mercoledì, 26 settembre 2007

E’ che, in fondo, dentro ce l’abbiamo un po’ tutte, la casalinga disperata.
Oh, non disperata a tempo pieno: a volte qualche soddisfazione c’è.
Alla faccia del femminismo e della nostra sana indignazione per le pubblicità che mostrano donne felici (felici, felici, felici) in mezzo al bucato accecante appena steso, alzi la mano chi non è contenta di infilarsi nell’accappatoio dopo la doccia e annusare il profumo dell’ammorbidente che abbiamo portato a casa trionfanti dagli scaffali del giesse e che ci è costato quell’euro in più.
E … beh, adesso non mi vengono in mente altre soddisfazioni casalinghe, ma sicuramente ci sono.
O forse nel mio caso non ci sono perché sono una casalinga serenamente inetta.
Sarà che sono reduce dalla visita della mamma ed è stato strano sentirla chiedere, mentre apparecchiavamo, “nì, dove tieni la tovaglia?”. Mi ha fatto pensare che in fondo questa è la prima volta che mi trovo completamente da sola a stare dietro a una casa mia. Ma soprattutto, scrutare di soppiatto la sua espressione alla mia risposta mi ha fatto pensare che sicuramente nella mia cucina esiste un luogo più adeguato per riporre la mia tovaglia, ma io non lo vedo. La mamma l’ha sicuramente visto. Mia sorella lo vedrebbe. Ma io, inetta, no.
Il fatto è che, inetta o meno, c’è sempre una casalinga più brava di te.
L’inarrivabile mamma, per forza di cose. Che sa come si rimuovono le diverse tipologie di macchie dalle diverse tipologie di tessuto (io vado di bioshout su tutto, e non funziona sempre), che sa quale ingrediente segreto aggiungere a qualsiasi intingolo, che è capace di alzarsi alle sei del mattino e farti trovare l’intero guardaroba stirato quando tu sei a malapena pronta a prendere il caffè.
Nel mio caso, anche la sorella. Che sa fare la sfoglia (non ridete: per un’emiliana è questione vitale, la nonna sostiene che non è -geneticamente?- possibile che io non sappia fare le tagliatelle e prevede, temo, di disconoscermi) e l’arrosto (a me non viene: o si brucia di fuori e resta crudo dentro, o cuoce interamente ma è duro come un sasso e desolatamente insipido), sa cucire (io no: neanche i bottoni) e addirittura smontare/rimontare vari pezzi del mobilio di casa (io qualche volta ho provato a piantare un chiodo nella parete per appendere un quadretto e ho immediatamente centrato la colonna portante di cemento armato, facendo molto ridere / molto arrabbiare il mio papà).
Non vi dico quando mamma e sorella si ritrovano insieme e discutono dell’opportunità di preparare il ragù e conservarlo in freezer suddiviso in pratici vasetti. Io in freezer ho a malapena i bastoncini di pesce. E qualche vasetto di ragù donato dalla mamma. Hanno cercato di spiegarmi quanto è comodo avere sempre di scorta qualcosa di pronto, fatto in casa e congelato, per le sere in cui rientri tardi. E’ vero: ma è comodo anche il panino del mac, o la pizza d’asporto, o il ristorante indiano. Se proprio proprio, i quattro salti in padella.
Alle casalinghe perfette si è aggiunta di recente la cognata. Che mi spiegava, tempo fa, che d’estate prepara e congela le diverse verdure dell’orto (del suo orto) in modo da non dovere comprare, d’inverno, gli insipidi e costosissimi ortaggi del supermercato. Nell’occasione mi ha anche fatto dono di un’enorme quantità di verdura tra insalata, pomodori, melanzane e fagiolini. Dell’insalata e dei pomodori si è adeguatamente e felicemente fruito; delle melanzane anche seppur con maggiori difficoltà; sui fagiolini ho desistito. Tutto questo in base a una mia rigida ripartizione mentale degli ortaggi tra user friendly e non. Ci sono anche delle scale: i pomodori sono molto user friendly, l’insalata meno perché va lavata e centrifugata e riposta nell’apposita cassettina e consumata velocemente altrimenti annerisce. Le melanzane, per via della necessità di cospargerle di sale e far fare l’acqua e tutta quella storia lì, sono pochissimo user friendly. I fagiolini non lo sono per niente, invece. Non riesco mai a pulirli e non ho idea di come utilizzarli. Ragion per cui, i fagiolini donati da mia cognata sono stati riposti in una vaschetta ermetica in attesa di ispirazione. L’ispirazione non è arrivata. I fagiolini li ho rivisti qualche tempo fa: galleggiavano in un liquido nerastro ed erano cosparsi di isolotti di muffa. Ho salvato solo la vaschetta.
Nonostante tutto, incredibilmente, F. si dice casalingamente felice e non ha mai minacciato di tornare da mammà. Ogni casalinga inetta ha il suo segreto: io ho scoperto che è molto più facile cucinare le fajitas e preparare margarita che fare la sfoglia. E, per il momento, funziona.
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domenica, 23 settembre 2007

