giovedì, 03 luglio 2008

<io>: "Cosa ne pensi? E' carino questo festone con gli orsacchiotti per la festa per la bimba?"
<F.>: "Sì, è carino"
<io>: "Ma si capisce che sono orsacchiotti?"
<F.>: "Abbastanza. Forse si capisce di più quest'altro con i ranocchi"
<io>: "Guarda che non sono ranocchi, sono dei cavalli a dondolo"
<F.>: "..."
<io>: "..."
<F.>: "Ah. Allora si capisce di più quello con gli orsacchiotti"
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lunedì, 23 giugno 2008

In realtà ieri sera volevo vedere la seconda parte di Via col vento, ma non potevo far mancare a F. la mia preziosa compagnia e il mio acume critico. Sulla partita, da non-addetta-ai-lavori, e da nemmeno-interessata-ai-lavori, vorrei dire che:

- è inutile recriminare: anche se fossimo passati con la Spagna, considerando che l’Olanda ci ha battuti 3-0 e che la Russia ha battuto l’Olanda 3-1, con la Russia avremmo perso 5-0 (è pura matematica)
- è incongruo che Donadoni indossi una elegantissima giacca se poi deve sbracciarsi e sbraitare improperi peraltro riconoscibilissimi con il labiale
- quelli con il capello lungo, il cerchietto, la fascetta, l’elastico, il gel effetto bagnato, le mèches, l’orecchino, il tatuaggio, io li spedirei immediatamente a lavorare in miniera; in alternativa, a occupare il trono di Uomini e donne, visto che sono più fighetti trash-televisivi che atleti ed è lì che presumibilmente finiranno la carriera
- quelli che si tirano la maglia, si spintonano, si strattonano, si fanno i dispettucci, e poi corrono dall’arbitro a dire “ha cominciato lui”, li rispedirei direttamente all’asilo nido, perché evidentemente da lì non sarebbero mai dovuti uscire
- quello che faceva i minuetti attorno al pallone era stucchevole anzichenò (glielo ha detto anche Donadoni)
- gli spagnoli erano tutti incredibilmente bassi: sembrava una partita contro i pulcini
- per fortuna la partita è finita ai rigori: il portiere spagnolo è un gran bel pezzo di figliuolo

Dichiarazione post-partita di F.: "per fortuna siamo usciti, un’altra partita con te non l’avrei retta".
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giovedì, 29 maggio 2008

(tanto lo sapete, che vi tocca)

