mercoledì, 31 ottobre 2007

Dopo anni di mancata frequentazione, ieri è tornata dalle mie parti una bilancia pesapersone.
Elettronica, of course: di quelle che ti pesano a etti, come il prosciutto.
L’ultima che avevo utilizzato (da qui si desumono gli anni di mancata frequentazione, appunto) era meccanica, con l’ago che bisognava tarare, e rivestita di una raccapricciante tela a fiori molto anni Settanta.
La bilancia l’ho voluta io, più che altro perché immagino di dovermi tenere un po’ sotto controllo, dopo l’intervento, per almeno qualche mese, evitando sbalzi di peso improvvisi.
Anche perché sono dimagrita drammaticamente.
Non è stato difficile, in effetti, considerando che per sette giorni filati non ho potuto toccare cibo, e che per svariati giorni, successivamente, sono stata nutrita a minestrina.
(Sapete quanto è buona la minestrina dell’ospedale, con il formaggino da bambini sciolto, dopo sette giorni di digiuno e flebo? Mi auguro sinceramente che non lo sappiate e che non dobbiate mai sperimentarlo. Comunque, è deliziosa: roba da mettere nella guida del Gambero Rosso) (il giorno che mi hanno portato la mela cotta, poi, non vi dico che festa).
Fatto sta che c’è stata una sorpresa.
Nonostante abbia le guance scavate e due braccine secche che non mi riconosco e due gambine fiacche fiacche che non sono mai state così magre da almeno dieci anni a questa parte, la bilancia elettronica segna sessantasette chilogrammi, per un metro e settanta di altezza. Che non è proprio pochissimo.
Non ho idea di quanto pesassi prima. Evidentemente, un po’ troppo.
Mi chiedo però come è possibile che qualche tabella medica on line indichi che, per la mia età e la mia altezza, dovrei pesare cinquantanove chilogrammi. Cioè otto chili in meno. O-t-t-o.
Io sono stupita. Mi faccio già abbastanza impressione così. Non sono certo magra come certe taglie 40 che si vedono in giro, ma il mio corpo mi dà un’impressione di malato che non riesco a tollerare. Non saprei da dove togliermeli, altri otto chili.
Insomma, ci dev’essere qualcosa che non va.
Decisamente.
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martedì, 30 ottobre 2007

Oggi qui è una giornata grigia, eppure mi sento tanto bene.
Forse anche per il grigio: perché il cielo azzurro e il sole e il mare blu a fine ottobre, per una della Bassa, sono qualcosa di spiazzante. La mamma (che è rimasta qui a casa e mi coccola con ogni scusa) è estasiata dalla rigogliosa buganvillea dei vicini e dal mio Eugenio (un alberino di limone che mi è stato regalato per il compleanno) che fa addirittura i fiori.
In ottobre quasi novembre, i fiori.
Ogni volta che chiama papà, dopo il mio bollettino medico (si è tolta i punti, mangia, dorme, cammina), ci sono le news meteorologiche (la mamma ha questo debole per il meteo, non ho mai capito perché). La mamma si fa molto invidiare per il sole e il fatto di indossare le mezze maniche, mentre papà, nella casa a Monghidoro, ha acceso il camino e tiene in casa la gatta Birba perché fa freddo.
Invece oggi è grigio e lei, al telefono con papà, ha detto che è una brutta giornata, e che il micio Rufus non è voluto uscire in terrazzo.
Mentre io mi sento molto a casa. Ci vorrebbe un po’ di nebbia, anche.
Ma forse sto bene perché sto bene.

