(tanto lo sapete, che vi tocca)
Ebbene, sabato si sono sposati e noi c’eravamo.
F. a dire il vero c’era dal venerdì perché testimone e migliore amico dello sposo.
Io, che venerdì mattina lavoravo pagata poco e venerdì pomeriggio lavoravo non pagata (allo stage), dovevo raggiungere il lieto evento sabato stesso in treno.
Or dunque.
Venerdì sera rientro a casa con i mezzi pubblici, che già a Roma sono un’odissea ma che per me (privata dell’auto anche solo per raggiungere la stazione del trenino) sono stati un’odissea al cubo. Rientro a casa alle nove e un quarto di sera, dopo sei ore di call center, cinque ore di correzione bozze, tre ore di spostamenti assortiti tra metro, autobus e gambibus (la fermata più vicina a casa mia è a quasi due chilometri). Distrutta. Mangio qualcosa (avendo nello stomaco solo il caffè della colazione). Sistemo un po’ la casa devastata dall’incuria di giorni. Predispongo tutto il necessario per il gatto che passerà (beato lui) un fine settimana in solitaria. Mi accingo a preparare una micro-valigia per il viaggio. Il mio abito e le scarpe li ha già presi F. in auto, a me restano solo poche cose, il beauty e gli access- … Oh, cavolo. [Al momento in cui questo avviene, sono circa le 23:00]. La borsetta. Non ho una borsetta per il matrimonio. Non ho nessuna di quelle cavolo di minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni. Mi concedo un attacco di maledizioni e isteria. Giunge a fagiuòlo un incauto sms di F. che chiede come va. Rispondo astiosamente che non ho la borsetta, che non ho nessuna di quelle cavolo di minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni, che non ci ho nemmeno pensato, alla borsetta, che io ho altre cose da fare che non pensare a cag*** del genere. Valuto un gesto anarchico, tipo presentarmi con lo shopper di Hello Kitty. Boccio l’idea. Valuto la Kipling viola. C’è il pupazzetto della scimmietta attaccata ma è la meno peggio che ho, al momento. Al limite, chiederò in albergo se dispongono di una tenaglia per staccare l’anello metallico con la scimmietta. Riprendo le maledizioni e faccio il beauty. Realizzo di avere tre mascara, due neri e uno blu, e che tre su tre sono esauriti. Lo spazzolino è irto e duro e secco. Li provo tutti e tre. Le ciglia vengono con effetto gratin. I tre mascara vengono sfrombolati con rabbia nell’immondizia. Refrain delle maledizioni di cui sopra. Devo stirare il maglino bianco che indosserò sopra al vestito. Asse da stiro. Ferro da stiro. Maledizioni assortite. S’è fatta mezzanotte. Il maglino non collabora e viene stirato da schifo. Pazienza. Lo infilzo in una gruccia e vado a dormire. La sveglia suona dopo circa un secondo che ho chiuso gli occhi. Almeno sembra. Scopro che nottetempo il maglino è caduto dalla gruccia (maledetto) ed è tutto stropicciato come prima. Lo infilo nella borsa (maledetto). Esco di casa con la borsa, la borsetta Kipling viola con la scimmietta, un enorme sacco di spazzatura che deposito nel primo cassonetto. Cammino alla volta dell’autobus che mi sfila davanti a cinquanta metri dalla fermata. Maledizioni. Incautamente F. chiama per sapere come va. Lo aggredisco. Nel mentre, passa un autobus dalla parte opposta. Corro (sudo), corro (sudo), e lo agguanto al volo. Non va verso Roma, ma verso la stazione del trenino. Prendo dunque il trenino. Scendo a Magliana e prendo la metro. Arrivo a Termini e prendo il biglietto per il primo Eurostar per Firenze (maledetto: mi costa una giornata di stipendio, maledetti tutti). Mi fiondo da Sephora e compro un mascara. Per un attacco di nevrosi, agguanto anche un fantastico ombretto perlato (avrò almeno un ombretto nuovo, maledetti tutti). Mi fiondo da Sisley e compro una di quelle minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni. Mi fiondo sul treno. Mi addormento (secca) e mi sveglio cinque minuti prima di Firenze. Attraverso tutta Santa Maria Novella di corsa per prendere il regionale che parte all’ultimo secondo mentre io arrivo sul binario. Una scena da film, dice un tizio accanto a me. Che