giovedì, 31 gennaio 2008

Cioè, un miracolo: là dove c’erano solo philadelphia, uova e zucchero ora c’è una cheesecake. E quel dove è la mia teglia. La teglia che già ospitò la crostata. Non so se mi spiego: cioè, ho montato gli albumi a neve. Non so se mi spiego.

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martedì, 29 gennaio 2008

Oggi un anno fa, arrivavo a Roma a bordo di un vergognosamente costoso eurostar, con valigia, lettore mp3 e una marea di pensieri in testa.
Da zero a dieci, il mio (primo? ultimo?) anno romano.

voto 0 – la pulizia
Roma è una città sporchissima. Sporchissima. E la cosa peggiore è che dopo un po’ ti ci abitui. Mi sono preoccupata molto un giorno che, tornata a Bologna, passando in auto dietro la stazione ferroviaria (n.b. : la stazione centrale, forse uno dei luoghi più brutti della città), ho pensato che sui marciapiedi ci si sarebbe potuto mangiare. Mi preoccupo ancora quando, tornando a Bologna, mi guardo attorno e mi stupisco vedendo le aiuole non ricoperte da un tappeto di cartacce e mozziconi di sigaretta, i fossi a bordo strada non cosparsi di bottiglie e lattine, i tombini che non gorgogliano fanghiglia, i cassonetti che non traboccano spazzatura fino in mezzo alla strada.
La sporcizia, evidentemente, ti entra dentro.

voto 1 – il mercato del lavoro romano
Se a Bologna lo slalom tra le agenzie interinali è un girone infernale, a Roma sono le fauci di Lucifero. Le signorine delle agenzie interinali romane sono una affascinante e rara combinazione di arroganza e imbecillità. La scortesia si accompagna in genere allo charme della gomma da masticare biascicata con impressionante determinazione sia al telefono sia dal vivo. Sono capaci di convocarti per un colloquio conoscitivo in vista di una tua candidatura a un determinato posto di lavoro facendoti attraversare la città (il che di solito implica due ore di viaggio e cinque cambi di mezzi di trasporto) per poi rendersi conto, leggendo il curriculum evidentemente solo in quel momento, che non sei adatta. E non sei adatta, magari, per un’idea tutta loro, non suffragata dalla minima competenza o anche solo dal minimo buonsenso. Io sono stata scartata per una mansione di tre settimane (tre!) nel reparto frodi della Vodafone (nonostante abbia lavorato in quell’azienda per un anno e mezzo e conosca perfettamente i centocinquanta applicativi ancora in uso) perché non sono laureata in Economia. La signorina ha evidentemente pensato che, poiché le frodi hanno a che fare con i soldi, la laurea in Economia fosse indispensabile. Del resto, mica puoi gestire una pratica di sblocco della ricarica se non conosci le teorie keynesiane. Impagabile poi fu la signorina dell’agenzia che mi telefonò, curriculum alla mano, per offrirmi il lavoro che già stavo facendo: stessa azienda, stessa mansione.
L’alternativa alle agenzie è infojobs che, restringendo la ricerca nella città di Roma, non fa altro che vomitare annunci farlocchi per call center (abitualmente, degli scantinati bui e odorosi di muffa in cui giovani laureati schiavizzati sbarcano il lunario cercando di vendere l’adsl di tiscali o fastweb), agenti di vendita, promoter e addetti banco gastronomia.

voto 2 – la gente romana “in servizio”
Ormai, quando vado in banca, o all’ufficio postale, o all’asl, o al caf, mi preparo alla lotta. Armata. L’impiegato mi tratterà a pesci in faccia e io per non soccombere farò altrettanto.
(questo punto necessita di una specifica; vedi al voto 8)

voto 3 – i mezzi pubblici romani
Io mi rendo conto che non è facile e che, in confronto a Roma, Bologna è un paesello. Ma non è possibile aspettare un autobus che ha una frequenza di dieci minuti per quasi un’ora. Sistematicamente. Non è possibile arrivare alla fermata e non trovare uno straccio di orario.
Ma, anche qui, l’inefficienza ti entra dentro: l’ultima volta che mi sono trovata in Strada Maggiore e ho visto il 27 arrivare alla fermata nel minuto esatto previsto dall’orario esposto, mi è sembrata un’apparizione miracolosa.