Interrompo lo studio che oggi non mi è congeniale.
La casa è quieta.
Perfino Rufus il terribile dorme, dopo una appassionante mattina di agguati ai cuscini del divano.
Solo, di tanto in tanto, il boato semi-umano dei vicini che, immagino, stanno seguendo la Roma.
L’Amò mi delizia dall’Olimpico con sms a raffica in cui inneggia al Capitano.
(State pensando a quella scena de I mostri in cui a Gassman sta a veni’ lo sturbo?)
(Anche io)
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sabato, 22 settembre 2007

A volte il lavoro è flessibile anche per i datori di.
Nell’azienducola in outsourcing in cui lavoro s’è perso l’appalto con la società A.
Pare. Un amico che lavora come ufficio stampa nel mondo sindacale si è stupito al pensiero di quanto evidentemente lavorassimo male, per arrivare a perdere un appalto con una società che, privatizzata o meno, è ancora profondamente monopolistica e statale nell’impostazione.
Tant’è. Ieri ero in turno e (in attesa di cominciare la formazione per un altro orrido servizio in outsourcing per non so quale banca) sono stata messa a fare ricerche di numeri di telefono sulle pagine bianche, a partire da uno sconfinato file excel di cognome nome e indirizzo, diviso per regioni. Cerco di prenderla con un minimo di spirito. Il destino mi riserva la Campania. Il primo nominativo abita a Napoli in via Gemito. Mi rivolgo alla collega che mi sta facendo formazione sulla delicata attività e dico: “Beh, almeno cominciamo con un indirizzo letterario, magari è un buon segno”. Mi guarda con occhi vitrei. “Via Gemito, dico”. Espressione assente, come si addice probabilmente a un lavoratore talmente precario da aver perso perfino un servizio in outsourcing. “Via Gemito, è il titolo di un libro di Starnone”. “Ah”, fa lei. Tace. Taccio.
Mi mostra la complicata maschera di ricerca delle pagine bianche.
Fingo di ascoltare.
Fingo di non avere una laurea.
Fingo di non essere lì.
Con il secondo nominativo, sempre a Napoli, pagine bianche trova 168 utenti. Nessuno però all’indirizzo del file. La collega mi spiega che le indicazioni sono di prendere nota del numero di telefono anche se l’indirizzo non corrisponde perché è possibile che il cliente si sia trasferito. Faccio presente che potrebbero tranquillamente essere, dato il cognome e il nome estremamente comuni, 168 omonimi, e che comunque non c'è nessun criterio per stabilire quale numero di telefono scegliere tra i tanti. La collega mi riferisce che in questo caso l’indicazione è quella di riportare il numero di telefono relativo all’indirizzo più vicino perché è possibile che si tratti di parenti. Evidentemente il concetto di omonimia non attacca.
Mi arrendo.
Eseguo le indicazioni.
Il lavoro nobilita l'uomo.
Già.
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venerdì, 21 settembre 2007

[comunicazione di servizio]

Per solidarietà verso 914 dipendenti Vodafone VENDUTI ad altra società SABATO 22 SETTEMBRE alle 16:30 spegni il cellulare per dieci minuti.