sia maledetto anche tu, va’. Aspetto il regionale successivo. Arrivo a destinazione dopo cinque ore e un quarto complessive di viaggio. Doccia, capelli, vestizione e trucco nel tempo record di quaranta minuti. Il rossetto lo metto in auto mentre F. guida alla forsennata per le colline toscane. Sembra che il rossetto mi sia esploso sulle labbra, ma pazienza. Se non la borsetta, sarà anarchico il maquillage. Arriviamo in chiesa. Baci allo sposo. Baci agli amici. Ci sediamo all’interno. Realizzo di essere mortalmente stanca, già annoiata e con il primo accenno di disgusto. Arriva lo sposa. Ha l’abito bianco. Ha il v-e-l-o. Il disgusto si impenna. Un’amica accanto a me si commuove. Si asciuga la lacrima. Io mi concentro moltissimo sul mio sorriso perché un tizio fastidioso ci riprende con la videocamera. Rischio la paralisi facciale. L’amica insiste: io ai matrimoni mi commuovo sempre, dice. Non vedo l’ora che arrivi il mio, aggiunge. (L’amica si sposa l’anno prossimo a fine maggio: dovrebbe essere l’ultimo che ci tocca. Dopodiché, o gli amici restanti desistono, o io non voglio più amici). Annuisco con aria ehm: tenera? (mi tradisce, forse, l’occhio iniettato di sangue). Comincia la funzione. Mi lascio scivolare addosso tutto. Non mi riesce di pronunciare nemmeno un amen. Mi guardo attorno, sono tutti annoiati e distanti (tranne l’amica accanto a me che piange, ma pensando al suo matrimonio prossimo venturo). Un bambino funesta il rito facendo riecheggiare la vocina stridula nella navata. Per tutta la funzione. Il papà non ritiene necessario portarlo all’esterno: del resto, il sacerdote ha il microfono. Al momento dell’alleluia, la sorella dello sposo intona il brano di Leonard Cohen. L’amica accanto a me ha un moto di stizza: anche lei aveva pensato alla stessa canzone, dice, ora non potrà più usarla. Beh, rispondo io, l’hanno usata anche in Shrek e in Dr. House, penso proprio che possa usarla tranquillamente anche tu. L’amica non capisce. Ha gli occhi lucidi. Stringe la mano del futuro sposo, che mantiene un’aria scettica. Si giunge al dunque. In ricchezza e in povertà. In salute e in malattia. (Penso alla notte che F. ha trascorso fuori da una sala operatoria, penso a quello che mi ha raccontato, al chirurgo che è uscito grondante di sudore con il camice sporco di sangue, del mio sangue, e che si è seduto accanto a lui nel silenzio di un corridoio deserto chiedendogli con un gesto della mano un momento prima di parlare). (Penso a quanto deve essere stato assurdo, un ragazzo e un chirurgo sporco di sangue seduti in un corridoio deserto, in silenzio, alle cinque del mattino). (F. si gira a guardarmi). (Sono certa che stiamo pensando la stessa cosa). Il mio pensiero viene interrotto da un applauso che mi appare orrendamente incongruo. Manca solo Simona Ventura con la lavagnàtta. Si dà lettura del codice civile e dell’atto al termine del quale viene reso noto che gli sposi hanno scelto la separazione dei beni. In ricchezza e povertà, già. A sorpresa, il sacerdote legge la benedizione papale che è spuntata da chissà dove e a cura di chissà chi. Tra me e me penso che la rinfaccerà alla sposa da qui all’eternità alla sua prima sfuriata ideologica contro il Vaticano. Segue ricevimento maestoso e triste. Gli ospiti litigano come un branco di affamati davanti al buffet. Anche gli sposi non appaiono particolarmente gioiosi o emozionati. E’ come se fosse una enorme, dovuta formalità. Una zanzara mi brutalizza un polpaccio. Finisce abbastanza presto. Rientriamo in albergo. Io ho addosso una inspiegabile amarezza. Penso che vorrei saper essere più superficiale, non prendermela tanto per le questioni di principio. Poi penso che le questioni di principio sono quello che ci resta, comunque vadano le cose. Io e F. ci addormentiamo abbracciati. Non basta un anello al dito per essere una famiglia. Non serve una tartina al caviale per sapere di esserlo.
e' passato per la testa di spikette
alle ore 20:58 |
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fuori come va, effe ed io