Racconto di Natale.
O meglio, pre_Natale.
Tanto per darvi un’idea di cosa è stato, quest’anno, il Natale.
Il regalo per mio cognato mi è stato consegnato dalla poco solerte sda a mezzogiorno e mezzo.
Il problema è che detto pacchetto doveva ripartire in giornata con il paccocelere alla volta della famiglia di F. insieme a tutti gli altri regali per cognati, cognate, nipotini e nipotine.
Mi sono quindi autocondannata a recarmi all’ufficio postale nel pomeriggio.
L’unico aperto nei paraggi risulta quello di Ostia.
Carico l’enorme scatolone in macchina e vado.
Vago per circa dieci minuti nell’enorme ufficio prima di capire dove fare la fila.
Poi prendo il mio numerino nell’infernale eliminacode (davanti al quale si trova sempre il vecchietto sperduto che non sa quale tasto premere e nel dubbio li preme tutti) e mi rallegro constatando che davanti a me ci sono solo nove persone. Ho il P (P di pacco? boh) 178. Resto buona buona in attesa con l’enorme scatolone tra le braccia. Realizzo però che non ho preso i moduli da compilare. Non oso avvicinarmi allo sportello per chiederli all’operatrice: la gente in attesa è già talmente nervosa che sono già esplosi qua e là diversi tafferugli verbali. Tra questi, lodevole un “dovrebbero metterci una bomba, alle Poste” e apprezzabile anche un più classico “ma li mortacci vostri, annate a lavorà”. Chiedo quindi alla signora davanti a me se al suo turno posso avvicinarmi allo sportello per chiedere i moduli all’operatrice. La signora accetta. Prendo i moduli e realizzo che non ho la penna. Sui tavolini con le varie modulistiche non ce n’è una. All’interno dell’ufficio c’è però una rivendita di cancelleria. Acquisto dunque l’ennesima bic blu che andrà smarrita appena uscita dall’ufficio postale. Compilo i moduli. Attendo. I numeri con la P procedono lentamente. Sono dentro l’ufficio postale da più di mezz’ora.
Bip – P175.
Ci siamo quasi.
Ma l’operatrice si allontana dallo sportello e torna solo dopo cinque minuti.
(Caffè?)
Bip – P176.
Dai dai che è quasi fatta.
Ma l’operatrice si allontana di nuovo.
(Cornetto, presumibilmente).
Bip – P177.
Ancora uno e ci sono io.
L’operatrice tuttavia sparisce nuovamente.
(Toilette? Pausa 626? Sciopero? Ammutinamento?).
Resto in attesa e mantengo un filo di pazienza perché ormai esaltata all’idea di potermi liberare del pacco e uscire. Ma attendo attendo e l’operatrice non torna.
Arriva allo sportello un’operatrice diversa.
Una signora orrendamente truccata e ricoperta di una orripilante pelliccia si avvicina allo sportello per inviare una raccomandata. I numeri sono fermi al 177. Guardo perplessa ma taccio. Dopo la signora impellicciata si avvicina con estrema naturalezza una ragazza coiffatissima e in gran tiro, con tacco ticchettante e piumino dorato. Vedo che in mano ha il numero 184. Mi avvicino, già in larga misura indisposta ma ancora civile e non ringhiante. Le chiedo che numero ha, visto che io ho il 178 e dovrei essere la prossima. L’operatrice di sportello mi guarda e con la faccia più bronzea su cui mi è mai capitato di posare gli occhi annuncia: “Non vanno oggi, i numeri”.
“Prego?” faccio io, che già sento l’arrabbiatura montare e il primo accenno di ringhio nella voce.
“I numeri oggi non vanno”, ripete, mentre prende dalle mani della tizia in gran tiro le buste da spedire. La tizia che mi è passata davanti non fa una piega. Tiene gli occhi fissi sulle sue buste al di là del vetro. L’operatrice comincia a timbrare.
“Ma mi prende in giro?” faccio io “Sono qui da quaranta minuti, i numeri hanno funzionato perfettamente fino a quello prima del mio, e adesso mi racconta che non vanno? Ma scherza?”
La tizia con il piumino non si volta nemmeno a guardarmi. Un ciuffo mesciato le copre gli occhi.
L’operatrice rinnova la faccia di bronzo e replica: “Vabbè, dopo tocca a lei”.
Sono basita. Mi allontano scuotendo la testa. Le altre persone in coda mi guardano incuriositi e commentano. Un signore mi chiede se davvero i numeri non funzionano. Spiego che no, funzionano perfettamente, e che semplicemente la tizia dal piumino d’oro è passata davanti a me e ad altre cinque persone.