Ebbene, sabato si sono sposati e noi c’eravamo.
F. a dire il vero c’era dal venerdì perché testimone e migliore amico dello sposo.
Io, che venerdì mattina lavoravo pagata poco e venerdì pomeriggio lavoravo non pagata (allo stage), dovevo raggiungere il lieto evento sabato stesso in treno.
Or dunque.
Venerdì sera rientro a casa con i mezzi pubblici, che già a Roma sono un’odissea ma che per me (privata dell’auto anche solo per raggiungere la stazione del trenino) sono stati un’odissea al cubo. Rientro a casa alle nove e un quarto di sera, dopo sei ore di call center, cinque ore di correzione bozze, tre ore di spostamenti assortiti tra metro, autobus e gambibus (la fermata più vicina a casa mia è a quasi due chilometri). Distrutta. Mangio qualcosa (avendo nello stomaco solo il caffè della colazione). Sistemo un po’ la casa devastata dall’incuria di giorni. Predispongo tutto il necessario per il gatto che passerà (beato lui) un fine settimana in solitaria. Mi accingo a preparare una micro-valigia per il viaggio. Il mio abito e le scarpe li ha già presi F. in auto, a me restano solo poche cose, il beauty e gli access- … Oh, cavolo. [Al momento in cui questo avviene, sono circa le 23:00]. La borsetta. Non ho una borsetta per il matrimonio. Non ho nessuna di quelle cavolo di minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni. Mi concedo un attacco di maledizioni e isteria. Giunge a fagiuòlo un incauto sms di F. che chiede come va. Rispondo astiosamente che non ho la borsetta, che non ho nessuna di quelle cavolo di minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni, che non ci ho nemmeno pensato, alla borsetta, che io ho altre cose da fare che non pensare a cag*** del genere. Valuto un gesto anarchico, tipo presentarmi con lo shopper di Hello Kitty. Boccio l’idea. Valuto la Kipling viola. C’è il pupazzetto della scimmietta attaccata ma è la meno peggio che ho, al momento. Al limite, chiederò in albergo se dispongono di una tenaglia per staccare l’anello metallico con la scimmietta. Riprendo le maledizioni e faccio il beauty. Realizzo di avere tre mascara, due neri e uno blu, e che tre su tre sono esauriti. Lo spazzolino è irto e duro e secco. Li provo tutti e tre. Le ciglia vengono con effetto gratin. I tre mascara vengono sfrombolati con rabbia nell’immondizia. Refrain delle maledizioni di cui sopra. Devo stirare il maglino bianco che indosserò sopra al vestito. Asse da stiro. Ferro da stiro. Maledizioni assortite. S’è fatta mezzanotte. Il maglino non collabora e viene stirato da schifo. Pazienza. Lo infilzo in una gruccia e vado a dormire. La sveglia suona dopo circa un secondo che ho chiuso gli occhi. Almeno sembra. Scopro che nottetempo il maglino è caduto dalla gruccia (maledetto) ed è tutto stropicciato come prima. Lo infilo nella borsa (maledetto). Esco di casa con la borsa, la borsetta Kipling viola con la scimmietta, un enorme sacco di spazzatura che deposito nel primo cassonetto. Cammino alla volta dell’autobus che mi sfila davanti a cinquanta metri dalla fermata. Maledizioni. Incautamente F. chiama per sapere come va. Lo aggredisco. Nel mentre, passa un autobus dalla parte opposta. Corro (sudo), corro (sudo), e lo agguanto al volo. Non va verso Roma, ma verso la stazione del trenino. Prendo dunque il trenino. Scendo a Magliana e prendo la metro. Arrivo a Termini e prendo il biglietto per il primo Eurostar per Firenze (maledetto: mi costa una giornata di stipendio, maledetti tutti). Mi fiondo da Sephora e compro un mascara. Per un attacco di nevrosi, agguanto anche un fantastico ombretto perlato (avrò almeno un ombretto nuovo, maledetti tutti). Mi fiondo da Sisley e compro una di quelle minuscole stupide insulse borsette che si usano ai matrimoni. Mi fiondo sul treno. Mi addormento (secca) e mi sveglio cinque minuti prima di Firenze. Attraverso tutta Santa Maria Novella di corsa per prendere il regionale che parte all’ultimo secondo mentre io arrivo sul binario. Una scena da film, dice un tizio accanto a me. Che sia maledetto anche tu, va’. Aspetto il regionale successivo. Arrivo a destinazione dopo cinque ore e un quarto complessive di viaggio. Doccia, capelli, vestizione e trucco nel tempo record di quaranta minuti. Il rossetto lo metto in auto mentre F. guida alla forsennata per le colline toscane. Sembra che il rossetto mi sia esploso sulle labbra, ma pazienza. Se non la borsetta, sarà anarchico il maquillage. Arriviamo in chiesa. Baci allo sposo. Baci agli amici. Ci sediamo all’interno. Realizzo di essere mortalmente stanca, già annoiata e con il primo accenno di disgusto. Arriva lo sposa. Ha l’abito bianco. Ha il v-e-l-o. Il disgusto si impenna. Un’amica accanto a me si commuove. Si asciuga la lacrima. Io mi concentro moltissimo sul mio sorriso perché un tizio fastidioso ci riprende con la videocamera. Rischio la paralisi facciale. L’amica insiste: io ai matrimoni mi commuovo sempre, dice. Non vedo l’ora che arrivi il mio, aggiunge. (L’amica si sposa l’anno prossimo a fine maggio: dovrebbe essere l’ultimo che ci tocca. Dopodiché, o gli amici restanti desistono, o io non voglio più amici). Annuisco con aria ehm: tenera? (mi tradisce, forse, l’occhio iniettato di sangue). Comincia la funzione. Mi lascio scivolare addosso tutto. Non mi riesce di pronunciare nemmeno un amen. Mi guardo attorno, sono tutti annoiati e distanti (tranne l’amica accanto a me che piange, ma pensando al suo matrimonio prossimo venturo). Un bambino funesta il rito facendo riecheggiare la vocina stridula nella navata. Per tutta la funzione. Il papà non ritiene necessario portarlo all’esterno: del resto, il sacerdote ha il microfono. Al momento dell’alleluia, la sorella dello sposo intona il brano di Leonard Cohen. L’amica accanto a me ha un moto di stizza: anche lei aveva pensato alla stessa canzone, dice, ora non potrà più usarla. Beh, rispondo io, l’hanno usata anche in Shrek e in Dr. House, penso proprio che possa usarla tranquillamente anche tu. L’amica non capisce. Ha gli occhi lucidi. Stringe la mano del futuro sposo, che mantiene un’aria scettica. Si giunge al dunque. In ricchezza e in povertà. In salute e in malattia. (Penso alla notte che F. ha trascorso fuori da una sala operatoria, penso a quello che mi ha raccontato, al chirurgo che è uscito grondante di sudore con il camice sporco di sangue, del mio sangue, e che si è seduto accanto a lui nel silenzio di un corridoio deserto chiedendogli con un gesto della mano un momento prima di parlare). (Penso a quanto deve essere stato assurdo, un ragazzo e un chirurgo sporco di sangue seduti in un corridoio deserto, in silenzio, alle cinque del mattino). (F. si gira a guardarmi). (Sono certa che stiamo pensando la stessa cosa). Il mio pensiero viene interrotto da un applauso che mi appare orrendamente incongruo. Manca solo Simona Ventura con la lavagnàtta. Si dà lettura del codice civile e dell’atto al termine del quale viene reso noto che gli sposi hanno scelto la separazione dei beni. In ricchezza e povertà, già. A sorpresa, il sacerdote legge la benedizione papale che è spuntata da chissà dove e a cura di chissà chi. Tra me e me penso che la rinfaccerà alla sposa da qui all’eternità alla sua prima sfuriata ideologica contro il Vaticano. Segue ricevimento maestoso e triste. Gli ospiti litigano come un branco di affamati davanti al buffet. Anche gli sposi non appaiono particolarmente gioiosi o emozionati. E’ come se fosse una enorme, dovuta formalità. Una zanzara mi brutalizza un polpaccio. Finisce abbastanza presto. Rientriamo in albergo. Io ho addosso una inspiegabile amarezza. Penso che vorrei saper essere più superficiale, non prendermela tanto per le questioni di principio. Poi penso che le questioni di principio sono quello che ci resta, comunque vadano le cose. Io e F. ci addormentiamo abbracciati. Non basta un anello al dito per essere una famiglia. Non serve una tartina al caviale per sapere di esserlo.
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sabato, 15 marzo 2008