[e, se puoi, passaparola]
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martedì, 18 settembre 2007

[scrivo di corsa, senza filtri e con molta incazzatura in corpo, visto che la cosa riguarda il mio ex lavoro #1 nonché decine di miei ex colleghi ed amici, oltre al mio ragazzo]
Mi colpisce da sempre la bizzarra capacità di indignazione delle persone che abitano questo sciagurato paese. Ragazzini (ma anche adulti fatti e finiti) che protestano per la tirannia dell’obbligo di indossare il casco in moto o la cintura di sicurezza in auto, viste come regole che limitano in modo irreparabile la propria libertà personale, e non come disposizioni che non sarebbero nemmeno necessarie se si avesse un livello accettabile di sale in zucca (o quantomeno la coscienza che detta zucca, senza adeguata protezione, può facilmente fracassarsi sull’asfalto o sul parabrezza, e non è bello). Mamme e papà che protestano atterriti da film inadatti ai minori in prima serata, impegnati nella strenua difesa dei propri sensibili pargoli, ma che evidentemente non riescono nemmeno a immaginare, per i pargoli in questione, una serata non televisiva dove magari si legge un libro di favole o si gioca tutti insieme a monopoli. Orde di consumatori che protestano per le tariffe dei servizi di telefonia o della televisione a pagamento o (ne so qualcosa) del telepass, perché troppo alte o di per sé incomprensibili (?), evidentemente incapaci di comprendere che le aziende non sono delle onlus e che un servizio, in quanto tale, è qualcosa di cui si sceglie di usufruire sostenendone il costo: analogamente, mi viene da dire, al pane che si acquista dal fornaio o alla carne che si acquista dal macellaio. Non si sono mai visti consumatori che entrano in un forno e pretendono rosette gratis: almeno non dai tempi dei Promessi Sposi, ma quella è un’altra storia. (E’ chiaro che anche l’inflazione è un’altra storia, e ben più complessa, di cui si dovrebbe discutere seriamente senza fare i masanielli).
Orbene, in questo paese ci si indigna. Ma solo per ciò che tocca il proprio portafogli o la propria comodità di vivere senza troppi pensieri. Certo, notizie come questa lasciano indifferenti. L’importante è che siano stati aboliti i costi di ricarica e che i ragazzini non paghino nemmeno un centesimo di più per i propri sms.
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giovedì, 13 settembre 2007

Giuro, io VORREI TANTO stirare.
E' che mi dispiace spostare il gatto.


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mercoledì, 12 settembre 2007

