venerdì, 30 novembre 2007

Scena.
La sala da pranzo dei suoceri imbandita per le consuete diciotto portate della domenica (tutte cose leggerissime, nella migliore tradizione irpina, tipo il maiale con i peperoni o il tacchino ripieno di uova e fegatini).
Il pranzo è allietato dalla presenza di due nipotini: la bambina di sei anni e il bambino di quattro.

La bambina richiede con urgenza la mia attenzione strillando come un giovane aquilotto e tirandomi i collant. Sì, i collant, quelli belli belli che una indossa, appunto, con la gonna. Chiedo: “Bambina, per favore, non tirarmi i collant che si rompono”. Mi guarda e per puro dispetto li tira di nuovo.
Il bambino si avvicina al forno incandescente rischiando di fare la stessa fine del tacchino che sta arrostendo al suo interno. “Bambino, scotta”, diciamo tutti. Il bambino ripete “scotta” e protende le manine verso il forno. “No, no, scotta, ti bruci”, ripetiamo tutti. Il bambino si lancia verso il forno con tutta la sua personcina. Si interviene di necessità per allontanarlo. Il bambino si mette a piangere. I genitori discutono. Suggerisco alla bambina di fare un gioco insieme al fratellino, magari in un luogo che non comprenda un forno rovente. La bambina mi urla che con quello scemo non ci gioca. Mi fa la linguaccia.
Il bambino si allontana urlando per il corridoio. Vuole salire sulla Vespa elettrica che qualcuno ha ben pensato di installare per libero utilizzo in casa dei nonni. F. lo placca e spiega che la Vespa non si può utilizzare perché le batterie sono in carica. Il bambino piagnucola. F. fermamente ripete che non si può. Il bambino alza di un’ottava il piagnucolio. Il papà del bambino interviene mettendo in funzione la Vespa affinché il pargolo possa circolare con tutto il frastuono che ne consegue tra il corridoio e la sala da pranzo, mentre ci apprestiamo a sedere a tavola. Alcune sedie vengono spostate affinché il bambino possa passare giusto accanto al tavolo apparecchiato.
La bambina, sotto lo sguardo della mamma, mi salta addosso e mi tira per la manica del maglioncino deformandola completamente. Osservo timidamente: “Bambina, orsù, che modi sono? Non sta bene tirare le persone per i vestiti”. Nuova linguaccia. La bambina corre via. La mamma non proferisce parola.
Il bambino ha parcheggiato la Vespa ed è tornato ad occupare la zona forno. La sua attenzione viene però attratta dalla porta a vetri della cucina. Comincia ad aprirla e a sbatterla per richiuderla. Una, due, tre, quattro, cinque volte. Nessuno interviene. A un colpo particolarmente forte, la mamma accenna un rimprovero che il bambino ignora. La porta continua ad essere fragorosamente sbattuta. Il papà si arrabbia e finalmente lo ferma. Il bambino, attonito, riflette brevemente sul da farsi e decide di scoppiare in lacrime. Il papà resiste cinque secondi, poi lo prende in braccio e lo coccola. Dopo qualche minuto il bambino si rimette all’opera sulla porta. Il papà osserva che non c’è nulla da fare. I colpi della porta scandiscono gioiosamente il nostro aperitivo.
Durante il pranzo, la bambina chiede di vedere un cartone animato. La mamma della bambina chiede quale vuole vedere. La bambina indica quello delle Bratz. La mamma osserva che è un brutto cartone animato e il papà suggerisce di sceglierne un altro. La bambina esplode in un drammatico e palesemente finto pianto di sconforto raggiungendo tonalità insopportabili per l’orecchio umano. Finge di tossire per il troppo piangere mentre con gli occhietti furbi osserva la reazione dei genitori. La mamma le accarezza i capelli con tenera comprensione. Il papà premurosamente inserisce il dvd richiesto. Accade però che il nostro pranzo interferisca con la visione dell’orrendo cartone. La bambina dal divano grida a tutti noi di stare zitti. Il papà protesta flebilmente e si guadagna così uno “stai zitto tu sei scemo” che poi viene espanso in un “siete tutti scemi”.
Al momento del caffè, il bambino si mette a piangere perché vuole portare la caffettiera a tavola e versare il caffè nelle tazzine. Vani tutti i flebili tentativi di dissuasione. Poiché anche la caffettiera scotta e a nulla vale segnalarlo al bambino che già accenna un pianto stridulo, si proteggono le sue tenere manine con adeguate presine di lana. Il caffè viene rovesciato sulle tazze, sul vassoio, sulla tovaglia e per terra. Se ne salvano a stento due tazzine che però verranno gettate in quanto il bambino, piangendo, ha voluto provvedere personalmente allo zucchero e ne ha sparso circa mezzo chilo dentro e fuori le tazze.
Io e F., che a intervalli regolari ci siamo guardati scambiandoci il nostro segnale segreto (che significa, più o meno, “io e te NIENTE!”), decidiamo di bere il caffè in autogrill e fuggiamo inseguiti dalla minaccia che presto i cognati verranno a trovarci a Roma con i bambini. Tra me e me penso che trasferirò Rufus in un luogo sicuro, smonterò le porte dai cardini, metterò il filo spinato attorno alle maniglie delle due porte finestre interamente in vetro del soggiorno e insisterò per prendere il caffè al bar.
Al resto, credo, non c’è rimedio.
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categoria : effe ed io





