giovedì, 29 maggio 2008

(tanto lo sapete, che vi tocca)

Ebbene, sabato si sono sposati e noi c’eravamo.
F. a dire il vero c’era dal venerdì perché testimone e migliore amico dello sposo.
Io, che venerdì mattina lavoravo pagata poco e venerdì pomeriggio lavoravo non pagata (allo stage), dovevo raggiungere il lieto evento sabato stesso in treno.
Or dunque.
Venerdì sera rientro a casa con i mezzi pubblici, che già a Roma sono un’odissea ma che per me (privata dell’auto anche solo per raggiungere la stazione del trenino) sono stati un’odissea al cubo. Rientro a casa alle nove e un quarto di sera, dopo sei ore di call center, cinque ore di correzione bozze, tre ore di spostamenti assortiti tra metro, autobus e gambibus (la fermata più vicina a casa mia è a quasi due chilometri). Distrutta. Mangio qualcosa (avendo nello stomaco solo il caffè della colazione). Sistemo un po’ la casa devastata dall’incuria di giorni. Predispongo tutto il necessario per il gatto che passerà (beato lui) un fine settimana in solitaria. Mi accingo a preparare una micro-valigia per il viaggio. Il mio abito e le scarpe li ha già presi F. in auto, a me restano solo poche cose, il beauty e gli access- … Oh, cavolo. [Al momento in cui questo avviene, sono circa le 23:00]. La borsetta. Non ho una borsetta per il matrimonio. Non ho nessuna di quelle cavolo di minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni. Mi concedo un attacco di maledizioni e isteria. Giunge a fagiuòlo un incauto sms di F. che chiede come va. Rispondo astiosamente che non ho la borsetta, che non ho nessuna di quelle cavolo di minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni, che non ci ho nemmeno pensato, alla borsetta, che io ho altre cose da fare che non pensare a cag*** del genere. Valuto un gesto anarchico, tipo presentarmi con lo shopper di Hello Kitty. Boccio l’idea. Valuto la Kipling viola. C’è il pupazzetto della scimmietta attaccata ma è la meno peggio che ho, al momento. Al limite, chiederò in albergo se dispongono di una tenaglia per staccare l’anello metallico con la scimmietta. Riprendo le maledizioni e faccio il beauty. Realizzo di avere tre mascara, due neri e uno blu, e che tre su tre sono esauriti. Lo spazzolino è irto e duro e secco. Li provo tutti e tre. Le ciglia vengono con effetto gratin. I tre mascara vengono sfrombolati con rabbia nell’immondizia. Refrain delle maledizioni di cui sopra. Devo stirare il maglino bianco che indosserò sopra al vestito. Asse da stiro. Ferro da stiro. Maledizioni assortite. S’è fatta mezzanotte. Il maglino non collabora e viene stirato da schifo. Pazienza. Lo infilzo in una gruccia e vado a dormire. La sveglia suona dopo circa un secondo che ho chiuso gli occhi. Almeno sembra. Scopro che nottetempo il maglino è caduto dalla gruccia (maledetto) ed è tutto stropicciato come prima. Lo infilo nella borsa (maledetto). Esco di casa con la borsa, la borsetta Kipling viola con la scimmietta, un enorme sacco di spazzatura che deposito nel primo cassonetto. Cammino alla volta dell’autobus che mi sfila davanti a cinquanta metri dalla fermata. Maledizioni. Incautamente F. chiama per sapere come va. Lo aggredisco. Nel mentre, passa un autobus dalla parte opposta. Corro (sudo), corro (sudo), e lo agguanto al volo. Non va verso Roma, ma verso la stazione del trenino. Prendo dunque il trenino. Scendo a Magliana e prendo la metro. Arrivo a Termini e prendo il biglietto per il primo Eurostar per Firenze (maledetto: mi costa una giornata di stipendio, maledetti tutti). Mi fiondo da Sephora e compro un mascara. Per un attacco di nevrosi, agguanto anche un fantastico ombretto perlato (avrò almeno un ombretto nuovo, maledetti tutti). Mi fiondo da Sisley e compro una di quelle minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni. Mi fiondo sul treno. Mi addormento (secca) e mi sveglio cinque minuti prima di Firenze. Attraverso tutta Santa Maria Novella di corsa per prendere il regionale che parte all’ultimo secondo mentre io arrivo sul binario. Una scena da film, dice