Non mi sono mai piaciuti i reality.
Lo so, adesso è troppo facile dirlo, con le schifezze immonde che programmano, ma giuro che non li ho mai mai guardati, anche in tempi non sospetti.
Ho trovato gradevole, per qualche tempo, Chef per un giorno, ma alla lunga è piuttosto ripetitivo.
Ho trovato simpatico (e corroborante rispetto all’intenzione di astenersi dall’avere figli) Sos Tata, ma tutto sommato finisce con il risultare un po’ irritante con queste tate-mary-poppins-so-tutto-io-la-vita-è-meravigliosa. Anche perché alla fine ai disgraziati genitori basterebbe il minimo sindacale di sale in zucca: non mi pare che occorra la puericultrice per capire che il simpatico pargolo non può giocare al wrestling tentando di strozzare il fratellino più piccolo che già sta diventando cianotico o che la giovine pulzella non può passare l’intero pomeriggio davanti alla televisione a guardare spazzatura senza fare i compiti e senza mai vedere il mondo esterno.
Insomma, decisamente non mi piacciono i reality.
C’è un’eccezione, che è Cambio moglie.
Lo trovo brioso, intelligente e garbato.
L’edizione italiana, intendo: quella statunitense - che non si sa perché fox life si ostina a mandare in onda - è raccapricciante. Volgare e chiassoso come quasi tutti gli sciagurati protagonisti.
Il programma italiano invece è simpatico e gradevole.
Aiuta senz’altro la scelta stilistica della voce off che commenta con tono leggero e divertito, ma trovo che ci sia anche un bel lavoro di redazione nel mettere a confronto coppie e famiglie che provengono da abitudini e stili di vita spesso sottilmente diversi, e spesso radicati in contesti culturali tipicamente nostri. Certo c’è un minimo di stereotipo. Ma non eccessivo.
Sta andando in onda la quarta stagione e proprio qualche giorno fa mi sono imbattuta nella puntata in cui una ragazza milanese di origine etiope faceva cambio famiglia con una ragazza palermitana.
La puntata ruotava fondamentalmente intorno al fatto che il marito palermitano, un neofascista dichiarato (s p a v e n t o s o), si ritrovava con una nuova moglie straniera. Si avvertiva a tratti il fatto che gli autori avessero voluto calcare la mano sul razzismo di lui (anzi, alcune scene sono state visibilmente e malamente recitate) ma non c’è dubbio sull’estrazione culturale (si fa per dire) del giovanotto in questione. Eppure io sono rimasta colpita, più che altro, dalla moglie palermitana. Una ragazza giovane, di trentuno anni, che fa la casalinga e non può uscire di casa da sola perché il marito non gradisce. Racconta, la fanciulla, ridendo (permettetemi!) come una povera scema, che il marito le ha vietato di incontrare non so quali amici e che, nell’unico momento di libertà che le è concesso, cioè la palestra, la assilla continuamente con messaggi e telefonate con cui sollecita il suo rientro. Il marito, al ritorno dal lavoro, ispeziona la casa per valutarne lo stato e per giudicare la qualità delle pulizie di lei. Il marito non apparecchia la tavola perché lo fanno le donne.
In Italia, oggi.
E non mi meraviglio del fatto che esista ancora un tale buzzurro: mi meraviglio che esista una donna che se l’è sposato, e che se lo tiene stretto, e che addirittura si lusinga per la segregazione in cui lui la tiene interpretandola come una manifestazione di amore, forse anche un segno di passione.
Se questo quadretto fosse ambientato negli anni Cinquanta, tutto sommato sarebbe comprensibile. Non accettabile, ma comprensibile. Altri tempi, altri problemi, altra cultura. Non c’era il divorzio, ma soprattutto non c’erano (almeno non così largamente disponibili) altri modelli di comportamento a cui riferirsi.
Ma oggi! Oggi!
Ragazza mia: studia, o almeno leggi un libro, vai al cinema, o se proprio (se proprio proprio proprio) accendi la tivù.
Per te persino le veline potrebbero essere un’epifania.
(…)
(Santo cielo, che tocca dire…)
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lunedì, 10 settembre 2007