mercoledì, 21 novembre 2007

[ Errata corrige (parziale) ]

Ecco, ecco: VIVIAMO A ROMA PERCHE' Radio 105 ha trasmesso in diretta dall'aula magna dell'Università (durante quella che per me era addirittura una lezione) ed è apparso, come ospite, LIGABUE sé stesso medesimo in persona dal vivo et parlante et salutante la folla.
Ecco.

(L'altro ospite, sul quale non mi pronuncio, era Federico Moccia).
(Si vede che Bruce Springsteen era troppo impegnato).
(Del resto, mica si può avere tutto no?)
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categoria : roma





giovedì, 15 novembre 2007

Ecco.
Cosa viviamo a Roma a fare, se Bruce Springsteen va solo a Milano e Ligabue è al Palalottomatica (a dieci chilometri da qui) per ben sette date ma io lo scopro solo quando i biglietti per tutte e sette le date sono esauriti?
Miseria.

(Certo poteva andare peggio. Tipo se fossero andati entrambi a Casalecchio. Sarebbe stato molto ironico. Molto.)
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categoria : roma, fuori come va





lunedì, 12 novembre 2007

La prima volta me lo ha detto una compagna di classe delle superiori e io mi sono opposta vivamente. Mi sono anche un po’ offesa, a dirla tutta. Perché poi era davvero surreale che a dirmelo fosse lei, così glamour e così selettiva già in terza liceo, e che lo dicesse a me che venivo spesso additata come quella che veniva dalla campagna in quanto non residente a Bologna city.
Dopo tanti anni riconosco serenamente che l’amica aveva ragione.
Sono terribilmente snob. Vorrei non esserlo, ma non riesco proprio.
Spesso non mi riesce nemmeno di trattenere l’espressione facciale, in modo da non essere, almeno, evidentemente snob.
Questo crea diversi guai. Al lavoro (quando una ce l’ha, il lavoro: adesso è un problema in meno, senza dubbio) prima di tutto.

[gli eventi narrati di seguito sono realmente accaduti, anche se non esposti in ordine cronologico]

ex lavoro # 3

“Cosa leggi? (la collega mi strappa il libro dalle mani e corruga la fronte) Di che parla?”
“Della Repubblica Partenopea del 1799” (la risposta è volutamente laconica per scoraggiare eventuali tentativi di proseguire la conversazione)
“Ah. Bello.”
“…”
“Anche io sto leggendo.” (Uh, finirà nel sommario del telegiornale?)
“Sì?” (* risposta standard simil gentile)
“Sì, un libro bellissimo: guarda, è troppo forte, se vuoi quando l’ho finito te lo presto, però devi ridarmelo perché ci tengo molto.”
(Estrae dalla borsa I love shopping con mia sorella).
(Espressione agghiacciata mia).
(Fine dei rapporti di socievolezza).