voto 4 – la viabilità romana
E’ chiaro che una città così grande ha necessariamente un traffico caotico e congestionato. Ma bisogna riconoscere che la percentuale di boriosi, ingombranti Suv qui è sopra la media nazionale. E sospetto una naturale predisposizione dell’automobilista romano al sorpasso a destra. Anzi, allo slalom tra le auto. Ma forse serve a evitare le buche delle strade più dissestate che io abbia mai percorso, per la gioia degli ammortizzatori (noi li abbiamo dovuti cambiare dopo pochi mesi di permanenza qui: avrei dovuto inviare la fattura a Veltroni).

voto 5 – il mercato immobiliare romano
I tempi sono grami per tutti e dappertutto. Ma quando un affitto al di sotto dei mille euro significa abitare a) in un buco di tre metri per due b) in un garage c) in un monolocale infestato da scarafaggi (e con tutto ciò, sia a che b che c implicano vivere almeno a trenta chilometri dal centro) (aggiungo anche che spesso a, b e c si associano nella combinazione garage di tre metri per due infestato da scarafaggi), c’è decisamente qualcosa non va.

voto 6 – il costo della vita (se rimane qualcosa dopo l’affitto)
I racconti di fantascienza che faccio ai miei o agli amici di Bologna riguardano l’acquisto del radicchio rosso a 1,30€ al kg (provate a entrare in una qualunque coop in Emilia Romagna). O di una maglia a 15€. O di un paio di scarpine a 19€. Non mi credono mai. Alla mamma ho dovuto portare una sporta di radicchio con ancora lo scontrino.

voto 7 – la primavera permanente (il cielo, il mare)
Ecco, a me la nebbia piace da morire. Davvero. Ce l'ho dentro, mi fa sentire a casa. L'associo alle nuvole, alla bambagia, allo zucchero filato, non so. Fatto sta che mi piace. Il problema è che dalle mie parti, quando non c'è la nebbia, il cielo tende ad essere bianco, il tempo grigio, l'aria appiccicosa. Ed è oggettivamente brutto. A Bologna il cielo è bianco anche d'estate quando c'è il sole, merito dell'incredibile, soffocante afa. Invece qui il cielo è azzurro. Costantemente. A parte quando piove, ma anche in quel caso il cielo è mosso, striato da nuvole grigie. Non è la lastra color ghisa di cui scriveva anche Brizzi, ecco. E poi fa caldo, caldo, caldo. Che scoperta, direte voi: ma il fatto è che finché vivi in una regione decisamente fredda non ti rendi conto di quanto l'aria sappia essere più tiepida, perfino d'inverno. E' gennaio e io quasi ogni mattina esco in terrazzo in pigiama. A casa mi sarei guadagnata una broncopolmonite. Sul terrazzo ci sono delle piantine ancora fiorite e il mio Eugenio, un albero di limoni (limoni, limoni, limoni!). Nel terreno incolto davanti alla casa c'è un albero di mimosa. Fiorita. Gennaio, fiori. Mimosa, albero di. Sono concetti difficili da assorbire, per me. E' come un'eterna primavera. E poi. Voi lo sapevate che Roma è così vicina al mare? Io non me ne ero mai resa conto più di tanto. Invece, anche grazie alla dislocazione periferica del nostro appartamentino, io vedo il mare quasi ogni giorno. Il mare vero, il Tirreno, non quella pozzanghera melmosa dell'Adriatico che si scorge tra gli alberghi di cemento e gli aquafàn di plastica azzurra. Il mare blu. Blu, blu, blu.

voto 8 – la gente romana
Ecco, questa è la cosa strana e buffa. La gente di Roma, quando non percepisce uno stipendio per offrirti un servizio, è meravigliosa. Chiacchiera. Sorride. Al supermercato, in metro, alla fermata dell’autobus. I primi tempi, ammetto, ero diffidentissima. La prima volta che una signora mi ha trattenuto per cinque minuti davanti agli scaffali del supermercato consigliandomi di usare sempre le palette di legno sulla padella antiaderente che stavo scegliendo, beh, ho pensato di essermi imbattuta nella classica vecchietta chiacchierona e un po' svitata che abita le coop e che viene abilmente schivata da tutti i clienti abituali. Invece no. In breve tempo mi sono trovata a disquisire della qualità della scarola con perfetti sconosciuti. A fare chiacchiere di attualità sulla metro, city alla mano, sempre con perfetti sconosciuti. Spettacolore il signore che sulla Laurentina, bloccato come noi nell'ingorgo, abbassò il finestrino per dirci semplicemente "che traffico che c'è oggi! ma dove vanno tutti?". Il massimo però l'ho raggiunto alla fermata dell'autobus quando una signora mi ha chiesto se il libro che avevo sotto il braccio (questo!) era su quello sceneggiato che dava il due, e mi ha spiegato che le piace moltissimo, e che lo guarda ogni lunedì, e che le sarebbe piaciuto comprare lo stesso libro. Che bella che è, qui, la gente.

