giovedì, 28 febbraio 2008

Svanirà anche per me, probabilmente, quella sensazione di chiarezza che mi porto dentro dallo scorso ottobre, il mese in cui non sono morta. Quella sensazione che rende un po’ più facile essere felice. Svanirà, ma non ancora, non oggi: oggi che ho scoperto che la camelia sta per sbocciare, la camelia che mi ha regalato papà quando sono tornata a casa dall’ospedale, la camelia che ha invasato per me mescolando con cura la terra e l’argilla, mentre i suoi occhi si facevano umidi. Oggi è ancora facile essere felice. E forse sì, non lo sarà per sempre: ma lo sarà per tanto, tanto tempo. Dev’essere per questo che rimangono le cicatrici.


 

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martedì, 26 febbraio 2008

Stavo pensando che sabato notte ero sola in casa e nonostante i due episodi di Supernatural (vabbè, non facevano paura per niente) (voglio dire, nemmeno a me) (l’unico episodio veramente veramente agghiacciante, per il momento, è stato Bloody Mary) ho dormito da picchio.
Mentre domenica sera, dopo essermi malauguratamente imbattuta in Casini a confronto con Bertinotti, mi sono addormentata con un gran nervoso.
Anche questo, immagino, è un segno dell'essere diventati adulti.
Tristi. Disillusi. Disgustati.
Bah.
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categoria : fuori come va





lunedì, 25 febbraio 2008

La mia prima prima è stata Camilla, una roccia.
Poi è stata sostituita dalla bella Lucrezia che è rimasta a Bologna.
Ma Ludovica resterà sempre indimenticabile.
Una fallita, è vero: ma ha affrontato almeno sei traslochi e ci ha portato fino a Praga.
Da oggi c’è
Céline.
E sì, siamo ufficialmente sul lastrico.
(Chi ce l'ha fatto fare? Il miraggio del gpl. Son cose.)
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categoria : effe ed io





venerdì, 22 febbraio 2008

Ma voi l’avete visto, Caravaggio, su Rai Uno?
Io no. Nel senso, ho provato, la domenica sera.
E con l’acidità che a detta di tutti mi contraddistingue mi sono indispettita da subito per:
- il classico incipit così miseramente italiano e penosamente cronologico con Caravaggio bambino (ma miseria buona, lo avete visto, se non altro, Lost?)
- il consueto determinismo psicologico del trauma infantile intriso di bigottismo (era un depravato perché, poveretto, era stato abusato da bambino)
- il fatto che tutti lo chiamassero Michele, come quello del Glen Grant; che Caravaggio si chiamava Michelangelo e lo sanno tutti, ma probabilmente qualche editor di rete ha ben pensato che l’italiano medio si sarebbe confuso (ma come, Michelangelo? quello della cupola? non era su Caravaggio la ficsion, Caravaggio quello delle centomila lire?) e quindi per tutto il tempo lo si è chiamato Michele, come un vecchio amico della Milano da bere
- la solita idea (anche questa tipicamente italiana) del genio tout court che nasce dal nulla, come se l’arte dipendesse esclusivamente dal talento del singolo
E poi la fiction in sé era completamente priva di ritmo, così impegnata a ripercorrere la vita di Caravaggio tappa dopo tappa (vive qui, si trasferisce lì, incontra questo, fa quest’altro), come una pagina enciclopedica animata e a colori. Per non parlare del didascalismo imperante, il vede e quindi dipinge: Caravaggio trova il cadavere della donna annegata nel Tevere che userà (narrano) come modello per la Morte della Vergine; Caravaggio vede un fascio di luce colpire trasversalmente la Vocazione di San Matteo e quindi dipingerà sulla tela lo stesso fascio di luce.
Poi non ho visto più nulla perché mi sono addormentata sul divano.

