Giorni un po’ girovaghi con mamma e papà che sono venuti a trovarci.
Tra Roma e la Costiera.
Scialatielli allo scoglio. Grigliate di pesce. Troppo limoncello.
Decine (decine decine decine) di partite a burraco.
Decine (decine decine decine) di sconfitte a burraco.
(F. gioca malissimo).
(Naturalmente, F. sostiene lo stesso di me).
E poi, l’inevitabile.
La mamma, come si conviene probabilmente a una insegnante elementare, adora la civiltà etrusca.
Non i Greci.
Non i Romani.
Gli Etruschi.
I noiosissimi Etruschi.
La mamma per anni ha trascinato me e mia sorella, da piccole, a vedere qualunque sorta di cianfrusaglia di coccio etrusco. Per tacer delle spille etrusche, delle cinture etrusche, dei medaglioni etruschi che lei datava infallibilmente sulla base di particolari inafferrabili che si ostinava ad indicarci oltre il vetro della teca. Per tacer, soprattutto, delle necropoli etrusche con le tombe etrusche tra le quali si annidava il famigerato tumulo (etrusco) con cippo a cipolla (etrusca).
Io e mia sorella li odiamo, gli Etruschi.
Non ci sono stati risparmiati né il Museo Archeologico di Bologna né Marzabotto né Volterra.
Mancava, per fortunate circostanze logistiche, Cerveteri.
E io lo sapevo, lo sapevo che la mamma, in pensione ma mai doma, giunta in visita a Roma avrebbe chiesto quanto era lontana Cerveteri.
E mi sono detta, massì.
In fondo, sarà un po’ come quando andavamo in gita tutti insieme.
Quello che non avevo considerato, e che onestamente non avrei mai potuto immaginare, è che a Cerveteri mi attendeva ben più del famigerato cippo a cipolla.
Ci sono le tombe.
E fin qui, voglio dire, d’accordo: è una necropoli, non mi aspettavo le giostre e lo zucchero filato.
Ma le tombe sono enormi.
Umide.
Buie.
E si entra dentro le tombe.
Ci si entra
dentro.
Si scende
sottoterra, dentro le tombe.
Le tombe, proprio le tombe dove c’erano i
morti.
Morti etruschi, ma pur sempre morti.
La mamma, in deliquio, notava architravi e fregi e affreschi, raccontava usanze del culto dei morti e altre piacevoli amenità.
Io, agghiacciata, continuavo a ripetermi s o n o d e n t r o a u n a t o m b a.
E pensavo a Edgar Allan Poe.
E pensavo agli zombie che escono dalla terra in
Grave.
E pensavo a Dracula nella bara.
E pensavo (non ridete) ai cadaveri putrefatti con il falcetto in mano de
La Mummia.
(Sì: sono l’unico essere umano che non ha dormito dopo aver visto tale orrido, risibile blockbuster).
(Il fatto è che gli egizi mi terrorizzanno da quando ero piccola).
(Tutta colpa di
Yul Brynner).
(Ma questa è un’altra storia).
In una tomba in particolare, quella detta del Pozzo, ho creduto di svenire.
I miei, con F., sono spariti dietro la curva dello strettissimo corridoio che stavamo percorrendo, mentre io mi attardavo sulla constatazione che sono molto probabilmente, e a sorpresa, claustrofobica. Mi sono distratta un attimo e non li ho visti più. Davanti a me il cunicolo. Dietro di me il cunicolo. Ho cominciato a urlare o d d i o o d d i o d o v e s i e t e n o n l a s c i a t e m i q u i d a s o l a a a r g h.
Mi hanno aspettato, abbiamo raggiunto l’ultima stanza. La mamma disquisiva estasiata della disposizione degli elementi architettonici, papà apprezzava la mirabile solidità della costruzione, F. mi ha chiamato divertito perché eravamo talmente sottoterra che si vedeva il pozzo da sotto.
Così, alla rassegna mentale cinematografica e lettararia ho potuto aggiungere
The Ring.
La pelle d’oca mi è partita dal tallone fino alla punta dei capelli.
Nelle tombe successive non sono più entrata.
Sono rimasta fuori, impavida, sudata e con la tremarella, a fissare gli alberi e gli arbusti che crescono sulle tombe e a ripetere mentalmente la storia del re e del verme e del pesce, dall’Amleto.
Poi ho pensato che, nonostante avessi perfino i pantaloni con le tasche, non ero mai stata così poco Buffy in vita mia.
(Miseriaccia).