un tizio accanto a me. Che sia maledetto anche tu, va’. Aspetto il regionale successivo. Arrivo a destinazione dopo cinque ore e un quarto complessive di viaggio. Doccia, capelli, vestizione e trucco nel tempo record di quaranta minuti. Il rossetto lo metto in auto mentre F. guida alla forsennata per le colline toscane. Sembra che il rossetto mi sia esploso sulle labbra, ma pazienza. Se non la borsetta, sarà anarchico il maquillage. Arriviamo in chiesa. Baci allo sposo. Baci agli amici. Ci sediamo all’interno. Realizzo di essere mortalmente stanca, già annoiata e con il primo accenno di disgusto. Arriva lo sposa. Ha l’abito bianco. Ha il v-e-l-o. Il disgusto si impenna. Un’amica accanto a me si commuove. Si asciuga la lacrima. Io mi concentro moltissimo sul mio sorriso perché un tizio fastidioso ci riprende con la videocamera. Rischio la paralisi facciale. L’amica insiste: io ai matrimoni mi commuovo sempre, dice. Non vedo l’ora che arrivi il mio, aggiunge. (L’amica si sposa l’anno prossimo a fine maggio: dovrebbe essere l’ultimo che ci tocca. Dopodiché, o gli amici restanti desistono, o io non voglio più amici). Annuisco con aria ehm: tenera? (mi tradisce, forse, l’occhio iniettato di sangue). Comincia la funzione. Mi lascio scivolare addosso tutto. Non mi riesce di pronunciare nemmeno un amen. Mi guardo attorno, sono tutti annoiati e distanti (tranne l’amica accanto a me che piange, ma pensando al suo matrimonio prossimo venturo). Un bambino funesta il rito facendo riecheggiare la vocina stridula nella navata. Per tutta la funzione. Il papà non ritiene necessario portarlo all’esterno: del resto, il sacerdote ha il microfono. Al momento dell’alleluia, la sorella dello sposo intona il brano di Leonard Cohen. L’amica accanto a me ha un moto di stizza: anche lei aveva pensato alla stessa canzone, dice, ora non potrà più usarla. Beh, rispondo io, l’hanno usata anche in Shrek e in Dr. House, penso proprio che possa usarla tranquillamente anche tu. L’amica non capisce. Ha gli occhi lucidi. Stringe la mano del futuro sposo, che mantiene un’aria scettica. Si giunge al dunque. In ricchezza e in povertà. In salute e in malattia. (Penso alla notte che F. ha trascorso fuori da una sala operatoria, penso a quello che mi ha raccontato, al chirurgo che è uscito grondante di sudore con il camice sporco di sangue, del mio sangue, e che si è seduto accanto a lui nel silenzio di un corridoio deserto chiedendogli con un gesto della mano un momento prima di parlare). (Penso a quanto deve essere stato assurdo, un ragazzo e un chirurgo sporco di sangue seduti in un corridoio deserto, in silenzio, alle cinque del mattino). (F. si gira a guardarmi). (Sono certa che stiamo pensando la stessa cosa). Il mio pensiero viene interrotto da un applauso che mi appare orrendamente incongruo. Manca solo Simona Ventura con la lavagnàtta. Si dà lettura del codice civile e dell’atto al termine del quale viene reso noto che gli sposi hanno scelto la separazione dei beni. In ricchezza e povertà, già. A sorpresa, il sacerdote legge la benedizione papale che è spuntata da chissà dove e a cura di chissà chi. Tra me e me penso che la rinfaccerà alla sposa da qui all’eternità alla sua prima sfuriata ideologica contro il Vaticano. Segue ricevimento maestoso e triste. Gli ospiti litigano come un branco di affamati davanti al buffet. Anche gli sposi non appaiono particolarmente gioiosi o emozionati. E’ come se fosse una enorme, dovuta formalità. Una zanzara mi brutalizza un polpaccio. Finisce abbastanza presto. Rientriamo in albergo. Io ho addosso una inspiegabile amarezza. Penso che vorrei saper essere più superficiale, non prendermela tanto per le questioni di principio. Poi penso che le questioni di principio sono quello che ci resta, comunque vadano le cose. Io e F. ci addormentiamo abbracciati. Non basta un anello al dito per essere una famiglia. Non serve una tartina al caviale per sapere di esserlo.
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categoria : fuori come va, effe ed io