Giorni un po’ girovaghi con mamma e papà che sono venuti a trovarci.
Tra Roma e la Costiera.
Scialatielli allo scoglio. Grigliate di pesce. Troppo limoncello.
Decine (decine decine decine) di partite a burraco.
Decine (decine decine decine) di sconfitte a burraco.
(F. gioca malissimo).
(Naturalmente, F. sostiene lo stesso di me).
E poi, l’inevitabile.
La mamma, come si conviene probabilmente a una insegnante elementare, adora la civiltà etrusca.
Non i Greci.
Non i Romani.
Gli Etruschi.
I noiosissimi Etruschi.
La mamma per anni ha trascinato me e mia sorella, da piccole, a vedere qualunque sorta di cianfrusaglia di coccio etrusco. Per tacer delle spille etrusche, delle cinture etrusche, dei medaglioni etruschi che lei datava infallibilmente sulla base di particolari inafferrabili che si ostinava ad indicarci oltre il vetro della teca. Per tacer, soprattutto, delle necropoli etrusche con le tombe etrusche tra le quali si annidava il famigerato tumulo (etrusco) con cippo a cipolla (etrusca).
Io e mia sorella li odiamo, gli Etruschi.
Non ci sono stati risparmiati né il Museo Archeologico di Bologna né Marzabotto né Volterra.
Mancava, per fortunate circostanze logistiche, Cerveteri.
E io lo sapevo, lo sapevo che la mamma, in pensione ma mai doma, giunta in visita a Roma avrebbe chiesto quanto era lontana Cerveteri.
E mi sono detta, massì.
In fondo, sarà un po’ come quando andavamo in gita tutti insieme.
Quello che non avevo considerato, e che onestamente non avrei mai potuto immaginare, è che a Cerveteri mi attendeva ben più del famigerato cippo a cipolla.
Ci sono le tombe.
E fin qui, voglio dire, d’accordo: è una necropoli, non mi aspettavo le giostre e lo zucchero filato.
Ma le tombe sono enormi.
Umide.
Buie.
E si entra dentro le tombe.
Ci si entra dentro.
Si scende sottoterra, dentro le tombe.
Le tombe, proprio le tombe dove c’erano i morti.
Morti etruschi, ma pur sempre morti.
La mamma, in deliquio, notava architravi e fregi e affreschi, raccontava usanze del culto dei morti e altre piacevoli amenità.
Io, agghiacciata, continuavo a ripetermi s o n o d e n t r o a u n a t o m b a.
E pensavo a Edgar Allan Poe.
E pensavo agli zombie che escono dalla terra in Grave.
E pensavo a Dracula nella bara.
E pensavo (non ridete) ai cadaveri putrefatti con il falcetto in mano de La Mummia.
(Sì: sono l’unico essere umano che non ha dormito dopo aver visto tale orrido, risibile blockbuster).
(Il fatto è che gli egizi mi terrorizzanno da quando ero piccola).
(Tutta colpa di Yul Brynner).
(Ma questa è un’altra storia).
In una tomba in particolare, quella detta del Pozzo, ho creduto di svenire.
I miei, con F., sono spariti dietro la curva dello strettissimo corridoio che stavamo percorrendo, mentre io mi attardavo sulla constatazione che sono molto probabilmente, e a sorpresa, claustrofobica. Mi sono distratta un attimo e non li ho visti più. Davanti a me il cunicolo. Dietro di me il cunicolo. Ho cominciato a urlare o d d i o o d d i o d o v e s i e t e n o n l a s c i a t e m i q u i d a s o l a a a r g h.
Mi hanno aspettato, abbiamo raggiunto l’ultima stanza. La mamma disquisiva estasiata della disposizione degli elementi architettonici, papà apprezzava la mirabile solidità della costruzione, F. mi ha chiamato divertito perché eravamo talmente sottoterra che si vedeva il pozzo da sotto.
Così, alla rassegna mentale cinematografica e lettararia ho potuto aggiungere The Ring.
La pelle d’oca mi è partita dal tallone fino alla punta dei capelli.
Nelle tombe successive non sono più entrata.
Sono rimasta fuori, impavida, sudata e con la tremarella, a fissare gli alberi e gli arbusti che crescono sulle tombe e a ripetere mentalmente la storia del re e del verme e del pesce, dall’Amleto.
Poi ho pensato che, nonostante avessi perfino i pantaloni con le tasche, non ero mai stata così poco Buffy in vita mia.
(Miseriaccia).
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martedì, 04 settembre 2007