Una bottiglia di spumante a sorpresa per festeggiare una buona notizia ancora in forse, molto in forse. Talmente in forse che ancora non c’è nulla. E io al solito faccio un passo indietro, e dico “aspettiamo”.

“Non fa niente amò, anche se non se ne fa nulla è un raggio di sole nel temporale, e quindi che fai, se c’è un raggio di sole non te lo prendi perché hai paura che ricominci a piovere?” *

(*) immaginatela pronunciata con il meraviglioso accento campano

Dicono che il vero amore è senza motivo.
Ma tu di motivi per amarti me ne dai continuamente.
Continuamente.
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martedì, 04 marzo 2008

Io odio i matrimoni.
Odierei anche il mio, credo, ragion per cui io e F. non siamo sposati.
A tratti progettiamo un blitz in Comune ma temiamo di incorrere in una crisi familiare senza precedenti. A tratti ci diciamo che va bene così. A tratti attendiamo ancora speranzosi la legge sui Di.Co.
Per il momento il nostro matrimonio l’abbiamo evitato.
Impossibile invece è evitare il matrimonio degli amici.
L’età avanza: stanno cedendo tutti.
A maggio (che originali) si sposa il miglior amico di F. a cui F. stesso farà da testimone.
Economicamente, l’evento per noi è assimilabile al crollo di Wall Street.
Emotivamente, almeno per me, ci sarà anche il travaso di bile perché l’evento si svolgerà in chiesa per ragioni che spaziano dalla scenografia al non deludere i genitori, ma che nulla hanno a che vedere con il benché minimo sentimento religioso. Anzi, la sposa millanta da sempre una militanza laica e comunista con punte sconcertanti di attivismo. E tuttavia, di fronte all’abito bianco e alle lacrime di mammà, cosa vuoi che sia un’idea.
Non potendo evitare il disgusto, cercherò di evitare almeno il collasso finanziario, ragion per cui il mio vestito sarà tassativamente quello indossato l’anno scorso al matrimonio di mia sorella (un altro evento che, dopo mesi di isteria familiare su questioni rilevantissime come il categorico divieto di suonare la chitarra in chiesa perché poco chic o la difficoltà di abbinare l’ombretto della sposa al colore dominante del bouquet, mi ha provocato un dolore immenso e una ferita che ancora stenta a richiudersi, nonostante tutta la mia buona volontà per metterci una pietra sopra e non pensarci più).
Ecco: il vestito l’ho provato oggi. Non è esploso. Ci sto ancora dentro e addirittura si chiude la zip sul fianco. Però segna. Sul fianco. Ahi, se segna. Ma me lo rimetto, porco mondo, a costo di digiunare da qui all’eternità. E ora, insalata. Scondita. Zut.
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lunedì, 25 febbraio 2008

La mia prima prima è stata Camilla, una roccia.
Poi è stata sostituita dalla bella Lucrezia che è rimasta a Bologna.
Ma Ludovica resterà sempre indimenticabile.
Una fallita, è vero: ma ha affrontato almeno sei traslochi e ci ha portato fino a Praga.
Da oggi c’è
Céline.
E sì, siamo ufficialmente sul lastrico.
(Chi ce l'ha fatto fare? Il miraggio del gpl. Son cose.)
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lunedì, 21 gennaio 2008

La nostra domenica, ahimè, sportiva.