Però ecco, mi chiedevo. Visto che Caravaggio andava già così tanto di moda (anche se non finirà sulle agendine e i raccoglitori come Monet perché, diciamocelo, un conto è avere il bloc notes con le ninfee, un conto è averlo con i piedi sporchi dei manovali che issano la croce di San Pietro), non sarà che dopo questa fiction ci sarà il Caravaggio-boom, un po’ come il boom dei castelli piemontesi che non si filava nessuno e che dopo Elisa di Rivombrosa si sono riempiti di turisti?
E’ possibile. Anche perché Alessio Boni è fascinoso e questo senz’altro aiuterà.
Per questo, se fate in tempo e venite a Roma, fate il Caravaggio tour prima che sia troppo tardi.

A San Luigi dei Francesi, alle spalle di Palazzo Madama, c’è la Cappella Contarelli con le Storie di San Matteo. Una volta non ci si trovava nessuno: la chiesa non è celebre e la maggior parte delle persone ignorava che ci fossero all’interno delle opere di Caravaggio, tanto che c’è una targhetta fuori che lo ricorda agli ignari passanti (senonché nessuno si avvicina a leggere la targhetta e i passanti restano ignari). Negli ultimi anni si è un po’ affollata. Portate le monetine perché è buio e la luce si accende da una macchinetta. Ma soprattutto, portate pazienza perché ci sono un sacco di cretini che fanno le foto anche se non dovrebbero (o portate un randello e ruggite).

In Piazza del Popolo, nella chiesa di Santa Maria del Popolo (si entra dalla porticina sul lato, dove comincia la salita verso il Pincio), nella cappella a sinistra dell’altare c’è la Crocifissione di San Pietro. Che è meravigliosa e fa venire le lacrime (l’ha detto anche Elena Sofia Ricci nella fiction, toh). Di fronte, la Conversione di San Paolo (per chi non ha mai provato particolare simpatia per San Paolo, come me, va detto che si vede soprattutto il cavallo e lo staffiere guarda Saulo come si guarda un pirla). Per inciso, lo sventurato pittore che ha dipinto l’ignoratissima Assunzione nella posizione centrale della Cappella Cerasi è Annibale Carracci (ma si sa: ubi maior).

In un’altra chiesa poco conosciuta (ma chi ha visto Romanzo Criminale la ricorderà senz’altro associata a Kim Rossi Stuart), quella di Sant’Agostino, c’è la Madonna dei Pellegrini. Quella che (tradunt) recò grande offesa per i piedi sporchi in primo piano, così veritieri che sembravano puzzare.

Ci sono opere di Caravaggio nella Galleria Doria Pamphili e nei Musei Capitolini, ma se dovete scegliere un museo uno, prenotate la Galleria Borghese. Vale la pena a prescindere per una qualunque delle opere che contiene. Ma c’è anche una sala con un tripudio di Caravaggio. I giovanili Fanciullo con il canestro di frutta e il Bacchino malato. Davide con la testa di Golia, che è il suo raggelante (eppure autoironico) autoritratto. La Madonna dei Palafrenieri, con il Bambino così incredibilmente nudo e Sant’Anna che sembra una vecchia strega. E lo splendido San Gerolamo.

La Giuditta che taglia la testa a Oloferne, molto splatter, è a Palazzo Barberini.

La Morte della Vergine, forse l’opera più devastante e magnifica, è purtroppo al Louvre, nella Galérie des Italiens. Se vi capita, sappiate che c’è una panchina proprio lì davanti. Sedetevi. Ne vale la pena. Gli altri turisti passeranno alle vostre spalle già stremati dall’ampiezza del museo, galopperanno alla volta della Gioconda nella saletta accanto e quasi non la noteranno. Se però stazionerete sulla panchina per una decina di minuti (visto che a Parigi non ci si va tutti i giorni, dieci minuti io ce li metterei), la gente comincerà a guardarvi con curiosità e si avvicinerà alla tela per leggere la targhetta. Avrete dato un contributo alla cultura. A Roma, se proprio, potete passare davanti alla chiesa di Santa Maria della Scala, a Trastevere, e fare idealmente uno sberleffo ai Carmelitani scalzi che rifiutarono la tela: pare per la storia del cadavere della prostituta presa come modello, pare per il gonfiore e il colorito terreo della Madonna, pare per il fatto che gli Apostoli sono affranti anziché ricolmi di Spirito Santo, pare per le scandalose caviglie scoperte della Vergine. Fatto sta che l’hanno rifiutata, i Carmelitani, e a distanza di quattrocento anni, un po’ la figura dei piccioni la fanno. Con tutto il rispetto.