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venerdì, 26 ottobre 2007

La mattina dopo l’ultimo post è successo che qualcosa mi ha tradito, da dentro.
E’ successo che qualcosa ha ceduto, è successo che mi sono ritrovata sul letto della mia camera paralizzata dal dolore e dalla paura, ricoperta da sudori freddi e con la mente bloccata sulla sensazione angosciosa della trappola di male in cui stavo cadendo. Era già successo, prima. E mi aveva scosso fortemente, mi aveva fatto sentire, per la prima volta in vita mia, malata. Ma poi il tempo passa e quella sensazione svanisce, necessariamente: perché penso che non sappiamo non sentirci sani; non possiamo pensare alla malattia che come a qualcosa che è fuori, è altro, è qualcosa che non siamo noi; e quando capita, è capitata, come per caso, come per coincidenza, come per sfortuna; perché noi siamo sani, noi stiamo bene.
La seconda volta forse per questo è ancora più terribile. Perché è già successo e ti senti tradita due volte; perché non è possibile che capiti di nuovo, a te, a te che stai bene; perché a quel punto il dubbio si insinua, il dubbio che forse sì, forse c’è qualcosa che non va, nella tua carne, nella tua pancia, dentro, si annida qualcosa di orrendo, qualcosa di malato. E non ti sembra possibile, mentre ti portano di volata al pronto soccorso, che tutto fuori sia come sempre; che ci siano i pini alti e immobili contro il cielo terso, e il sole ancora caldo che fa azzurro il mare, quando tu sei in una morsa di dolore che sembra assoluta, e ti impedisce di respirare, persino di pensare; e non capisci come possa esserci qualcosa oltre quel dolore che ti riempie tutta, e ti scuote da dentro facendoti sentire un sacco di carne e viscere dolenti. Questo forse è stata la sensazione più orrenda e paralizzante: sentire il proprio corpo come la propria unica dimensione; non essere più io, non essere più una persona, ma un animale squassato dal dolore e dagli spasmi. Tutto quello che avevo visto, pensato, provato, letto, amato, vissuto, non esisteva più. Non esistevano più le persone che amo. Non esistevo più io, non esisteva più il mio spirito. Esistevano solo la carne e il sangue, e la trappola in cui tenevano me, che una volta ero una persona. Ascoltavo attonita il mio cuore che mi batteva forte dentro, propagandosi per le vene e le arterie, lo sentivo dolorosamente in testa, nei polsi, in gola. Attonita guardavo ciò che si riversava fuori di me, incredula fissavo gli sguardi degli altri, gli altri sani che stavano soccorrendo me malata, che non sentivano ciò che sentivo io, per quanto impossibile mi sembrasse. Attonita percepivo il mio corpo tremare senza che alcuna parte di me fosse in grado di fermarlo. E dopo, dopo la paura, dopo che una parte malata di me era stata tolta, portata via, dopo che il male feroce era stato diluito da qualche veleno che mi avevano messo dentro, quando ho potuto di nuovo pensare, ho pensato qualcosa che mi è sembrato terribile. Ho pensato per la prima volta che è vero che non si può rendere schiavo un essere umano nell’animo. Ma lo si può rendere schiavo nel corpo, e attraverso questo distruggere il suo animo; annullarlo, renderlo un pallido ricordo di qualcosa che non è più.
E poi succede che piano piano la vita ritorna.
Succede che la mano che stringe la tua è quella della persona che ami, che ti guarda in lacrime ma sorride. Succede che riconosci nel plaid che ti copre l’odore della tua mamma. Succede che avverti sulla fronte la mano calda e ruvida del tuo papà. Succede che qualcuno ti ha salvato e tu ti riempi di gratitudine.

Non la so scrivere, la fine di questo post.
Ma sono davvero piena di gratitudine.
Profondamente.

Grazie di cuore a chi passando di qui e non trovandomi da un po’ mi ha inviato un pensiero.
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lunedì, 15 ottobre 2007

Ho saputo solo adesso.
Mi dispiace moltissimo, più di quanto so dire.
E non so dire niente che abbia senso.
Ciao Laura.
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venerdì, 12 ottobre 2007

Tremate tremate.
Visto che sembra che stia arrivando finalmente l'autunno quello vero (che ne ho fin sopra le orecchie di questo caldo e di queste zanzare) (voglio mettere via le maniche corte e tutti i vestitini tragicamente corti e/o aderenti dell'estate) (c'è gente che gira ancora per Roma in sandali e canottiera) (a metà ottobre, in-sandali-e-canottiera) (mentre io da settimane lucido gli stivali con la compulsività di un serial killer), sfodererò a breve la shopping bag in velluto di Hello Kitty che mi ha regalato la Mati per il compleanno.
La Mati ha nove anni.
Io sono sensibilmente più vecchia ma non è che la mia età sia stampigliata sulla borsa.
Né su altre parti della mia persona.
E quindi.
Tremate tremate.
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giovedì, 11 ottobre 2007

Voi non lo sapete (ancora), ma c’è stata la puntata numero quattro.
Ebbene sì, a sorpresa (ma neanche tanto), domenica scorsa quando i miei anni sono diventati trentuno (sshh).
(Ho scollinato, ansia e paura e pensieri assortiti, e un nuovo antirughe per il contorno occhi che penso di riuscire a mettere con maggiore assiduità dato il pratico roll-on) (che non l’avevo ancora visto, il roll-on per l’antirughe) (i precedenti due flaconcini per il contorno occhi sono stati gettati causa inutilizzo: uno era anche diventato sinistramente giallognolo) (ma con il roll-on, e con l’angustia per la nuova decade della mia vita che avanza, posso farcela).