voto 9 – caput mundi
Non so bene come dirlo. Ma la sensazione, quando vivi a Roma, quando ti permetti di viverla, Roma, è di essere dove le cose accadono. Sono molto provinciale, ammetto.

voto 10 – Roma Roma Roma
E’ una delle città più belle del pianeta. La più bella, sospetto.
Punto.
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lunedì, 28 gennaio 2008

Bene, primo giorno di lavoro vero dopo la bizzarra formazione con Miss Deissi.
(Avete mai provato a farvi spiegare procedure nuove, applicativi nuovi, flussi di gestione nuovi su un cliente totalmente nuovo da qualcuno che spiega dicendo “adesso verifichiamo questa cosa qui guardando lì e da quel dato capiamo che non è andata così come vedevamo di qua mentre di là utilizziamo quell’altra funzione per vedere cosa aveva prima di questo”)??

Sveglia alle sei perché il turno comincia alle sette e trenta. Ebbene sì.
Esco senza nemmeno un caffè in corpo perché ho paura di fare tardi.
Spettacolare alba con cielo striato di rosa e viola adornato dei pini nerissimi in controluce.
E’ bello. Ho un sonno boia ma è oggettivamente bello e rincuorante.
Traffico, nonostante l’ora. Anche questo a suo modo è rincuorante.
Arrivo con moderato ma calcolato anticipo che tanto bene si destinerebbe a cappuccino e cornetto e all’acquisto di una bottiglietta d’acqua per la mattinata.
Il bar dietro il Palazzo dei Congressi, alle sette e venti di un lunedì mattina lavorativo, è chiuso. Considerazioni assortite sul senso degli affari del barista in questione. Mi rassegno a passare la mattinata completamente digiuna e, quel che è peggio, senza acqua.

Entro al lavoro e scopro che passeremo un’altra mattinata con Miss Deissi.
(“allora quando c’hai questo dobbiamo contare quelli che restano dopo quella data e sommarli, poi facciamo la differenza con il dato che ci manda il cliente e che vediamo lì e verifichiamo naturalmente il saldo di là”)
(credete forse che il tutto si accompagni a un rapido passaggio del mouse, a un dito puntato verso lo schermo, o anche solo a un gesto tipo quando si mimano i titoli dei film?)
(credete male)

Esco alle tredici e trenta affamata, stanca, sconvolta e con una lente a contatto che mi brutalizza l’occhio.
Pit stop al giesse.
Pranzo leggerissimo.
Sonnissimo.
Decido irrevocabilmente, con perentoria fermezza e in pieno possesso delle mie capacità mentali, che un mars delight me lo merito proprio.
Oh, beh.
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venerdì, 25 gennaio 2008

Si parlava di speranza, ed è caduto il governo.
Porteremo mica sfiga?

(non aggiungo altro; hanno scritto meglio di quanto potrei io qui, qui e qui)
(e sicuramente altri che leggerò a breve, se non mi viene troppa depressione/disgusto)
(una cosa soltanto: ecco, io il signore con la mortadella in bocca vorrei conoscerlo, per curiosità antropologica; vorrei sapere chi l'ha allevato, e dove, se a casa sua grufola nel piatto, se ride ancora con le barzellette di Pierino e se ha la collezione dei film della Fenech) (ma soprattutto, vorrei sapere chi l'ha votato)
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giovedì, 24 gennaio 2008

Non è che sia questo granché, intendiamoci. Però.
Da tre giorni pendolarizzo ogni mattina verso l’Eur per questo nuovo part time.
E non è male. Miseria, per una volta, sembra che non sia male.
Il posto è piccolo (e quindi non alienante); è luminoso (che non si direbbe fondamentale: ma provate voi a lavorare otto ore al giorno in uno stanzone, pardon, open space, senza finestre e quindi senza aria o luce naturale), con grandi finestre da cui si intravede del verde (del verde, del verde: delle piantine vive, non del cemento); è pulito, con il pavimento in parquet, con postazioni nuove con pc nuovi con monitor nuovi. E’ un posto che sembra abitato da persone, e non da alienati, disperati, schiavizzati esseri non pensanti. Persone che parlano, collaborano, ridono addirittura. Persone che ci hanno accolto con gentilezza, che ci stanno seguendo con pazienza ed entusiasmo. Miseria: persone entusiaste del lavoro che svolgono.

