lunedì, 05 maggio 2008

Stavo facendo un giro per i blog amici, collegamento umts permettendo.
E ho scoperto, grazie a Atipica, di essere finita qui.

Dunque io sono precaria perché la mia mente è
(copio e incollo):
• statica
• ferma nelle proprie posizioni
• predisposta a richiedere prima diritti di lavoro che a dimostrare le proprie competenze
• poco predisposta a considerare il proprio stipendio in funzione degli obiettivi da raggiungere
• solitamente convinta di saper fare solo perché conosce la teoria

Mi pare di capire che dietro alla brillante classifica ci sia la persona che tempo fa mi scrisse che ragionavo da precaria perché non avevo assecondato la mentalità (parole mie) mafiosetta e leccaculista dei miei referenti in ufficio. Non mi ha mai spiegato perché. Anzi io ritengo che se mi fossi comportata a quel modo (non professionale, puramente compiacente) sarei stata una precaria patetica che cercava di ingraziarsi penosamente i superiori. Ma si vede che ragiono male io, con la mia mente statica e ferma nelle mie posizioni.

Mi sembrava anche che, a leggermi, si capisse che mi piace lavorare bene, (a volte penso: stupidamente), anche quando molti attorno a me non lo fanno, anche quando non faccio il lavoro per il quale ho studiato e che vorrei diventasse il lavoro della vita.

Sulla questione delle competenze mi sfugge una risata isterica: ho lavorato a progetto per un anno e mezzo dodici ore al giorno a ottocento euro al mese, con un contratto rinnovato di tre mesi in tre mesi, e nonostante la melliflua titolare mi esaltasse nei suoi discorsi alle truppe come la colonna portante dell’azienda, quando (ribadisco: dopo un anno e mezzo di troppo lavoro malpagato) ho chiesto di più del misero contratto che avevo, ha preferito di gran lunga lasciarmi andare e rimpiazzarmi dall’oggi al domani con una ragazza nuova reclutata in quattro e quattr’otto con un annuncio sul web.

Per dire che quel “Hai le competenze per fare un determinato lavoro, e le dimostri? Allora sei assunta, con tutti i diritti normali di lavoro” è davvero, davvero una splendida favoletta a cui pensavo non credesse più nessuno. Se mi si indica la strada, ci vengo anche io nell’isola che non c’è.

La questione dello stipendio si commenta da sola: chi viene pagato in funzione degli obiettivi normalmente viene pagato molto bene. A noi danno un tot (poco) all’ora, e che lavori bene o male non c’è differenza, perché non importa a nessuno.

Forse questo non è chiaro: che non importa a nessuno.
O meglio: se lavori bene non importa a nessuno.
Se lavori male, ovviamente, si incazzano.

Il mio attuale lavoro nel mio progetto di vita ha la funzione di coprire l’affitto. Nonostante questo, ho proposto procedure nuove, basate sull’esperienza in altre aziende simili, e ho persino riscritto tutte le email in inglese che prima del mio intervento assolutamente volontario e gratuito erano tradotte in un inglese fantozziano. Le mie referenti sono state molto soddisfatte e lo vedo, lo percepisco, che sono contente di me, tanto che mi hanno affidato fin troppo presto, rispetto agli standard, altre mansioni. (Mi chiedo tra l’altro, se avessi scritto più spesso quelle belle osservazioni autoincensanti sarei stata considerata più flessibile e meno precaria?) (affascinante quesito).
E la loro stima è l’unica cosa che mi rattrista al pensiero che tra qualche settimana al massimo darò le dimissioni perché ho avuto una proposta migliore, veramente flessibile e (toh!) pagata bene e ancor meglio a seconda degli obiettivi raggiunti.

A loro, alle mie referenti, probabilmente dispiacerà vedermi andare via.
Me l’hanno già detto, un po’ scherzando e un po’ no, dopo la discussione della tesi.
Ma il fatto è: al di là di loro, non importa a nessuno.
Non importa a chi comanda, a chi paga, a chi deve portare a casa il profitto.
A quella persona, come a tante altre persone in Italia, importa solo guadagnare tanto e spendere il meno possibile, pagare le persone un tot (poco) all’ora e non averle sul groppone quando si ammalano o partoriscono.

Tutto qua.

Già Atipica aveva notato l’ottima compagnia.
Io mi chiedo cosa ho fatto per meritare addirittura di essere nella stessa lista di Riccardo Marassi.
O cosa ha combinato lui per finire accanto a me.