(Due colleghe quasi-trentenni cinguettano istericamente in modo particolarmente eccitato, una si rivolge a me nonostante io tenga gli occhi fissi sull’invitante schermata di as400)
“Stasera c’è un film strepitoso, cavolo è il mio preferito, devi assolutamente vederlo se non lo conosci, tu poi che ami il cinema…”
“Sì?” (* risposta standard simil gentile)
“Sì, è Tre metri sopra il cielo. Guarda è troppo bello. Sapessi in che modo fine descrive i sentimenti di una generazione.”
(Espressione agghiacciata mia: tutto, ma la recensione sociologica davvero NO).


ex lavoro # 2 (quando ancora ero ottimista sulla gente)

“Sai Deborah, ieri ho cominciato un libro molto bello. Mi ha preso così tanto che non riuscivo a decidermi a andare a dormire e stamattina ho un sonno bestiale”
“Ah, non dirlo a me guarda. Sai che io non ho mai letto un libro?”
“…”
“Mai eh? Mai letto un libro in vita mia.”
(Ride).
(Espressione agghiacciata mia, per tutto il pomeriggio e buona parte dei giorni successivi).


Questo simpatico e solare lato del mio carattere non crea guai solo al lavoro ma in qualunque occasione minimamente sociale.


con gli amici

“Ci sei stasera? Andiamo a vedere un film, io sto morendo dalla voglia di vedere Love Actually. C’è Colin Firth, guarda, lo adoro, non puoi capire.”
(Infatti non capisco: mi agghiaccio tra me e me, pago sette euro per il biglietto con il cuore che sanguina, mi ingrugnisco per tutto il tempo dell’inutile visione e resto ingrugnita anche dopo, davanti alla birra. Ce ne vogliono due, di birre, per perdere il muso. Il rancore resta.)

“Davvero andate a Parigi? Ci siamo stati anche noi! (Eh, sì: capita). Ma avete dove dormire? (No, pensavano di soggiornare sotto al Pont Neuf). Noi siamo andati con il pullman, era tutto organizzato. Dovete assolutamente andare a Eurodisney! E’ troppo forte!”
(Raccapriccio totale. Sorrido. Il sorriso si congela.)


con gli estranei bavosi

“Ma davvero fai teatro? Ah… Che interessante! Sai, anche io una volta ero un artista.”
(Capita di essere artisti, da giovani. E’ un po’ come il morbillo.)

“Ma che vacanza è, a Praga? E sei andata da sola? Ma a fare cosa? No no, l’anno prossimo devi venire con me. Sono stato a Formentera, con degli amici, guarda c’era tutta Bologna.”
(Non mi avrete mai. Mai.)
“E cosa c’è di bello a Formentera?”
“Ah, il mojito sulla spiaggia. Si beve tutti insieme dalla caraffa. Fantastico.”
(Già).


con la famiglia

“Eh, ma son già le due che comincia Centovetrine?”
“Mamma non guarderai davvero Centovetrine?”
“Perché?”
“Mamma ma non si può vedere! Veramente!”
“Eh ma è così, tanto per fare.”
“Non è tanto per fare! E’ spazzatura!”
“Ssh, fammi sentire che comincia.”
“Ma mamma! Lo guardi veramente!”
“Dai mò Nì, sta buonina che devo sentire.”
(No, la mia mamma NO!).

“No no, non mi disturbi! Sono qui che aspetto che cominci Uomini e donne”.
(Una volta era mia sorella. Terrore.)

“Papà vuoi che cambi canale?”
“Eh, metti il quattro che c’è il telegiornale.”
“…”
“Il quattro, c’è il telegiornale.”
“…”
“Il quattro!”
(Muto terrore e sgomento.)


Insomma, sono snob e antipatica, è compreso nel prezzo.
L’ultima occasione è stata con la famiglia acquisita.
Cerco di fare conversazione con mio nipote, che ha dodici anni e nutre nei miei confronti un atteggiamento tra l’ostile e il sospettoso.
Mi dice che vuole andare in salotto a vedere una cosa in tv.
Calandomi nel ruolo di zia, chiedo amabilmente cosa guarda.
Walker Texas Ranger, risponde illuminandosi.
(…)
(…)
“Ah”, faccio io
(No no no non agghiacciarti o lo perderai per sempre!)
“Ah”, ripeto brillantemente, avvertendo già i primi sintomi della paralisi facciale.
Interviene mia cognata e mi spiega che cosa è Walker Texas Ranger.
Nonostante sia la mia cognata preferita, nonostante la temuta disfatta relazionale con il nipote, la mia faccia si sta paralizzando in una smorfia di circostanza.
(…)