[rewind]

La puntata numero quattro, dicevo, è stato il prevedibile e purtuttavia sempre stramaledetto sms di auguri. Scritto da carogna con l’evidente palpabile ignobile scopo di farmi sentire una bestia cattiva in caso di mancata risposta. E io ho risposto. Dopo qualche ora, così, per non rinunciare del tutto all’acidume. Ho risposto con un angolino appena del cervello, e senz’altro senza alcun pezzettino di cuore. Ma qualcosa mi ha colpito. E ha probabilmente originato la decisione di rispondere, seppur freddamente.
Il maledetto sms di auguri cominciava con ovunque tu sia.
L’ho scritto anche io. A un’altra persona.
Una coincidenza anche sciocca, data la sconcertante banalità dell'espressione (ex) amorosa.
Ma mi ha fatto pensare.
E' stato sottilmente doloroso pensare che io sono forse per lui ciò che un’altra persona è per me.
Un rimorso e un rimpianto.
In quantità variabile.

[Il pensiero correlato - ammettiamolo - è. Chissà se il mio ovunque sei a lui (l'altro) ha sortito lo stesso effetto. Di fastidio. Di malessere. Di sostanziale indifferenza. Probabilmente sì e mi sta bene. Ma anche, sono troppo vecchia per pensare a queste cose. E poi avevo impugnato il saldatore. Bona lé.]
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categoria : maledetti sms





martedì, 09 ottobre 2007

Sono reduce dalla prova intermedia del master, dove si è scritto (superficialmente, a dire il vero) del linguaggio della fiction e del confronto con la tecnica cinematografica. Sinteticamente avrei potuto scrivere che, per esempio, ieri sera un telespettatore che avesse fatto zapping da Fox a Rai Uno avrebbe creato idealmente un frammento comico di Blob.
Ma l'avete (intra)visto, Ettore Bassi con la parrucchetta in mezzo ai frati che applaudivano?
Io intra. Poi ho riso e sono tornata su Fox a gustarmi la pubblicità in attesa di Lost.


Update: a Tv Talk di oggi 13 ottobre se n'è parlato, di Chiara e Francesco.
Perché ha viaggiato sul 30% di share; perché è un prodotto esportabile all'estero (e chi se lo compra? i greci??) (questa è per chi ha visto e adorato Boris); perché "l'hanno guardato anche i laureati".
Sarà: ma la mia mamma, che laureata non è, mi ha detto che dopo aver visto la parrucchetta e l'espressione facciale sottostante, Ettore Bassi non le piace più tanto. Meglio che torni a fare il carabiniere. La divisa dona molto, a tutti. Il saio, meno.
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domenica, 07 ottobre 2007

(a proposito della manifestazione, qualche foto)







(le altre, qui)
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categoria : fuori come va, noi flessibili, effe ed io





sabato, 06 ottobre 2007

Ottimismo è aver pagato ogni mese l’abbonamento atac anche quando non c’erano i tornelli e l’ottanta per cento della popolazione romana e ospite viaggiava in metro senza biglietto.

Felicità è salire su un trenino della Roma-Lido nuovissimo, pulito e con l’aria condizionata.

Realismo è rendersi conto che il trenino al ritorno è vecchio, sporco e sgangherato as usual.
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giovedì, 04 ottobre 2007

[post sconclusionato che però dovevo scrivere]

Da quando ho letto questo commento a questo post, rimugino.
Soprattutto a proposito di quanto è stata bassa la mia mangiatoia, anche se è un’espressione che non conoscevo. Rimugino guardando la quantità industriale di provviste con le quali sono tornata dalla casa dei miei genitori, con i quali occorre ogni volta discutere per spiegare che no, non abbiamo bisogno di nulla, che sì, siamo abbastanza a posto, che no, non voglio che mi regalino una giacca nuova perché quella dell’anno scorso va ancora benissimo, che sì, riusciamo (almeno per il momento) a pagare l’affitto senza fare la fame, che sì, è vero che ho detto che non ho le fruste elettriche per montare la panna ma non voglio che me le compri mamma, anche perché se proprio non posso permettermele farò senza, visto che la panna non è elemento fondante della nostra alimentazione. E nonostante questo, come dicevo, si torna sempre da Bologna (ma anche da Avellino) con il baule carico di provviste di ogni genere. Perché se riesci a bloccare mamma sulla soglia del negozio di elettrodomestici, non puoi impedirle senza essere scortese e ingrata di regalarti delle patate. O della conserva di pomodoro. O del miele. O il vino che fa papà. O le delizie congelate e invaschettate di cui si è detto.

Io penso di averla avuta bassa, la mangiatoia.