mercoledì, 28 maggio 2008

Ecco, io penso che quando sai che il tuo lavoro sarà sottoposto all'attenzione di uno che prima che un uomo è una voce della Garzantina Cinema, sei autorizzata a una crisi di panico.
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categoria : roma





venerdì, 23 maggio 2008

Gli unici momenti di riposo* della settimana lavorativa appena trascorsa sono stati quelli passati sulla scala mobile di Castro Pretorio all'uscita / all'entrata della metro. Per fortuna è una scala mobile moolto lunga.

(*) le (in media) cinque ore di sonno a notte non rientrano nella categoria: riposo, bensì: coma
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categoria : roma





mercoledì, 14 maggio 2008

Mi tolgono Lost fino al 23 giugno.
Entrerò in crisi di astinenza.
Anche perché The Constant è stato quanto di più splendido sia stato pensato scritto e girato per la televisione da quanto esiste. L'ho già rivisto tre volte. Rivedrò tutto n volte, da qui a giugno.

Però è ricominciato Boris.
E l'incipit  che cita la sequenza iniziale di Lost è stata fantastica.
E poi non so com'è, ma da quando vivo a Roma anche Boris fa più ridere.
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categoria : on tv





lunedì, 12 maggio 2008

Ci sono giorni in cui ti senti attanagliata dai dubbi.
Quantomeno, ti senti un po’ fessacchiotta.
Perché stai qui a contare gli spiccioli per arrivare al prossimo miserevole stipendio, e a valutare se puoi prendere anche quell’altro libro che ti hanno consigliato per la bibliografia senza far comparire alla porta l’omino che ti strappa dalle mani la cartina azzurra e la tagliuzza sadicamente in mille pezzi – quando hai lasciato una casa e un lavoro da millequattrocento euro al mese – nell’azienda che ora ti manda un cud che suona quasi come uno sberleffo.
(E’ lì che mi guarda, il cud, e ridacchia).

Poi trovi per caso questa vecchia email inviata in uno dei tanti momenti di disperazione e disgusto a F.


----- Original Message -----
From: Mxxxxxx.Pxxxxxx@xxxxbanca.com
To: xxxxxx@xxxxxx.it
Sent: Monday, November 06, 2006 12:16 PM

cliente con tre contratti leasing (mica brustolini)
ha mandato in MAGGIO un fax con la variazione dell'indirizzo
da sistema vedo che abbiamo variato la sede legale ma non quella amministrativa, quindi sono mesi che il cliente non riceve le fatture
chiamo l'ufficio leasing che mi dice che probabilmente il cliente non l'ha specificato nel fax e quindi deve rimandarlo
per puro accanimento cerco nel database e ripesco il fax del cliente: C'ERA SCRITTO
nonostante questo, mi dicono di dire al cliente di rimandarlo

io non ce la faccio più a lavorare così

mi fa schifo

tristissima, M.


A volte fa bene ricordare che quando si stava bene, si stava peggio.
Mi arriverà il libro.
Lavorerò a una cosa bella.
Non andrò dal parrucchiere per il matrimonio dell’amico di F. in virtù della vigente austerity. Tanto il sole di Roma mi ha schiarito un sacco i capelli e con altre mèches sarei troppo bionda. Tanto (aggiungo) detesterò il matrimonio e sapere che non ho speso 120 euro per i capelli mi allevierà il bruciore di stomaco.
Tanto (incrocio le dita) nascerà la bimba e io, ohibò, dovrò precipitarmi a Torino.
Nel frattempo, nonostante il miserevole stipendio, il lavoro copri-affitto ha una sua dignità.

Ed è abbastanza.
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categoria : roma, fuori come va





lunedì, 12 maggio 2008

Adesso che ho scoperto che Amazon tiene in memoria i dati della carta di credito di F., chi mi fermerà??
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lunedì, 05 maggio 2008

Stavo facendo un giro per i blog amici, collegamento umts permettendo.
E ho scoperto, grazie a Atipica, di essere finita qui.

Dunque io sono precaria perché la mia mente è
(copio e incollo):
• statica
• ferma nelle proprie posizioni
• predisposta a richiedere prima diritti di lavoro che a dimostrare le proprie competenze
• poco predisposta a considerare il proprio stipendio in funzione degli obiettivi da raggiungere
• solitamente convinta di saper fare solo perché conosce la teoria

Mi pare di capire che dietro alla brillante classifica ci sia la persona che tempo fa mi scrisse che ragionavo da precaria perché non avevo assecondato la mentalità (parole mie) mafiosetta e leccaculista dei miei referenti in ufficio. Non mi ha mai spiegato perché. Anzi io ritengo che se mi fossi comportata a quel modo (non professionale, puramente compiacente) sarei stata una precaria patetica che cercava di ingraziarsi penosamente i superiori. Ma si vede che ragiono male io, con la mia mente statica e ferma nelle mie posizioni.

