domenica, 06 gennaio 2008

Poiché quest’anno è l’anno.
L’anno in cui si deciderà che fare di noi.
Partire (tornare) o restare.
Quest’anno è l’anno.
L’anno passato è stato quello della fuga: da un lavoro orrendo, il lavoro in banca tanto agognato da una intera generazione oltre che da mamma e papà, ma che mi stava uccidendo (e non in modo violento, no; ma in modo subdolo, come solo sanno le morti grigie; quelle dove grazie al cielo il lavoro non ti uccide facendoti precipitare nel vuoto da una impalcatura o facendoti esplodere addosso una macchina infernale, ma piano piano ti rende una persona che non pensa più perché non le è richiesto di pensare, e che tiene la testa bassa perché tutti attorno lo fanno, e ti sussurrano quasi con spavento che è meglio così) (non so se sarei mai diventata davvero una non persona non pensante, ma il rischio c’era, e non ero disposta a correrlo).
L’anno passato è stato quello delle nuove cose e delle tante speranze.
Quest’anno deve essere l’anno in cui le cose accadono.
Questo posto deve essere il posto dove le cose accadono.
Altrimenti non ha senso restare.
Ho sempre pensato che se non si può andare avanti non è disdicevole tornare indietro.
Perché alla fine, indietro non si torna mai.
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domenica, 29 luglio 2007

A Ostia Antica c’è un castello e io l’ho scoperto solo l’altra sera grazie alla cenetta in un ristorantino splendido. Vicoletti arancioni con piantine rampicanti e tanti gatti. Gatti grassissimi che presumibilmente si sono ingrassati ulteriormente con i resti della mia spigola con patate.
A Ostia Antica c’è un castello, a me è tornata in mente la Rocca di Imola e m’ha preso la nostalgia.
Io non pensavo che avrei avuto nostalgia di casa e dintorni.
E invece ce l’ho.
Che poi Imola non è nemmeno casa, per me. Ma sarà per il periodo folle in cui correvo là ad ogni occasione, quando provava la Ferrari e c’erano Berger e Alesi (ma qualcuno se lo ricorda, Alesi, che è stato l’amour fou dei miei quindici sedici diciassette diciotto anni?), sarà per le tante insolazioni prese alle Acque Minerali, sarà per le corse lungo viale Dante quando perdevo il treno e chiamavo a casa chiedendo a mamma di venire a recuperarmi a Castel San Pietro perché avevo fatto tardi aspettando Jean all’uscita del paddock per il quindicesimo autografo sulla smemoranda (il tizio alla guardiola mi salutava al grido di “ciao biondina sei di nuovo qui?” - ho detto tutto…) … sarà per questo, o per il fatto che ultimamente si andava spesso con la bici in quella direzione, in mezzo ai frutteti che in primavera sono tra le cose più splendide che io abbia mai visto, e si fantasticava di comprare casa da quelle parti perché tanto c’è il treno e si arriva a Bologna in venti minuti. Sarà, insomma, ma con il neurone che è saltato dal castello di Ostia Antica alla Rocca e all’autodromo e poi al frutteto, la nostalgia m’ha preso davvero.
Ed è sciocco, perché se tornassi indietro non sarei felice, così come non sarei stata felice se fossi rimasta. Ma evidentemente una Itaca a cui rivolgere il pensiero mentre si è lontani serve davvero.

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giovedì, 25 gennaio 2007

Giornata strana.
A preparare valigie.
A pensare a posti nuovi.
Ho comprato quello che non porterò con me da casa.
Perché questa rimarrà, ancora per un po’, casa.
E deve rimanere lo spazzolino.
Devono rimanere le pantofole, il pigiama con i topini, una crema per il viso, almeno una tra le varie bottigliette di shampo e balsamo e robe varie per domare i miei capelli ricci quando torno.
Giornata strana.
Non c’è la nebbia, il sole incerto illumina la chiesa al di là dei giardini.
La mia finestra.
La finestra di questa stanza che si è svuotata.
Che ha cominciato a svuotarsi quando anche D. è partita.
Torino, Roma.
In mezzo Bologna o giù di lì.
Giornata strana.
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venerdì, 12 gennaio 2007

(post veloce veloce per dire che)
(sono libera)
(a volte non è poi così difficile essere felici)
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martedì, 19 dicembre 2006

