Il treno arriva in stazione con più di mezz’ora di ritardo.
Le ragazze americane del mio scompartimento cominciano a preparare i bagagli nei quali hanno evidentemente inserito tutto ciò che possiedono. Reclutano qualunque uomo di passaggio con sorrisi degni della migliore pubblicità del dentifricio al bicarbonato.
La mia borsa è abbastanza leggera, una volta tanto (a casa mi è rimasto un vasto assortimento di t-shirt anni ’90 e pantaloncini corti e non prevedo di indossare altro).
Abbandono lo scompartimento mentre una americana spiega all’altra che si accorgerà presto di quanto la città è diversa da Roma, molto più traditional, tanto che probabilmente i negozi saranno tutti chiusi. Aggiunge con tono accademico che Roma è ancient mentre questa è medieval. Cool, risponde l’altra americana.
Esco dalla stazione seguendo percorsi familiari, senza pensarci.
Fuori mi investe un’aria così calda da sembrare densa.
La luce delle tre del pomeriggio è abbacinante.
Rispondo alle terza telefonata della famiglia per dire che sì, sono arrivata, e che no, non occorre che mi vengano a prendere. Troverò una corriera, nonostante l’orario estivo. Il fatto è che, a dispetto del caldo e della borsa, vorrei ritagliarmi un’ora tutta per me. E lo so, lo so, che su tutti mi aspettano, e non vedo l’ora di rivedere la bimba, e abbiamo ospiti a cena. Però, un’ora. Un’oretta piccola piccola. E così comincio a camminare senza pensare, e senza pensare che è un’ora soltanto. Notando anche cose (che prima erano) banali, qui c’era un negozio e non c’è più, lì c’era questo e ora c’è quest’altro, oh guarda, la mia fermata dell’autobus. Alla fine di via Indipendenza, una vetrina che prima non c’era: una filiale nuova, lustra e asettica, con manifesti che istigano alla cessione del quinto. Sollievo improvviso: anche il precariato permanente non sembra così male, pensando al lavoro orrendo da cui sono fuggita. La piazza mi si apre davanti immersa nella luce surreale di un vuoto, rovente pomeriggio d’agosto. Svolto a sinistra, le torri in fondo chiudono la strada. Cammino con il naso all’insù, come del resto facevo anche prima, penso con soddisfazione – che abituarsi alla bellezza è l’inizio della fine. La Feltrinelli in fondo alla strada ha cambiato interamente la disposizione dei libri e non mi ci ritrovo più. Mi infilo nel Ghetto, non c’è nessuno, non si sente un rumore. Mi riempio gli occhi di giallo crema e rosso. La piazzetta Marco Biagi. Via Marsala. La chiesa di san Martino. Via Oberdan. La finestrina di via Piella che non è più una finestra, da quando hanno tolto l’anta di legno. E tuttavia è sempre bella. Faccio una foto con il cellulare, la invio a F. Bologna la bella, scrivo. Vorrei vederti in questo momento, risponde. In realtà in questo momento sono una pazza che si scapicolla una borsa per il centro assolato e deserto, per rivedere posti e strade visti mille e mille volte – che è contenta di essere tornata e contenta di non esserci più. Stranamente.

Trovate l’errore.

Trovato?
Posterei la soluzione nel prossimo numero, ma siccome fa caldo e devo tornare velocemente al lavoro, ve la spiattello qui.
Sarà offerta una formazione gratuita specifica.
Formazione gratuita: gratis per te, come quando compri lo shampoo e il balsamo e gratis per te c’è la pratica pochette. Formazione gratuita, cioè non ti pago: tu vieni qui a imparare un lavoro (ma neanche: che ti preferisco con esperienza pregressa, eh, non ho mica del tempo da perdere, io, io sono uno che lavora), trascorrendo nella mia azienda otto ore della tua giornata, io ti utilizzerò a breve per incrementare i miei profitti, ma non ti pago finché non mi diventi direttamente spendibile. Formazione gratuita: come dire, ti è andata bene, in questo mercato del lavoro così moderno e flessibile poco ci manca che tu debba pagare me, illuminato datore di lavoro che ti offro così generosamente un modo per impiegare le tue inutili giornate.
Non sono in vacanza.
Sono inchiodata all'economico tavolino ikea che funge da scrivania.
Al buio, per scoraggiare le zanzare.
E tuttavia, sono contenta.
