.
Forse a causa del caldo, o forse in vista del terribile pomeriggio lavorativo che mi aspettava, i miei pensieri si sono irranciditi su varie considerazioni. La prima è che non se ne può più di telegiornali o radiogiornali che riportano in conclusione la notizia sull’animale sfigato. E l’orso che si è perso, e il lupo che vaga sull’Appennino, e la foca monaca che si estingue, e il gatto abbandonato che torna a casa dopo due anni, e il cane che muore di crepacuore sulla tomba del padrone, e il balenottero che si arena sulla spiaggia. Essù basta: anche a nome degli animali si serie B, quelli poco carini e quindi meno notiziabili, o quelli veramente sfigati, tipo il pollo con l’aviaria.
Ma in realtà in questo caso, più che l’animale, sfigato è stato il custode azzannato dal panda. E allora la seconda considerazione è stata: ma vogliamo finirla di imbrigliare gli animali selvatici nel ruolo di innocui e melensi peluche? Anche a me piacciono molto i trudini, ma riesco a concepire che l’animale vero è altra cosa. Ma cosa ci si aspetta da un panda, oltre che campeggi innocuo e melenso appunto sullo stemma del wwf? Ma davvero non sapevate che ha i denti e persino le unghie grazie alle quali il povero custode si è ritrovato con un centinaio di punti di sutura? Il giornalista (?) ha concluso il pezzo ricordando che tempo fa un altro panda nello zoo di Pechino aveva aggredito “un turista ubriaco che cercava di abbracciarlo”.
Non so voi, ma in questo caso io sono pienamente dalla parte del panda.
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categoria : fuori come va





domenica, 05 agosto 2007

Avete presente i famigeranti gitanti delle partenze intelligenti, quelli che spesso si incontrano in strada alla guida di utilitarie stracolme di bambini urlanti piante di basilico racchette da tennis pinne pupazzi di peluche mogli paffute sudate e disperate? Sì, quelli alla vista dei quali lei di solito dice a lui "tesoro se diventiamo così ti lascio" e lui replica "amore siamo d'accordo nel non avere bambini vero?".
Bene. Quello che non avevo considerato, nell'accettare un turno di lavoro in un afoso sabato pomeriggio di agosto, è che i gitanti delle partenze intelligenti prima di imboccare l'autostrada alla volta delle agognate vacanze chiamano il numero verde e chiedono se trovano un punto blu aperto alle quattro del mattino per fare il telepass. Non solo: si indispettiscono pure quando rispondi che il punto blu di domenica è chiuso e comunque normalmente apre alle otto. Chiedono, con l'isteria tipicamente vacanziera che già trapela nella voce, come possono fare ad avere il telepass, allora. (Come deve fare signora? Fa senza. Come l'estate scorsa. L'estate prossima ci pensi almeno ventiquattr'ore prima di partire, miseria.)
La variante evoluta del gitante delle partenze intelligenti è quello che parte con la roulotte ma chiama per premurarsi del fatto che utilizzando il telepass la barriera non gli tranci a metà la roulotte stessa. Pensi a uno scherzo, ma il cliente insiste. Per pura curiosità antropologica chiedi perché mai pensi che passando con la roulotte la sbarra debba ricadergli addosso. Il cliente spiega che il telepass lo utilizza di norma solo sull’auto, quindi la sbarra non sa che dietro c’è la roulotte. Spieghi al cliente che esistono i sensori. Il cliente non è convinto. Accenni al cliente che anche i tir prendono l’autostrada e sono normalmente più lunghi di una roulotte. Il cliente si illumina, è rincuorato, ti ringrazia. E tu resti lì a chiederti che cosa hai fatto di male nella vita per ritrovarti con un lavoraccio del genere.
e' passato per la testa di spikette
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categoria : fuori come va, noi flessibili