Mentre studiavo all’università non ho lavorato.
Cioè sì, ho avuto in un paio di occasioni un “lavoro” come autrice di un programma televisivo. Che era naturalmente (molto) ben retribuito, tanto che il guadagno mi ha fatto da serbatoio per pagarmi da sola almeno le tasse universitarie degli ultimi tre anni di corso. Ma per il resto (vitto, alloggio, vestiti, oculista and Co.) ci hanno sempre pensato mamma e papà. Che sostenevano che studiare è già un lavoro, se fatto con coscienza, e non volevano che mi dedicassi ad altro. Peraltro, sono sempre stata così ansiosa rispetto allo studio che mi preparavo maniacalmente anche per gli esami più semplici, tanto che nonostante tutto non ho finito in corso.

La laurea però me la ero imposta come limite.
Tutto quello che ho fatto dopo (un inutile e inutilmente dispendioso corso professionale a Pisa, un paio di corsi alla Holden, il master che sto frequentando adesso) l’ho affrontato più o meno con le mie forze, lavorando negli orridi call center di cui sapete.

Eppure credo che la mangiatoia sia rimasta bassa, perché avevo (e ho tuttora) le spalle coperte. Coperte dai sacrifici che hanno fatto i miei e dal loro mutuo che ha garantito a me almeno una casa.
Allontanarsi di quattrocento chilometri è stata in parte una reazione.
Poco furba, probabilmente, visti i tempi, ma necessaria.
Perché nonostante tutto, nonostante i miei tentativi di farcela da sola, nonostante aver lavorato cocciutamente per un anno e mezzo con un contratto infame e uno stipendio da fame (memorabile, tra l’altro, la lite con la mamma che non voleva che accettassi quell’impiego perché a quaranta chilometri da casa, quaranta chilometri da affrontare con la nebbia, e dalle mie parti sulla nebbia non si scherza), nonostante tutto, sì, continuavo a sentirmi una bambina viziata.

Mi sento viziata ancora adesso, quando mi guardo attorno e penso che se mai dovesse andare tutto male, se mai non arrivassi alla fine del mese, basterebbe una telefonata per avere aiuto.

Questa è la mia storia che naturalmente è diversa da quella di chiunque altro.
Le generalizzazioni non servono e probabilmente è vero che le generazioni non esistono.
Però Roquentin non ha torto.
Così come non aveva torto Giulia in questo bel post.

Noi trentenni possiamo essere stati più o meno privilegiati, ma ci contraddistingue l’incapacità di un sentire comune. Non parliamo poi dell’agire. Abbiamo scelto di restare soli, di badare al nostro. Non parlo di scendere in piazza, ma anche di questioni molto più piccole, molto più affrontabili.

Il contratto a progetto è un abominio. E va bene. Ma c’è un altro lato della medaglia, qualcosa che potremmo usare a nostro vantaggio. Non siamo dipendenti, non siamo tenuti a comportarci come tali. Leggeteli, miseria, i contratti che firmate.

Nell’azienducola nella quale sono finita, come ho già raccontato(*), siamo stati regolarizzati a scaglioni e solo quando la legge lo ha imposto. Ma c’era un modo molto più semplice e molto più efficace per farsi regolarizzare prima.
Sono a progetto? Bene: domani non vengo al lavoro. Tu non mi paghi, e io non vengo. Sono le regole del gioco che tu hai imposto, e io le accetto, e gioco secondo le regole. Ma se domani non vengo io, e non viene nemmeno nessun altro, voglio vedere come fai a tenere in piedi il servizio. Vuoi garantirti la mia presenza? Bene: assumi. Assumi me e tutti gli altri di cui vuoi disporre a tuo piacimento, secondo i tuoi orari.

Sarebbe stato semplice. E invece no: tutte quelle volpi dei miei colleghi hanno fatto il gioco dell’azienda, senza mai pensare insieme, agire insieme.
La storia delle pause l’ho già raccontata(*). Anche su quella ho alzato la voce solo io. Le altre volpi hanno continuato a fare turni da cinque ore con una pausa sola.

Non siamo deboli, siamo pigri. Incapaci di vedere al di là del nostro naso, al di là delle nostre piccole meschine sicurezze. Siamo ricattabili e cediamo al ricatto. Ci facciamo ricattare anche quando non ce ne sono le condizioni. E intanto aspettiamo che qualcuno faccia qualcosa.
Qualcuno che non siamo noi.

Born to Run è una bellissima canzone.
Ce n’è un’altra senz’altro meno bella (zut! non dite niente, che ognuno ha le sue debolezze e questa è una delle mie) che però a me dice tanto.
L’avevo nelle orecchie quando ho lasciato il lavoro a Bologna per trasferirmi qui e correvo lungo il portico di via Marconi. Il lettore mp3 in funzione random me l’ha proposta a sorpresa quando l’ho acceso sul treno che mi portava a Roma. Io spero che sia un buon segno. I lettori mp3 hanno sempre ragione.
e' passato per la testa di spikette
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