A tratti mi preoccupo, perché forse siamo ormai così preparati al peggio da scambiare il meno peggio per il meglio.

E tuttavia, ieri, tornando dalla traversata di Roma che ho dovuto compiere per firmare il contratto, pensando che avevo addirittura scelto dove destinare il tfr (il tiefferre, non so se mi spiego!), pensando che almeno per qualche mese avrò un impiego non umiliante che mi permetterà di coprire l’affitto mentre scrivo la tesi, guardavo Roma scorrere fuori dai finestrini dell’autobus, immersa nella sua straordinaria luce dorata, e pensavo che c’è speranza. C’è, c’è.
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categoria : roma, fuori come va, noi flessibili





lunedì, 21 gennaio 2008

La nostra domenica, ahimè, sportiva.

F: "Amò amò, non cambiare canale che devo ancora vedere i gol della Roma"
io: "(grunt)"
F: "Uffa quante chiacchiere... c'è perfino Tardelli, chiacchiera sempre, non lo sopporto"
io: "Guarda che quello non è Tardelli"
F: "Ma sì che è Tardelli"
io: "Ma no, scherzi? Tardelli è... beh, non è così, è diverso"
F: "Macché! E' Tardelli, è sempre in tv a fare il commentatore"
io: "Sì, ma quello non è Tardelli"
F: "Amò, fidati, è Tardelli"
io: "Ti dico di no. Tanto per cominciare Tardelli ha i capelli lunghi e castani"
F: "Perché tu te lo ricordi nella corsa e tutto. Adesso Tardelli è così. E' invecchiato ma è Tardelli"
io: "Ma non può essere Tardelli quello! Ti sbagli, sono sicura"

[dalla tv: Ecco, tu cosa ne pensi, Spillo?]

F (trionfante): "Ecco! Vedi! Spillo!!"
io: "... Altobelli?"
F (nonchalant): "Infatti! Altobelli! Perché dicevi Tardelli, amò?"
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venerdì, 18 gennaio 2008

E così, s’è saputo.
Con ragionevole certezza.
Per quanto permanga in parte un dubbio.
Perché per noi ragazze pare sia sempre più complicato, anche quando siamo ancora nella pancia della mamma. S’è saputo che sei una bimba, appunto, nipotina-mia-in-arrivo.
E io sono felice.

Ammetto (anche se la felicità non ha gradi e sarei stata ugualmente felice se tu fossi stata un ometto) che mi piace molto il fatto che tu sia una ragazza. Molto molto. Forse perché mi restituisce un po’ quella che era la mia sorella piccola e che ora è la tua mamma [non puoi capire che cosa enorme sia pensare alla tua sorella piccola che diventa mamma] [sì, è un po’ perderla, ma anche ritrovarla altrove, e con una ragazza di più] [chissà se anche tu sarai capace, come me e la tua mamma, di parlare mentre ci laviamo i denti, comprendendoci perfettamente nonostante i suoni emessi appaiano come strani mugugni a chi è fuori dal nostro giro] [io credo di sì] [sarai dei nostri, ragazza] [ne sono certa] [anche se passerà un po’ di tempo prima che tu abbia dei dentini da lavare con lo spazzolino].

Hanno scelto per te un nome splendido.
[Lo sai che significa “colei che avvince con la bellezza”?] [Accidenti, ancora non ci sei e c’è già questo ricatto della bellezza] [ma tu sarai bella, bella a modo tuo, magari con gli occhioni grandi e scuri della tua mamma, e chissà, forse con la sua attaccatura dei capelli buffa, a forma di cuore] [e magari avrai la sua testolina brillante e caparbia che l’ha fatta diventare un medico veterinario, o avrai il talento del tuo papà che scrive] [comunque sia splenderai di una tua luce, e per questo sarai bellissima].