Mah.
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lunedì, 21 aprile 2008

Dico: come mai siamo al 21 del mese e lo stipendio che deve essere versato entro il 15 non c’è ancora?
Dice: ah sai, su* in amministrazione si sono sbagliati, non avevano capito che il vostro contratto è stato prorogato…
Dico: ma come? il contratto è stato prorogato già alla fine di febbraio!
Dice: sì, ma loro pensavano che il rapporto si fosse interrotto alla fine di marzo, quindi non hanno disposto il bonifico...
Dico: come “quindi”? perché, se anche fossimo stati licenziati, non avremmo avuto comunque diritto allo stipendio dell’ultimo mese di lavoro?
Dice: certo, ma sai, si sono sbagliati e si scusano...
Dico: ma il foglio presenze di marzo l’hanno ricevuto no?
Dice: sì, infatti, si sono sbagliati e si scusano.

Penso e non dico: che le scuse possono infilarsele dove meglio credono; che eventualmente dovrebbero scusarsi anche con il mio padrone di casa al quale non ho ancora pagato l’affitto; che evidentemente a lavorare ci andiamo solo noi miseri collaboratori, mentre in amministrazione giocano a freccette; che è una gioia sapere che l’intero mio stipendio mensile più una parte di quello di F. andrà versato immediatamente (e con tante scuse per il ritardo) a qualcuno che probabilmente non dovrà nemmeno più pagare cento euro di Ici all’anno; che però non devo preoccuparmi, perché da martedì scorso l’Italia si è rialzata, sulla terra scorrono latte e miele, e i bancomat sputano soldi a volontà.

(*) l’amministrazione è a Bergamo: avranno cominciato la secessione?
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martedì, 11 marzo 2008

C’è una differenza sottile, alle volte.
L’ho pensato oggi mentre al lavoro assistevo (con un orecchio e un lato del cervello) al richiamo che una delle referenti ha fatto pubblicamente a una collega, che è inciampata un paio di volte sulla stessa procedura e purtroppo, invece di farsi venire un dubbio e magari chiedere, ha fatto sua sponte una telefonata al cliente dicendo cose sbagliate. Reportizzandole, persino. Fatto grave, in un servizio clienti di una grande azienda. La collega redarguita si è difesa rivoltandosi come una vipera. Ha detto che lei in altri posti di lavoro ha raggiunto ottimi risultati. Che quella cosa lì lei non la sapeva. Che non glielo aveva detto nessuno. Che qui evidentemente manca la formazione. Che non è colpa sua, che lei mica è scema, lei è intelligente, lei è laureata. La referente ha ribattuto colpo su colpo con una classe che le invidio. La collega redarguita si è arresa con malcelato malcontento. Per il resto della mattinata, il mio orecchio e quel lato del cervello che è logisticamente rivolto verso la sua postazione, è stato ammorbato dai suoi sibili velenosi. Ecco, il fatto è. I call center sono normalmente dei posti brutti e brutali. In tutti i sensi. Anche a me è capitato di difendermi. Con le unghie e con i denti. Anche perché la maggior parte delle volte i superiori sono spocchiosi uomini / isteriche donne tra i trenta e i quaranta che oscillano tra l’ebbrezza per il ruolo di capitale importanza che qualcuno li ha convinti di ricoprire e l’invidia, a scelta, per la tua istruzione, per la tua abilità al pc, per la tua giovine età, a volte addirittura per il tuo aspetto. Spesso per tutte queste cose insieme. I call center sono il festival dell’umiliazione. Uno dei pochi luoghi di lavoro in cui puoi essere ripresa con una scenata di fronte a decine e decine di persone compresenti, come in piazza. Uno dei pochi luoghi di lavoro in cui puoi essere rimproverata per qualcosa e per il suo esatto contrario, nello stesso momento o a distanza di tempo, dallo stesso superiore o da un altro. Capirete quante sono le combinazioni possibili. E quindi bisogna sapersi difendere, assolutamente. Ma la prima regola del sapersi difendere è sbagliare il meno possibile. Essere scrupolosi, attenti, mettersi un dubbio in più piuttosto che uno in meno. E la seconda regola, quando si sbaglia, è ammetterlo. Inutile l’arrampicata sullo specchio. Pessima idea, poi, l’ostentazione di sdegno. La brutta scena di oggi mi ha fatto pensare. Perché mi rendo conto che, rispetto a qualche anno fa, io al lavoro sono diventata tremenda. Di fronte alle ingiustizie ruggisco. Se tutto questo orribile precariato è servito o servirà a qualcosa, quel qualcosa sarà la corazza. Eppure io oggi non avrei agito così. E, se mi perdonate la citazione così immensamente colta, mi è tornato in mente il magnifico I’m a rebel, you’re an idiot del personaggio cui devo il mio nick.
Eh sì: c’è una differenza sottile, alle volte.
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mercoledì, 20 febbraio 2008

Sono incredibilmente stanca e non c’è più Desperate Housewives.
Che cavolo di mercoledì sera.