Non ce l’ho fatta: mi sono agghiacciata e secondo me il nipote se n’è accorto.
L’ostilità si è sicuramente acuita.
Ma quello che volevo dire è che per caso sono capitata qui.
Ho dovuto smettere di leggere perché mi fa male la pancia dal ridere (stasera, altro che cicatridina).
Alla fine ero io che mi perdevo qualcosa, veh.
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venerdì, 09 novembre 2007

Quando a una Lost-addict approvano una tesi di fine master su Lost, che può venirne fuori?! Tremate tremate..!
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categoria : amour fou, lost addict





giovedì, 08 novembre 2007

I postumi della brutta avventura comprendevano necessariamente una serie di visite. S’è andati alla prima, con tutti i terrori sotterranei che si possono immaginare. Perché quando non ti fidi più della tua stessa carne, c’è poco da stare allegri. La visita è andata bene e nella mia testa hanno suonato le campane a festa, dìn dòn dàn.
C’è stato solo un particolare. Appena entrate nello studio la ginecologa mi dice, a tradimento, mentre mi sfilo il piumino, e per di più mentre sono ancora nella fase acuta di terrore pre-ecografia, che bisogna pensare a fare un bambino. La guardo sperduta e patetica come un cucciolo di cerbiatto. Obietto flebilmente che in effetti ehm date anche le ehm circostanze (quali? la brutta avventura? il master? il precariato? la ferrea volontà di non lavorare a vita in un orrido call center e di tentare altre strade? l’immaturità cronica? la convinzione che piuttosto che essere una cattiva madre è meglio non esserlo affatto? l’affitto troppo alto? l’avversione per i bambini urlanti e per i cinni maleducati? l’insieme delle cose?) non ci avrei ancora pensato. Metto anche il condizionale, che come consecutio non ci sta a dire niente ma viene scelto forse inconsapevolmente per amplificare l’effetto cerbiatto sperduto e patetico.
Lei mi ignora. Mi ignora: come se avessi detto qualcosa di inaccettabile. Mi sento piccola e stupida ma il terrore è talmente ingestibile che mi assorbe completamente. Poi è fatta, il terrore passa, mi tranquillizzo, mi accomodo sulla poltroncina mentre mi vengono prescritti acido folico e ferro a volontà. E la pillola. Per qualche mese, sottolinea lei. Chiedo come mai solo per così poco, visto che il chirurgo in ospedale me ne aveva parlato come di una terapia necessaria più o meno indefinitamente. Lei mi guarda sinceramente stupita e dice beh non la prenderai per sempre, solo fino a quando non deciderete di avere un bambino. Sono confusa ma l’equazione è semplice: tra qualche mese dovrei decidere di avere un bambino. Lei continua a guardarmi fisso con la ricetta in mano. Io balbetto qualcosa tipo che adesso non è proprio possibile. Lei ribatte che ho trentuno anni ed è già tardi (tic tac tic tac). Seppur debole e flebile e patetica e spaventata, mi indispongo e spiattello il concetto così com’è: che non so se voglio (vogliamo) avere bambini, che al momento decisamente no, e forse mai, (e comunque sarebbero fatti nostri).
E lei mi guarda con disapprovazione. Con manifesta disapprovazione. E mi liquida.
Io avrei voluto fare come Samantha quando esce dallo studio dell’oncologo sbattendo la porta perché il medico aveva insinuato che il suo cancro al seno avesse a che fare con il non aver avuto figli. Invece sono uscita sentendomi molto scossa.
Ma è solo perché mi manca il ferro, sono sicura.
La prossima volta, alla prossima visita, sarò più preparata.
Nel frattempo, la stagione 6 di Sex and the City me la sono rivista.
Il ferro lo assumo prima di pranzo.
Coraggio, coraggio.
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martedì, 06 novembre 2007

[questo l’avevo scritto il giorno prima di sentirmi male]
[chiunque insinui che abbia a che fare con il malore è un truffaldino!]