Ed ecco che la tizia, sentendosi chiamata in causa, si degna di voltarsi. Scosta i capelli con gesto sussiegoso, apre il piumino dorato, poggia enfaticamente la mano sul fianco e sfodera un panzirotto che potrebbe significare, a scelta, una eccessiva indulgenza alle bibite gassate o un paio di mesi di gravidanza. E’ la seconda, pare: perché la tizia, spingendo in avanti il panzirotto per meglio farlo notare, commenta stizzita e offesa: “Eh, avrei anche la priorità io, sa, visto che sono incinta”.
Ecco.
La me di un anno fa avrebbe lasciato correre.
La me che da un anno vive in una città aggressiva e maleducata come poche al mondo si infuria.
Prima di tutto perché se il tuo panzirotto non ti impedisce di ticchettare allegramente sullo scarpino alla moda che sembra una trappola mortale per le caviglie non si capisce perché non potresti aspettare il tuo turno comodamente seduta sulle apposite poltroncine.
Secondo perché sono il genere di persona che ti avrebbe fatto passare davanti, se tu lo avessi chiesto educatamente, anche solo se mi avessi detto che avevi lasciato l’arrosto sul fuoco.
Terzo perché allora a dirla tutta io ho un taglio di quindici centimetri nella pancia e nonostante questo non sono mai passata davanti a nessuno nemmeno al giesse.
Eppure, prendo un respiro e mi calmo. In fondo, è Natale. Pur augurandole mentalmente le emorroidi, e pur rallegrandomi al pensiero che tra sette mesi o poco più passerà le sue giornate tra i pannolini, replico soltanto “questo è un altro discorso, signora: lei mi è semplicemente passata davanti ed è stata scorretta”.
La tizia mormora all’operatrice dello sportello che non c’è più rispetto.
L’operatrice annuisce.
Alle emorroidi aggiungo mentalmente le smagliature, quindici chili di troppo, e un cinno rosso e rugoso che smetterà di piangere solo per vomitarti la pappina sul maglioncino di cashemere.
Il tuo maglioncino preferito, miseria.
La tizia esce senza aggiungere altro. Il tic tac dello scarpino alla moda accompagna la sua camminata sdegnata.
L’operatrice mi fa cenno di avvicinarmi, mentre una collega le spiega come far scorrere i numeri.
Potrei infierire ma è Natale e taccio.
Consegno il pacco e mi appresto a pagare. Con il bancomat. L’operatrice mi dice che non è possibile. “In che senso, scusi?” replico io mentre l’occhio mi si inietta di sangue. L’operatrice spiega che non è attrezzata per il pagamento pos. Scorgo il profilo del veron lyra (oh sì, aver seguito per un anno e mezzo l’assistenza tecnica alle Poste paga…) infossato tra le carte sulla sua scrivania. Dico “scusi, non è quello il pos? in che senso non è attrezzata?”. L’operatrice, in imbarazzo, cambia versione e spiega che non può accettare pagamenti con il pos. Ribatto che ho sempre pagato con il bancomat. Lei raffina la versione spiegando che non è possibile accettare pagamenti bancomat per i pacchi. Mi arrendo. Le dico che andrò a prelevare e con una voce che non mi riconosco le annuncio che se al ritorno mi farà aspettare anche solo un minuto mi metterò ad urlare.
Esco di corsa, raggiungo il bancomat correndo, prelevo, ritorno di corsa.
Allo sportello c’è una signora che sta pagando.
L’operatrice mi vede e mi fa un cenno.
Mi avvicino mentre un tizio baffuto, di corsa, mi passa davanti saltellando.
“Mi scusi signore, tocca a me: devo pagare una spedizione che è rimasta in sospeso”.
Il tizio estrae dalla giacca il tesserino sanitario della Regione Lazio e con una mirabile faccia da schiaffi spiega: “Ma io ho la priorità. Sono un invalido civile.”
Ma dove sono finita, in coda allo sportello degli sventurati??
Il tizio si mette davanti a me.
Appena l’operatrice si volta decido che del Natale ne ho abbastanza.
Sgomito davanti all’invalido e mi paro davanti allo sportello.
L’operatrice fa per dire qualcosa.
Le ruggisco di prendere i quindici euro e trenta e di spedire quel cavolo di pacco.
Esegue.
Esco furiosa mentre l’invalido cerca di passare davanti a una signora che lo respinge con il gomito.
E’ Natale e a Natale si può amare di più.
E’ proprio vero.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 11:08 |
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roma, fuori come va