Scena.
La sala da pranzo dei suoceri imbandita per le consuete diciotto portate della domenica (tutte cose leggerissime, nella migliore tradizione irpina, tipo il maiale con i peperoni o il tacchino ripieno di uova e fegatini).
Il pranzo è allietato dalla presenza di due nipotini: la bambina di sei anni e il bambino di quattro.
La bambina richiede con urgenza la mia attenzione strillando come un giovane aquilotto e tirandomi i collant. Sì, i collant, quelli belli belli che una indossa, appunto, con la gonna. Chiedo: “Bambina, per favore, non tirarmi i collant che si rompono”. Mi guarda e per puro dispetto li tira di nuovo.
Il bambino si avvicina al forno incandescente rischiando di fare la stessa fine del tacchino che sta arrostendo al suo interno. “Bambino, scotta”, diciamo tutti. Il bambino ripete “scotta” e protende le manine verso il forno. “No, no, scotta, ti bruci”, ripetiamo tutti. Il bambino si lancia verso il forno con tutta la sua personcina. Si interviene di necessità per allontanarlo. Il bambino si mette a piangere. I genitori discutono. Suggerisco alla bambina di fare un gioco insieme al fratellino, magari in un luogo che non comprenda un forno rovente. La bambina mi urla che con quello scemo non ci gioca. Mi fa la linguaccia.
Il bambino si allontana urlando per il corridoio. Vuole salire sulla Vespa elettrica che qualcuno ha ben pensato di installare per libero utilizzo in casa dei nonni. F. lo placca e spiega che la Vespa non si può utilizzare perché le batterie sono in carica. Il bambino piagnucola. F. fermamente ripete che non si può. Il bambino alza di un’ottava il piagnucolio. Il papà del bambino interviene mettendo in funzione la Vespa affinché il pargolo possa circolare con tutto il frastuono che ne consegue tra il corridoio e la sala da pranzo, mentre ci apprestiamo a sedere a tavola. Alcune sedie vengono spostate affinché il bambino possa passare giusto accanto al tavolo apparecchiato.
La bambina, sotto lo sguardo della mamma, mi salta addosso e mi tira per la manica del maglioncino deformandola completamente. Osservo timidamente: “Bambina, orsù, che modi sono? Non sta bene tirare le persone per i vestiti”. Nuova linguaccia. La bambina corre via. La mamma non proferisce parola.
Il bambino ha parcheggiato la Vespa ed è tornato ad occupare la zona forno. La sua attenzione viene però attratta dalla porta a vetri della cucina. Comincia ad aprirla e a sbatterla per richiuderla. Una, due, tre, quattro, cinque volte. Nessuno interviene. A un colpo particolarmente forte, la mamma accenna un rimprovero che il bambino ignora. La porta continua ad essere fragorosamente sbattuta. Il papà si arrabbia e finalmente lo ferma. Il bambino, attonito, riflette brevemente sul da farsi e decide di scoppiare in lacrime. Il papà resiste cinque secondi, poi lo prende in braccio e lo coccola. Dopo qualche minuto il bambino si rimette all’opera sulla porta. Il papà osserva che non c’è nulla da fare. I colpi della porta scandiscono gioiosamente il nostro aperitivo.
Durante il pranzo, la bambina chiede di vedere un cartone animato. La mamma della bambina chiede quale vuole vedere. La bambina indica quello delle Bratz. La mamma osserva che è un brutto cartone animato e il papà suggerisce di sceglierne un altro. La bambina esplode in un drammatico e palesemente finto pianto di sconforto raggiungendo tonalità insopportabili per l’orecchio umano. Finge di tossire per il troppo piangere mentre con gli occhietti furbi osserva la reazione dei genitori. La mamma le accarezza i capelli con tenera comprensione. Il papà premurosamente inserisce il dvd richiesto. Accade però che il nostro pranzo interferisca con la visione dell’orrendo cartone. La bambina dal divano grida a tutti noi di stare zitti. Il papà protesta flebilmente e si guadagna così uno “stai zitto tu sei scemo” che poi viene espanso in un “siete tutti scemi”.
Al momento del caffè, il bambino si mette a piangere perché vuole portare la caffettiera a tavola e versare il caffè nelle tazzine. Vani tutti i flebili tentativi di dissuasione. Poiché anche la caffettiera scotta e a nulla vale segnalarlo al bambino che già accenna un pianto stridulo, si proteggono le sue tenere manine con adeguate presine di lana. Il caffè viene rovesciato sulle tazze, sul vassoio, sulla tovaglia e per terra. Se ne salvano a stento due tazzine che però verranno gettate in quanto il bambino, piangendo, ha voluto provvedere personalmente allo zucchero e ne ha sparso circa mezzo chilo dentro e fuori le tazze.
Io e F., che a intervalli regolari ci siamo guardati scambiandoci il nostro segnale segreto (che significa, più o meno, “io e te NIENTE!”), decidiamo di bere il caffè in autogrill e fuggiamo inseguiti dalla minaccia che presto i cognati verranno a trovarci a Roma con i bambini. Tra me e me penso che trasferirò Rufus in un luogo sicuro, smonterò le porte dai cardini, metterò il filo spinato attorno alle maniglie delle due porte finestre interamente in vetro del soggiorno e insisterò per prendere il caffè al bar.
Al resto, credo, non c’è rimedio.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 14:36 |
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