La mattina dopo l’ultimo post è successo che qualcosa mi ha tradito, da dentro.
E’ successo che qualcosa ha ceduto, è successo che mi sono ritrovata sul letto della mia camera paralizzata dal dolore e dalla paura, ricoperta da sudori freddi e con la mente bloccata sulla sensazione angosciosa della trappola di male in cui stavo cadendo. Era già successo, prima. E mi aveva scosso fortemente, mi aveva fatto sentire, per la prima volta in vita mia, malata. Ma poi il tempo passa e quella sensazione svanisce, necessariamente: perché penso che non sappiamo non sentirci sani; non possiamo pensare alla malattia che come a qualcosa che è fuori, è altro, è qualcosa che non siamo noi; e quando capita, è capitata, come per caso, come per coincidenza, come per sfortuna; perché noi siamo sani, noi stiamo bene.
La seconda volta forse per questo è ancora più terribile. Perché è già successo e ti senti tradita due volte; perché non è possibile che capiti di nuovo, a te, a te che stai bene; perché a quel punto il dubbio si insinua, il dubbio che forse sì, forse c’è qualcosa che non va, nella tua carne, nella tua pancia, dentro, si annida qualcosa di orrendo, qualcosa di malato. E non ti sembra possibile, mentre ti portano di volata al pronto soccorso, che tutto fuori sia come sempre; che ci siano i pini alti e immobili contro il cielo terso, e il sole ancora caldo che fa azzurro il mare, quando tu sei in una morsa di dolore che sembra assoluta, e ti impedisce di respirare, persino di pensare; e non capisci come possa esserci qualcosa oltre quel dolore che ti riempie tutta, e ti scuote da dentro facendoti sentire un sacco di carne e viscere dolenti. Questo forse è stata la sensazione più orrenda e paralizzante: sentire il proprio corpo come la propria unica dimensione; non essere più io, non essere più una persona, ma un animale squassato dal dolore e dagli spasmi. Tutto quello che avevo visto, pensato, provato, letto, amato, vissuto, non esisteva più. Non esistevano più le persone che amo. Non esistevo più io, non esisteva più il mio spirito. Esistevano solo la carne e il sangue, e la trappola in cui tenevano me, che una volta ero una persona. Ascoltavo attonita il mio cuore che mi batteva forte dentro, propagandosi per le vene e le arterie, lo sentivo dolorosamente in testa, nei polsi, in gola. Attonita guardavo ciò che si riversava fuori di me, incredula fissavo gli sguardi degli altri, gli altri sani che stavano soccorrendo me malata, che non sentivano ciò che sentivo io, per quanto impossibile mi sembrasse. Attonita percepivo il mio corpo tremare senza che alcuna parte di me fosse in grado di fermarlo. E dopo, dopo la paura, dopo che una parte malata di me era stata tolta, portata via, dopo che il male feroce era stato diluito da qualche veleno che mi avevano messo dentro, quando ho potuto di nuovo pensare, ho pensato qualcosa che mi è sembrato terribile. Ho pensato per la prima volta che è vero che non si può rendere schiavo un essere umano nell’animo. Ma lo si può rendere schiavo nel corpo, e attraverso questo distruggere il suo animo; annullarlo, renderlo un pallido ricordo di qualcosa che non è più.
E poi succede che piano piano la vita ritorna.
Succede che la mano che stringe la tua è quella della persona che ami, che ti guarda in lacrime ma sorride. Succede che riconosci nel plaid che ti copre l’odore della tua mamma. Succede che avverti sulla fronte la mano calda e ruvida del tuo papà. Succede che qualcuno ti ha salvato e tu ti riempi di gratitudine.
Non la so scrivere, la fine di questo post.
Ma sono davvero piena di gratitudine.
Profondamente.
Grazie di cuore a chi passando di qui e non trovandomi da un po’ mi ha inviato un pensiero.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 12:34 |
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