Se passate per la meravigliosa Napoli (o se ci andate per andarci: in fin dei conti ci si arriva con un’ora e mezza di treno), al Pio Monte di Misericordia troverete coerentemente le Sette Opere della Misericordia. Alla sua sinistra c’è una bellissima tela con San Pietro liberato dal carcere di Caracciolo, che di solito nessuno considera perché mica è Caravaggio, eh. Però guardatela che è bella. Io nutro per quest’opera un amore gonfio di rimorsi per averla massacrata in una tesina di semiotica del testo, ma questa è un’altra storia.

Se vi viene in mente qualche altra opera nei dintorni fatemi sapere.
Prima che le fan di Alessio Boni si scatenino.
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categoria : roma, amour fou





mercoledì, 20 febbraio 2008

Sono incredibilmente stanca e non c’è più Desperate Housewives.
Che cavolo di mercoledì sera.

Volevo quasi scrivere una considerazione positiva sul lavoro (soprattutto perché la tesi langue e alla tutor ho scritto, né più né meno, che purtroppo ho un affitto da pagare), perché nei giorni scorsi alcuni ragazzi tra le new entries sono stati scartati al termine della settimana di prova: e io ho pensato che quello del customer care è uno sporco, orrendo lavoro, ma evidentemente bisogna anche saperlo fare, ed evidentemente io so farlo. Il che, in mezzo a questo nulla, è almeno qualcosa.

Poi oggi è successo che.
E’ arrivato un fax che non si poteva gestire così com’era.
E io ho chiamato il cliente che si è affrettato a inviare un secondo fax con i dati mancanti.
E io ho chiesto al responsabile se potevamo vederlo subito, questo secondo fax, e gestire la pratica, ma mi è stato risposto che no, il cliente poteva aspettare domani, chissene.
Solo che a un certo punto è venuto fuori, del tutto casualmente, che il cliente aveva indirizzato il primo fax non al servizio assistenza, ma alla pregiatissima signora Pincopallo, e io ho aggiunto con estrema inconsapevolezza che in effetti anche durante la telefonata il cliente aveva accennato a questa persona a me sconosciuta.
E le mie responsabili si sono gelate.
E c’è stato un summit attorno al mio pc.
E mi hanno detto, ma come, non sai chi è la signora Pincopallo?
No, ho risposto io, serafica.
Ma come, hanno incalzato loro: è la supermegadirettricegalattica della supermegagalattica Società per cui lavoriamo.
Ah, ho fatto io: quindi adesso possiamo vederlo, questo secondo fax?
Il fax l’abbiamo visto; non era gestibile; s’è fatta la telefonata al Grande Capo; s’è gestito in tutta fretta e mi si è raccomandato di contattare il cliente di persona, invece di inviare l’sms di conferma che inviamo a tutti i clienti.
Ho eseguito, con una punta di disgusto.
Poco prima della mia telefonata, la responsabile mi ha chiesto se potevo, con grande discrezione, chiedere al cliente come mai avesse scritto direttamente alla signora Pincopallo.

E io ho detto no, questo non lo faccio: mi fanno schifo le persone che vantano amicizie più o meno altolocate per ottenere delle scorciatoie. Per quel che mi riguarda, poteva scrivere anche al pregiatissimo papa e firmarsi Ratzinger Junior. Io lo avrei gestito in ogni caso al meglio delle mie possibilità secondo procedura.