Nel secondo giorno di mare 2005-2006-2007, capita (e ci sta davvero benissimo) la lettura di Vanity Fair. Che, a prescindere dai vacanzierismi, è sempre una bella rivista.
Mi cade l’occhio su un articolo dove una signora di “quarantuno anni portati con charme” (vorrei vedere: ne avrà mica ottanta, miseria) condivide con le sprovvedute lettrici le sue strategie per essere contemporaneamente mamma di tre pargoli e direttrice della divisione marketing di un’azienducola tipo la microsoft italia. Ora: io di pargoli non ne ho, ma nonostante questo ho virtualmente inviato a quel paese la signora di cui sopra.
Udite udite (e imparate, casalinghe frustrate e disorganizzate che non siete altro).
“Mi alzo e la prima cosa che faccio è accendere il mio pc dotato di Windows Mediacenter, un programma in grado di condensare tutte le esigenze in un unico strumento: con un solo telecomando, accedo alla posta, aziono la TV e faccio rassegna stampa su Internet. Guadagnando minuti preziosi che impiego per preparare la colazione ai bambini, giocare, parlare un po’ con loro e accompagnarli a scuola”.
Eccerto: voi, commesse dell’oviesse e dello sma, come avete fatto a non pensarci prima? Perché uscire di casa senza avere ingurgitato nemmeno una fetta biscottata, con l’occhio sfatto e il capello in rivolta, con un bambino nel passeggino e l’altro (normalmente urlante) trascinato per un braccio, correndo alla volta dell’asilo - della scuola materna - del luogo di lavoro? Non lo sapevate che la rassegna stampa potevate farla con comodo da casa mentre la domestica vi prepara cappuccino e cornetto?
“Archivio foto, filmini, musica e documenti vari sempre su Mediacenter. Così, non solo risparmio spazio, ma non devo neppure impiegare ore a scartabellare fra pile di cd o quintali di carta”.
Ma come no: voi, operatrici di telemarketing, come avete potuto vivere senza? Perché vivere la giornata divorate dall’ansia di non avere archiviato il filmino del battesimo del pargolo o di non sapere dove avete messo l’ultimo cd che potrete ascoltare in santa pace verso l’una di notte, quando avrete sfamato marito e figli, rassettato casa e stirato montagne di bucato?
“[Le vacanze] Le prenoto sempre on line tramite il mio portale preferito: www.expedia.it, che è in grado di segnalare anche le soluzioni e gli alberghi più adatti a chi viaggia con bambini piccoli. In più, spedisce il biglietti aerei direttamente a casa. Tempo risparmiato: anche un paio di giorni”.
Un paio di giorni. All’anno. E poi dite che non c’è quality time da dedicare ai pargoletti, sprovvedute, ignare commercialiste co.co.pro. Vergogna, vergogna. E a proposito di vacanze, di cosa vi lamentate? E’ vero che non avete le ferie vere e proprie perché le assenze dal lavoro non sono retribuite, ma è anche vero che potete appunto assentarvi quando volete, senza bisogno di chiedere permessi. Certo, al rientro non avrete più l’impiego, ma cosa importa? Siete andate su expedia? Avete prenotato le vacanze alle Maldive? Evviva la vita!
“Succede che qualche impegno familiare non mi permetta di essere fisicamente presente in ufficio. Come quando uno dei bimbi si ammala. In quel caso, accendo l’Adsl che mi consente di svolgere le mie funzioni da casa. Il mio pc diventa così una connessione remota all’ufficio. Se invece sono in viaggio, mi collego tramite il mio cellulare, dotato di Windows Mobile 6. Riesco a mandare e ricevere email, lo uso come agenda per organizzare i miei appuntamenti e persino come navigatore satellitare”.
Capite, insegnanti precarie, quanto siete arretrate e grezze? Perché richiedere permessi se il pargolo si ammala, quando potrete continuare a insegnare le tabelline alla vostra classe in videoconferenza? E voi, segretarie in ritardo perché il pargolo questa mattina non ne voleva sapere di infilarsi la tuta i calzini le scarpette e di andare dalla nonna, mentre filate dritte dritte verso l’ufficio sulla metro stipata di persone, cosa aspettate a mettere mano al vostro cellulare umts gps brand new per comunicare al titolare che arriverete con venti minuti di ritardo ma farete comunque in tempo a raccogliere le note spese dei dipendenti e ordinare i cestini per il pranzo e a passare all’ufficio postale per inviare quella raccomandata?
Insomma, mamme, volete abbracciare la tecnologia? Non capite che se arrancate dietro casa lavoro marito e figli è solo perché siete disorganizzate e incolte?
La vera mamma è hi-tech.
Oh yeah.
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lunedì, 03 settembre 2007

(primo dei tre post a mia disposizione entro il 30 settembre)
(trovate l'intruso)

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