Ti comprerò un sacco di tutine viola, preparati all’idea.
[Rosa no: guai a chi ti farà sembrare una bambolina] [parimenti, guai a chi ti regalerà un ferro da stiro giocattolo, che stirare è l’attività umana più terribilmente noiosa che si possa concepire, e ne avrai abbastanza da stirare quando sarai grande] [e guai a chi dirà che se fossi stato un maschio ti avrebbe insegnato ad andare in moto] [a me personalmente le moto fanno orrore, piccolina: ma forse a te piaceranno e batterai in velocità e destrezza tutti i maschietti motorizzati della famiglia].

Ho chiesto alla tua mamma se potrò farti vedere Buffy e mi ha detto di sì. Tra qualche tempo, magari (sai, i vampiri…), ma sì. E devo anche farti vedere un sacco di film, anche se il tuo papà si opporrà perché dice che sono noiosa [come quella volta che eravamo da blockbuster e lui mi ha strappato dalle mani Il mestiere delle armi per rimetterlo sullo scaffale] [il tuo papà sarà un papà in gamba, sai] [per Natale io e zio F. gli abbiamo regalato un marsupio ed è stato molto felice] [si vedeva che non vedeva l’ora di averti lì dentro e portarti a passeggio per la bella Torino].

Non vedo l’ora di conoscerti, piccolina.
Ci hai reso molto felici.
E per non essere nemmeno ancora arrivata, hai già fatto una cosa enorme.
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martedì, 15 gennaio 2008

[Che poi uno dice che sono acida].
[Epperò].

Io non ho mai avuto intuito per le persone. Mai. Al liceo le mie compagne di classe fiutavano a miglia di distanza il professore fessacchiotto con il quale si poteva studiare poco/mai (e al quale suggerire interrogazioni programmate) o la professoressa molto easy alla quale si potevano chiedere mese dopo mese le ore necessarie all’assemblea. Io no. Mai. Studiavo come una disperata (e mi disperavo regolarmente in vista dell’interrogazione) anche con i docenti più miti e fondamentalmente disinteressati del pianeta. Anche dopo il liceo non è che sia migliorata moltissimo. Ho dato fiducia a persone disoneste e scorrette e sono stata sospettosa di altre che poi si sono rivelate profondamente amiche e leali. Se qualcuno mi fa una buona impressione, metto già in preventivo che prima o poi arriverà la fregatura. Non ho le vibrisse, io, per la gente. C’è solo una categoria umana che fiuto subito, di solito con il disappunto di amici e familiari che mi rimproverano, appunto, di essere acida [epperò]. E’ la categoria delle karlotte. Che definisco così, con poca originalità, dal nome della prima che mi sia capitato di incontrare.

La karlotta (vien da sé) è tipicamente una donna. Purtroppo sì.
La sua caratteristica principale è una smaccata incapacità.
Nel proprio specifico campo operativo, la karlotta saprà provare l’incapacità più disarmante, in misura direttamente proporzionale all’importanza e alla delicatezza della sua mansione. Perché condicio sin qua non per essere una vera karlotta è quella di ricoprire un ruolo sociale o lavorativo di discreto rilievo in modo da poter facilmente funestare un’ampia gamma di esseri umani con la propria incompetenza.

Il motivo per cui la karlotta ricopre quel ruolo nonostante l’universo intero si fermi ad ammirarne l’assoluta inadeguatezza è solitamente legato a un uomo. Senza implicazioni sessuali. Che è peggio. Un uomo che ha potere decisionale in quello specifico campo ha dotato la karlotta di un potere sussidiario in quanto fermamente convinto delle potenzialità della karlotta medesima. In merito alla prima karlotta della mia esistenza, fu pronunciata dall’uomo-di-potere corrispondente una frase storica e scolpita ormai nel marmo della mia memoria. Ovvero: “ma non vedi che grande talento organizzativo stiamo coltivando? tra dieci anni sarà bravissima”. [Io non commento: ritengo che il lasso di tempo significativamente superiore a zero concesso alla fanciulla per diventare bravissima parli da sé] [che io sono acida; epperò].