crostata 1.0

ore 15:00
rapida ricerca su gugòl di una ricetta plausibile, perché sono una casalinga (scarsa) (ma) (molto) hi-tech

ore 15:10
rapido confronto delle diverse ricette trovate; scelgo quella con meno burro per salvare le apparenze

ore 15:15
di fronte alla necessità di pesare 250 grammi di farina, mi sovviene che non dispongo di una bilancia; risolvo brillantemente versando metà della confezione della farina che happens to be di 500 grammi esatti

ore 15:16
mi accorgo di avere versato più di metà confezione; decido unilateralmente che va bene lo stesso

ore 15:17
con il burro è più facile perché la confezione dispone di un pratico dosatore: olé

ore 15:20
con lo zucchero è più difficile perché non ho parametri: vado a occhio, consapevole dell’impossibilità anche solo di avvicinarmi alla quantità desiderata, ma mi consolo pensando che se lo zucchero è poco mi vanterò di aver compiuto una scelta ipocalorica mentre se lo zucchero è troppo male non farà

ore 15:21
separo brillantemente i tuorli dagli albumi, senza che il pollice mi si infili malamente all’interno dell’uovo: urrà per me (mi restano due chiare di cui non so che fare, ma è un dettaglio)

ore 15:25
impasto (con il robot); viene fuori una cosa che assomiglia alla pasta frolla; la impellicolo e la lascio riposare in frigo come suggerisce la ricetta, sentendomi molto molto chef (faccio riposare l’impasto, non so se mi spiego)

ore 16:00
il confronto con la tortiera mi coglie nuovamente impreparata: non ho un matterello, fo con le mani, sperando bene

ore 16:08
la parte più bella: scelgo la marmellata (prugne gialle) e la spalmo allegramente firulì firulà

ore 16:15
il vero dramma comincia: non sono in grado di fare le biscioline (altrimenti dette strisce) per decorare la crostata; vengono troppo sottili e si spezzano; vengono troppo grosse e sono brutte; vengono un po’ sottili e un po’ grosse e mi si spezzano essendo contemporaneamente molto brutte; sudo freddo; valuto la possibilità di saltare questa fase e cuocere una crostata senza strisce ma temo che nulla la identificherebbe come crostata; le faccio e le rifaccio; alla fine sono orrende ma mi consolo pensando che valga la stessa regola che vige per i tortellini (cioè, cotti sono tutti uguali)

ore 16:35
(sì, venti minuti di biscioline: non dite niente) inforno trionfalmente

ore 17:00
la crostata profuma (pro-fu-ma!) quasi come un dolce vero; la carta forno non è andata a fuoco; la pastafrolla è ancora gialla e non tende né al nero né (nella migliore delle ipotesi) al marroncino bruciato; nessun fil di fumo si leva dal forno

ore 17:15
non disponendo di precedenti per valutare la cottura, ma essendo trascorso il tempo previsto, decido di estrarre la teglia dal forno; immagino una scena tipo Bree Van De Kamp che perfettamente coiffata e bellissima estrae con disinvoltura la teglia dal forno facendo mostra di splendidi guanti da cucina che fanno pendant con i suoi occhi verdi; nella realtà sono molto meno bella e per nulla coiffata, indosso due guanti uno diverso dall’altro e (poiché la teglia brucia orribilmente) utilizzo una presa multistrato di detto guanto / presina in lana fatta dalla nonna / strofinaccio da cucina

ore 17:20
svento l’attacco di Rufus che annusando l’aere fa per saltare sulla teglia, cosa che avrebbe provocato una mia repentina crisi di nervi e il rapido defenestramento del gatto; mi lusingo pensando che, vada come vada, almeno a lui è parsa appetitosa

ore 23:00
dopo la puntata di Lost, F. decide coraggiosamente di assaggiare la crostata; rullo di tamburi; F. annuisce soddisfatto; assaggio anche io; è BUONA; buona buona buona come un dolce vero; esulto; se la casa non fosse così piccola, farei una corsa alla Tardelli, alé o-oh.

Ho fatto la crostata.
Robe da non crederci.

[Con il fatto che papà e mamma sono dovuti correre a Roma per me, l’hanno assaggiata anche loro. Grandi consensi per me. Urrà urrà.]
[Chiunque insinui che papà e mamma avrebbero detto qualunque cosa per farmi contenta mentre ero in ospedale è truffaldino due volte!]
e' passato per la testa di spikette
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