F: "Amò amò, non cambiare canale che devo ancora vedere i gol della Roma"
io: "(grunt)"
F: "Uffa quante chiacchiere... c'è perfino Tardelli, chiacchiera sempre, non lo sopporto"
io: "Guarda che quello non è Tardelli"
F: "Ma sì che è Tardelli"
io: "Ma no, scherzi? Tardelli è... beh, non è così, è diverso"
F: "Macché! E' Tardelli, è sempre in tv a fare il commentatore"
io: "Sì, ma quello non è Tardelli"
F: "Amò, fidati, è Tardelli"
io: "Ti dico di no. Tanto per cominciare Tardelli ha i capelli lunghi e castani"
F: "Perché tu te lo ricordi nella corsa e tutto. Adesso Tardelli è così. E' invecchiato ma è Tardelli"
io: "Ma non può essere Tardelli quello! Ti sbagli, sono sicura"

[dalla tv: Ecco, tu cosa ne pensi, Spillo?]

F (trionfante): "Ecco! Vedi! Spillo!!"
io: "... Altobelli?"
F (nonchalant): "Infatti! Altobelli! Perché dicevi Tardelli, amò?"
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sabato, 12 gennaio 2008

Ieri sera, mentre mi addormentavo sulla visione distratta di Shakespeare in Love in seconda serata, un enorme, ripugnante, mostruoso insetto - tipo ragno peloso - si levava in volo dal soffitto della stanza e planava ronzando addosso a me. E’ stato solo dopo svariati minuti di terrore (dopo essermi buttata giù dal letto gridando, dopo aver acceso la luce, dopo aver saltato qua e là per la stanza scuotendomi i capelli a testa in giù, dopo aver ispezionato istericamente il pigiama) che ho realizzato che il film era quasi finito e che, evidentemente, stavo sognando.
(Supernatural a me fa male).
(E’ indubbio).
(F. è un uomo con tanta pazienza).
(Anche questo è indubbio).
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lunedì, 07 gennaio 2008

E’ innegabile che oltre alle questioni legate alle cose-che-devono-accadere, molto della nostra eventuale permanenza a Roma dipenderà dal nostro essere in grado o meno di comprare una casa. Cioè, un appartamento. Ntino. Un bilocale. Piccolo. In condominio. Fuori città. Ecco.
Bene: con la cifra che potremmo avere a disposizione (non che abbiamo, no: che potremmo avere disposizione prostituendoci con la banca per trenta-quarant’anni e sudando sangue ogni mese per pagare la rata), su professionecasa.it saltano fuori:
- un box auto
- una mansarda alla Borghesiana
- uno sgabuzzino a Finocchio

Son cose.
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domenica, 06 gennaio 2008

Poiché quest’anno è l’anno.
L’anno in cui si deciderà che fare di noi.
Partire (tornare) o restare.
Quest’anno è l’anno.
L’anno passato è stato quello della fuga: da un lavoro orrendo, il lavoro in banca tanto agognato da una intera generazione oltre che da mamma e papà, ma che mi stava uccidendo (e non in modo violento, no; ma in modo subdolo, come solo sanno le morti grigie; quelle dove grazie al cielo il lavoro non ti uccide facendoti precipitare nel vuoto da una impalcatura o facendoti esplodere addosso una macchina infernale, ma piano piano ti rende una persona che non pensa più perché non le è richiesto di pensare, e che tiene la testa bassa perché tutti attorno lo fanno, e ti sussurrano quasi con spavento che è meglio così) (non so se sarei mai diventata davvero una non persona non pensante, ma il rischio c’era, e non ero disposta a correrlo).
L’anno passato è stato quello delle nuove cose e delle tante speranze.
Quest’anno deve essere l’anno in cui le cose accadono.
Questo posto deve essere il posto dove le cose accadono.
Altrimenti non ha senso restare.
Ho sempre pensato che se non si può andare avanti non è disdicevole tornare indietro.
Perché alla fine, indietro non si torna mai.
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