Itinerario di shopping natalizio post ufficio.
Entroesco dai negozi cercando di scivolare dalle grinfie delle commesse.
Sarà che ho i tacchi e il cappotto, ovvero (?) un’aria adulta e rispettabile (quando ho il piumino e le nike nere non mi degnano di uno sguardo), ma è uno strazio.
Fuggo senza concludere nulla dai negozi del centro.
Decido di camminare per qualche fermata prima di agguantare un autobus.
E poi mi viene in mente che non sono ancora stata alla fiera di Santa Lucia. Sono anni che non passeggio lungo Strada Maggiore. E’ più o meno sempre tutto lì, immobile e rassicurante come ai tempi dell’università. Attraversare il portico dei Servi alle sei della sera del 19 dicembre è un massacro. Odore di zucchero filato. Abeti. Decorazioni. Musichette natalizie. Luci. Presepi. Sciarpine indiane. Che non si sa cosa c’entrino, con la fiera di Santa Lucia. Persone ovunque. Signore ammantate nella stola di pelliccia vistosamente non-ecologica, spintonanti e maleducate. Giovinastri con la sigaretta in mano accesa, nella folla. Uomini incravattati che parlano al cellulare e sgomitano infastiditi tra le persone che si fermano davanti alle bancarelle. Ragazzi e ragazze con il pantalone cadente e variopinti drappi di lana infeltrita appesa alla rinfusa sul resto del corpo (sarà mica ora di crescere, eh?) (dai, che anche noi alla fine abbiamo trent’anni).
Alla fine il mercatino occupa solo poche decine di metri ma è una sorta di varco spazio-temporale.
Alla fine del portico mi sento vecchissima.
Non ho neanche avuto la tentazione di comprare il croccante alle nocciole.
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sabato, 24 giugno 2006

Pensavo, in questi giorni in cui ho percorso strade meno mie, che è bello lasciare scorrere Bologna fuori dai finestrini dell'autobus, e perdere gli occhi nei gialli e nei rossi dei portici che sfilano indistinti lungo via Saragozza, e a tratti entrare con lo sguardo nei cortili e nei giardini che si aprono a sorpresa dietro pesanti portoni, e indovinarne altri dietro a portoni ancora chiusi. E' ancora bella Bologna, sì.
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sabato, 10 giugno 2006

Incontro casuale, mentre trotterello in pausa pranzo lungo via Montegrappa alla ricerca di un bancomat prima di decidere se mortificarmi con un’insalata o rischiare un pesante abbiocco pomeridiano (siamo ancora in formazione e, si sa, è sempre più faticoso del lavorare stesso) con un panino.
Appare, e sono passati ormai dieci anni (cielo). Amico di vecchia data, attorno agli anni del liceo, perso di vista gradualmente con l’università e tutto. Persona sensibile, brillante, intelligente, pulita. Ci abbracciamo, e ciaaaao, ma peeeensa teeh, ma quanto tempo, e come stai, e non sei cambiata affatto, e che bello rivederti, e adesso dimmi, c o s a   f a i.
Cosa faccio? Lavoro in un call center come la metà dei laureati italiani, rispondo ridendo (lo so che non c’è niente da ridere ma oh: piangersi addosso non aiuta).
L’Amico sorride. Viene fuori che lavora in teatro, lui, e che sta curando la regia di uno spettacolo con una famosa attrice, lui, e che è molto felice, lui, e che sai, è un grande sbattimento ma ne vale la pena. Ignoro il tono autocelebrativo perché l’Amico è(ra) una bella persona, e poi caspita, fa bene ad autocelebrarsi, è una cosa splendida e sono sinceramente contenta per lui. Ma l’Amico incalza, e dopo qualche domanda sul come e perché sono finita a fare un tale lavoraccio (“proprio tu che brillavi in tutto”, dice, e non si rende conto, forse, che così mi fa solo male perché non è più un complimento) comincia in modo vago ad accusarmi di aver mollato. Aggiusta la mira, l’Amico, e con più precisione sentenzia che non credo in me stessa e nei miei sogni, o forse non sono forte abbastanza per realizzarli. Incasso, e senza cercare giustificazioni gli racconto i passi che ho compiuto, i miei tentativi, i miei dubbi: se è possibile nuotare in un mare di melma senza soffocare e senza sporcarsi – se è possibile realizzare i propri progetti senza cambiare in peggio. L’Amico scuote la testa come se si trovasse davanti a una bambina piccola, e si lancia in lodi sperticate della sua abilità trasformista perché è un mondo difficile e la vita è cambiamento e io ho capito che dovevo diventare spietato e infischiarmene degli altri e accettare qualunque compromesso pur di. Nota che la mia espressione si è raffreddata, a domanda rispondo che non so, non credo, che da parte mia non riuscirei. L’Amico sentenzia che è ora di smetterla di essere idealisti, visto che anche io ho trent’anni. Mi faccio piccola, senza pretendere di avere ragione spiego solo, all’Amico che conoscevo e che forse non abita più nella persona che ho davanti, che per me non è così, perché se ottenessi quello che voglio, ma non lo ottenessi nel modo che voglio, non sarei felice. Non dico di avere ragione, ma mi conosco.
Il trillo del telefonino mi salva dalla bordata finale. L’Amico risponde con voce flautata a una “carissima” che poco più in là diventa addirittura “cippi”, e poi mi informa che deve andare, mi lascia il suo biglietto da visita e si allontana. Lo richiamo, si volta, gli dico che mi ha fatto piacere rivederlo. Contraccambia in modo formale, e improvvisamente mi sento triste. Resto ferma mentre il sole mi scalda la schiena, e sì, se nella vita ci fosse la colonna sonora, in questo momento, mentre quel che resta del mio Amico si allontana lungo i portici, mentre io decido che per pranzo mi merito un gelato, ci sarebbe lui, e una canzone.
 
Siamo quelli che
da quelli come te
non si fanno mai pagar da bere
perché siamo quelli che
è meglio che lo sai
con quelli come te son sempre pari
 
(in bocca al lupo, comunque, Amico)
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