Le responsabili mi hanno guardato non contente.
E io ho capito, con meravigliosa chiarezza, perché non arriverò mai da nessuna parte nella vita.
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categoria : fuori come va, noi flessibili





venerdì, 15 febbraio 2008

Avete presente una delle scene finali del Dracula di Francis Ford Coppola, quando c’è la corsa contro il tempo, e tutti cercano di raggiungere il castello prima che tramonti il sole? Bene: è una bazzecola rispetto alla corsa contro il tramonto che ho fatto io, lavando tutti i vetri di casa dopo essere rientrata dal lavoro, aver pranzato, lavato i piatti e fatto la spesa per munirmi di vetril (che avevo scoperto terminato con tempismo inopportuno proprio al momento del bisogno).
Che la casa in cui viviamo è piccola, ma è massicciamente finestrata (si contano tre finestre, una portafinestra standard e una portafinestra a quattro ante, e tutto in cinquanta metri quadri di bilocale). E i vetri non si lavano con il buio, che non si vedono gli aloni.
Di qui, la gara tra il tramonto e il patto d’acciaio tra me e il vetril.
Rufus mi ha incoraggiato per tutto il tempo seguendomi di vetro in vetro.
Poi abbiamo litigato perché cercava di prendere lo straccio e mi lasciava le zampatine tutto attorno.
Tutto questo, sia detto, dopo una massacrante settimana di risvegli all’alba.
Non per masochismo o per un’improvvisa e inopportuna possessione da parte del demone della casalinga, ma perché è giunta la lieta novella che domani ci saranno i cognati in visita. E io ho guardato i vetri delle mie finestre con occhi nuovi, e sono stata folgorata dalla loro indecenza dopo giorni e giorni di piogge.
Il sole è tramontato.
I vetri sono splendenti.
Dracula non s’è visto.
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venerdì, 15 febbraio 2008

Passate parola.
E spegnete la luce.


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categoria : fuori come va





mercoledì, 13 febbraio 2008

Il frenetico tic tic delle tastiere in ufficio, di mattina (decisamente troppo presto).
Sto gestendo il quarto-quinto fax.
Nelle postazioni alle mie spalle altri due colleghi in turno, A. e L.
Con un angolino libero del cervello mi ritrovo ad ascoltare una loro conversazione.
Anche perché le orecchie sono completamente libere e il loro volume di voce non è proprio basso.
A: “No! Cheppàlle! E adesso ‘zzo vuole questo?”
L., sporgendosi verso il monitor di A. che sta scrutando una carta di identità: “Chi è chi è? No, dai, ci mancava pure il senegalese, ‘zzo vuole?”
A: “Dai, ‘zzo di nome ha? ababbababababa…” (ride)
Il cliente senegalese ha mandato evidentemente più copie del fax, perché la pratica l’ho gestita io pochi minuti prima, e la ricordo, anche perché ho letto e riletto più volte il suo cognome per trascriverlo correttamente.
Dico freddamente senza voltarmi, anche per nascondere il primo rivolo di schiuma alla bocca: “A., guarda che se ti riferisci al signor Dieng, la pratica l’ho già lavorata, se guardi ci sono le mie note, è tutto a posto”.
L. torna sghignazzando al suo monitor: “Aò t’è annata bbène! Pensa se lo dovevi pure chiamà!”
A. sghignazza di rimando: “Mbeh ma ‘nfatti! Chissà come ‘zzo parlava!”
(Non è dato saperlo, in effetti, visto che la pratica non richiedeva un contatto telefonico. Ma intanto, razza di deficiente, vorrei farti notare che il fax è scritto in perfetto italiano, a differenza dei fax che riceviamo da italiani analfabeti che ci autorizzano alla trattazzione dei dati secondo le leggi sulla praivasi. Mi chiedo anche, razza di imbecille, come parleresti tu il wolof o anche solo il francese, visto che anche con l’italiano-non-romanesco hai diverse ed evidenti difficoltà. Vorrei sputarti tutte queste cose nel tuo misero cervelletto, ma non lo faccio, perché penso che alla fine il fatto che tu sia qui con me in un misero call center la dica già molto lunga sulla nostra generazione. E al signor Dieng, che fa carburante ogni mattino alle quattro, perché evidentemente lavora più di tanti debosciati e fighetti come te, idealmente vanno le mie scuse per il paese barbaro in cui vive).
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domenica, 03 febbraio 2008