Mi sembrava anche che, a leggermi, si capisse che mi piace lavorare bene, (a volte penso: stupidamente), anche quando molti attorno a me non lo fanno, anche quando non faccio il lavoro per il quale ho studiato e che vorrei diventasse il lavoro della vita.

Sulla questione delle competenze mi sfugge una risata isterica: ho lavorato a progetto per un anno e mezzo dodici ore al giorno a ottocento euro al mese, con un contratto rinnovato di tre mesi in tre mesi, e nonostante la melliflua titolare mi esaltasse nei suoi discorsi alle truppe come la colonna portante dell’azienda, quando (ribadisco: dopo un anno e mezzo di troppo lavoro malpagato) ho chiesto di più del misero contratto che avevo, ha preferito di gran lunga lasciarmi andare e rimpiazzarmi dall’oggi al domani con una ragazza nuova reclutata in quattro e quattr’otto con un annuncio sul web.

Per dire che quel “Hai le competenze per fare un determinato lavoro, e le dimostri? Allora sei assunta, con tutti i diritti normali di lavoro” è davvero, davvero una splendida favoletta a cui pensavo non credesse più nessuno. Se mi si indica la strada, ci vengo anche io nell’isola che non c’è.

La questione dello stipendio si commenta da sola: chi viene pagato in funzione degli obiettivi normalmente viene pagato molto bene. A noi danno un tot (poco) all’ora, e che lavori bene o male non c’è differenza, perché non importa a nessuno.

Forse questo non è chiaro: che non importa a nessuno.
O meglio: se lavori bene non importa a nessuno.
Se lavori male, ovviamente, si incazzano.

Il mio attuale lavoro nel mio progetto di vita ha la funzione di coprire l’affitto. Nonostante questo, ho proposto procedure nuove, basate sull’esperienza in altre aziende simili, e ho persino riscritto tutte le email in inglese che prima del mio intervento assolutamente volontario e gratuito erano tradotte in un inglese fantozziano. Le mie referenti sono state molto soddisfatte e lo vedo, lo percepisco, che sono contente di me, tanto che mi hanno affidato fin troppo presto, rispetto agli standard, altre mansioni. (Mi chiedo tra l’altro, se avessi scritto più spesso quelle belle osservazioni autoincensanti sarei stata considerata più flessibile e meno precaria?) (affascinante quesito).
E la loro stima è l’unica cosa che mi rattrista al pensiero che tra qualche settimana al massimo darò le dimissioni perché ho avuto una proposta migliore, veramente flessibile e (toh!) pagata bene e ancor meglio a seconda degli obiettivi raggiunti.

A loro, alle mie referenti, probabilmente dispiacerà vedermi andare via.
Me l’hanno già detto, un po’ scherzando e un po’ no, dopo la discussione della tesi.
Ma il fatto è: al di là di loro, non importa a nessuno.
Non importa a chi comanda, a chi paga, a chi deve portare a casa il profitto.
A quella persona, come a tante altre persone in Italia, importa solo guadagnare tanto e spendere il meno possibile, pagare le persone un tot (poco) all’ora e non averle sul groppone quando si ammalano o partoriscono.

Tutto qua.

Già Atipica aveva notato l’ottima compagnia.
Io mi chiedo cosa ho fatto per meritare addirittura di essere nella stessa lista di Riccardo Marassi.
O cosa ha combinato lui per finire accanto a me.

Mah.
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categoria : fuori come va, noi flessibili





domenica, 04 maggio 2008

E' andata.
E' andata anche bene*, ma soprattutto è andata.
Adesso dovrebbe venire il bello.
Pare.

(*) Quando mi hanno proclamato con lode nel mio labiale si è letto: "Perché, c'è il voto?"
C'è il voto, sì. Dimentico sempre che per chi ha la laurea breve (son carogna e lo riconosco, ma per me, che mi sono smazzata cinque anni di università, chi ne fa tre ha al massimo la laurea breve -- e riga) questo master vale da specialistica.
Che barzelletta è diventata, l'università italiana? Mah.
Comunque, son masterizzata. Alé.
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categoria : fuori come va