Non essendoci implicazione di tipo sessuale, ci si può chiedere quale sia la motivazione profonda che spinge l’uomo-di-potere a concedere cotanto spazio alla karlotta prescelta. Distinguo qui due categorie: c’è l’uomo-di-potere ingenuo, sciocco, cieco o semplicemente noncurante che non si avvede della inconsistenza umana della sua karlotta, in genere perché abbagliato dagli aspetti più superficiali di lei [la karlotta si cala di solito in un personaggino meschino molto appariscente tanto-fumo-e-niente-arrosto che ha buona presa sugli uomini]; e c’è l’uomo-di-potere più furbo e smaliziato che sceglie consapevolmente una karlotta per assicurarsi di non venire mai seriamente minacciato nella sua posizione dominante [s’è detto che il potere della karlotta è sussidiario e subalterno].

Si è accennato al personaggino meschino in cui la karlotta si cala. Questo personaggino abitualmente comprende: un’espressione facciale irrigidita tra il disappunto e l’astio verso il mondo; un abbigliamento studiatamente trasandato/oversize sempreggiòvane e fuorisede; un gesto caratterizzante (ogni karlotta ha il suo: c’è la karlotta che ha il vezzo di portare la mano alla fronte a sottolineare i tratti più intensi del proprio discorso; c’è la karlotta che scosta i capelli dal viso con sussiego per prendere tempo prima di emettere la propria sentenza; c’è la karlotta che parla brandendo la penna bic come un’immaginaria bacchetta).

Essendo io acida [epperò], raramente ho socializzato con una karlotta, e comunque mai tanto da percepirne gli interiori tormenti. Spesso si indovina che la karlotta svolge il suo compito con sufficienza in quanto si ritiene naturalmente destinata a ben altro. E’ possibile (ma non provato) che la karlotta, dentro di sé, si renda conto di non essere all’altezza del ruolo che le è stato conferito e che per questo si nasconda nel personaggino artefatto di cui sopra. Non è dato saperlo: mai la karlotta manifesterà il minimo dubbio; mai ammetterà di avere sbagliato; mai chiederà un consiglio ad altri o un aiuto per ciò che non sa fare (in particolare, le karlotte dimostrano una incredibile impermeabilità alla tecnologia e all’informatica oltre il copiaincolla). La karlotta procederà a testa bassa e farà pedissequamente, utilizzando gli strumenti minimi indispensabili, ciò che le viene richiesto di fare. Non le verrà in mente, ad esempio, di allegare un’indicazione stradale all’email in cui fissa una data e un luogo di appuntamento per cinquanta persone non autoctone; e quando le verrà richiesta detta indicazione, la fornirà errata. La karlotta medesima si presenterà all’appuntamento con quaranta minuti di ritardo ma non si scuserà; e per essere sicura di non venire costretta a giustificare il ritardo, arriverà parlando al cellulare e invitando a gesti gli astanti a seguirla. Se alla karlotta si pongono tre domande, essa risponderà solo all’ultima resettando dalla ram le prime due. Se qualcuno osa ripetere una delle due domande inevase, la karlotta si lamenterà della ripetizione (qui interverrà il suo gesto caratterizzante) e dirà seccamente di avere già risposto. Qualora un dissidente tentasse di aggirare la karlotta rivolgendosi direttamente all’uomo-di-potere da cui dipende, essa si colorerà di bile e, se presente all’incontro, farà da sfondo allo scambio verbale altrui con una eloquente mimica facciale di fastidio e altezzosità.

Le karlotte sono ovunque ma sembrano prediligere l’università in ruoli di tutoraggio/segreteria. Per fortuna, per questa categoria umana le mie vibrisse sono finissime.
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sabato, 12 gennaio 2008

Ieri sera, mentre mi addormentavo sulla visione distratta di Shakespeare in Love in seconda serata, un enorme, ripugnante, mostruoso insetto - tipo ragno peloso - si levava in volo dal soffitto della stanza e planava ronzando addosso a me. E’ stato solo dopo svariati minuti di terrore (dopo essermi buttata giù dal letto gridando, dopo aver acceso la luce, dopo aver saltato qua e là per la stanza scuotendomi i capelli a testa in giù, dopo aver ispezionato istericamente il pigiama) che ho realizzato che il film era quasi finito e che, evidentemente, stavo sognando.
(Supernatural a me fa male).
(E’ indubbio).
(F. è un uomo con tanta pazienza).
(Anche questo è indubbio).
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giovedì, 10 gennaio 2008

Sono riuscita a fare le analisi del sangue urrà urrà.
Ero SOLO la numero 53.
Ho aspettato SOLO due ore.
E' andata alla stragrande.
(Roma ridefinisce i concetti di attesa, fila, e direi anche di assistenza sanitaria).
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