[post antipatico di persona arrabbiata]

Bona lé.
Nel senso che gliela do su.
E lo scrivo così (F. dice che da quando viviamo qui parlo più emiliano di prima) perché ho come un rigurgito di campanilismo.
Perché non è possibile penare due mesi per un'iscrizione a un corso di perfezionamento universitario.
Che prima devi iscriverti al portale ma risulti già iscritta e non ti sei iscritta tu.
Che allora esegui la procedura di recupero dati di accesso e ti arriva una email con dati di accesso sbagliati (sì, sì! la stessa finezza informatica della tesserina del videonoleggio!)
Che alla fine ti arrangi e capisci che devi usare la user e la password della Piazza Telematica ed accedi ma non trovi (perché non esiste) il link che dovrebbe consentirti di fare domanda di ammissione al corso.
Che quindi ti rassegni a scrivere alla segreteria.
Che ti risponde boh, vedremo.
Che poi per miracolo l'ultimo giorno utile per l'iscrizione il portale si aggiorna e riesci a effettuare la preiscrizione quando la segreteria ti aveva scritto di nuovo per ribadire il “boh, vedremo”.
Che però essendo proprio l'ultimo-ultimo-ultimo giorno utile non riesci a mandare la raccomandata ma ti limiti a inviare il fax (perché sì, ti sei iscritta on line, ma vogliono lo stesso il pezzo di carta, altrimenti mica fa ridere).
Che comunque ti rassicurano che il fax va bene lo stesso.
Che poi dopo qualche giorno esce la graduatoria e il tuo nome non c’è, nemmeno tra i non ammessi.
Che allora con l’occhio iniettato di sangue scrivi di nuovo alla segreteria che ti risponde di scrivere a un’altra segreteria.
Che tu scrivi di nuovo sempre più arrabbiata e alla fine ti dicono che vedranno, che non sanno, che chissà.
Che poi dopo un comodo lasso di tempo ti risponde la prima segreteria e ti dice che per problemi di collegamento tra i settori (già: la Nasa, nientemeno) il tuo nome in graduatoria non c’è, però in realtà nel loro elenco c’è, e allora puoi tranquillamente tornare sul portale a stampare il bollettino delle tasse.
Che alla fine tu ti colleghi, trionfante, e segui le istruzioni, ma non trovi (perché non esiste) il bollettino da stampare.
Che esausta cominci a cliccare ovunque e scopri che per il portale non sei stata ammessa, e quindi ciccia, niente bollettino.
Che alla fin fine, schiumante di rabbia e traboccante di disgusto, ti risolvi a scrivere l’ultima email alle due segreterie, alla referente del corso e se serve anche al rettore.
E dentro di te, anche se è antipatico e odioso fare paragoni da emigrante nostalgica, pensi che sono veramente dei pezzenti, perché all’Università di Bologna il sistema informatico funziona (e da dio) dal 1998 almeno, e qui con tutto che siamo a Roma il sistema informatico è una barzelletta.
Ultimo tentativo: se mi iscrivono bene, altrimenti ciccia.
Pezzenti.

(fuori classifica: Università di Bologna batte RomaTre ottomila a zero).
(unica consolazione: l’avevo detto subito, che la signorina era una gran karlotta).
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sabato, 02 febbraio 2008

Ecco, noi che siamo sopravvissuti indenni a SIRIO, a RITA, a STARS, siamo andati a farci fare dai vigili urbani una multa per le targhe alterne in quel di Avellino, un sabato mattina. Ebbene sì.
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