Volevo quasi scrivere una considerazione positiva sul lavoro (soprattutto perché la tesi langue e alla tutor ho scritto, né più né meno, che purtroppo ho un affitto da pagare), perché nei giorni scorsi alcuni ragazzi tra le new entries sono stati scartati al termine della settimana di prova: e io ho pensato che quello del customer care è uno sporco, orrendo lavoro, ma evidentemente bisogna anche saperlo fare, ed evidentemente io so farlo. Il che, in mezzo a questo nulla, è almeno qualcosa.

Poi oggi è successo che.
E’ arrivato un fax che non si poteva gestire così com’era.
E io ho chiamato il cliente che si è affrettato a inviare un secondo fax con i dati mancanti.
E io ho chiesto al responsabile se potevamo vederlo subito, questo secondo fax, e gestire la pratica, ma mi è stato risposto che no, il cliente poteva aspettare domani, chissene.
Solo che a un certo punto è venuto fuori, del tutto casualmente, che il cliente aveva indirizzato il primo fax non al servizio assistenza, ma alla pregiatissima signora Pincopallo, e io ho aggiunto con estrema inconsapevolezza che in effetti anche durante la telefonata il cliente aveva accennato a questa persona a me sconosciuta.
E le mie responsabili si sono gelate.
E c’è stato un summit attorno al mio pc.
E mi hanno detto, ma come, non sai chi è la signora Pincopallo?
No, ho risposto io, serafica.
Ma come, hanno incalzato loro: è la supermegadirettricegalattica della supermegagalattica Società per cui lavoriamo.
Ah, ho fatto io: quindi adesso possiamo vederlo, questo secondo fax?
Il fax l’abbiamo visto; non era gestibile; s’è fatta la telefonata al Grande Capo; s’è gestito in tutta fretta e mi si è raccomandato di contattare il cliente di persona, invece di inviare l’sms di conferma che inviamo a tutti i clienti.
Ho eseguito, con una punta di disgusto.
Poco prima della mia telefonata, la responsabile mi ha chiesto se potevo, con grande discrezione, chiedere al cliente come mai avesse scritto direttamente alla signora Pincopallo.

E io ho detto no, questo non lo faccio: mi fanno schifo le persone che vantano amicizie più o meno altolocate per ottenere delle scorciatoie. Per quel che mi riguarda, poteva scrivere anche al pregiatissimo papa e firmarsi Ratzinger Junior. Io lo avrei gestito in ogni caso al meglio delle mie possibilità secondo procedura.

Le responsabili mi hanno guardato non contente.
E io ho capito, con meravigliosa chiarezza, perché non arriverò mai da nessuna parte nella vita.
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venerdì, 01 febbraio 2008

Ecco, oggi non sono andata al lavoro perché mentre ero in auto alle sette del mattino lo stomaco ha deciso che voleva tassativamente incontrarsi con il buscopan. Dietrofront, telefonata per avvisare al lavoro, buscopan, telefonata per avvisare l'agenzia del lavoro, buscopan. Non è questa gran cosa: non devo farmi fare il certificato, non devo inviare fax, non devo spedire raccomandate, perché il mio contratto non prevede malattia. Non vado, non mi pagano. Oggi perdo sei per seivirgolazerotre uguale trentasei euro e diciotto centesimi di stipendio. Poco male, certo. Poco male ora perché ho trent'anni e tutto sommato sto bene. Però a ottobre ho fatto dieci giorni di ospedale e svariate settimane di convalescenza con un contratto che egualmente non prevedeva malattia. Se non ci fossero stati i miei ad aiutarci con l'affitto, non so come avremmo sbarcato il lunario, io e F. Questo per dire che poi sentirsi dare dei bamboccioni fa iniettare gli occhi di sangue. Ma più che altro, in questo momento, anche grazie alla benefica cassa (*) provocata dal buscopan (mille volte benedetto!), ripenso a quanto scritto da Thumper sulle ferie (queste sconosciute), leggo questo breve post di Giulia sui permessi per problemi di cuore (sì, addirittura), e mi chiedo se noi precari siamo meno esseri umani degli altri.

(*) cassa è gergo bolognese; m'è venuto così.
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lunedì, 28 gennaio 2008

Bene, primo giorno di lavoro vero dopo la bizzarra formazione con Miss Deissi.
(Avete mai provato a farvi spiegare procedure nuove, applicativi nuovi, flussi di gestione nuovi su un cliente totalmente nuovo da qualcuno che spiega dicendo “adesso verifichiamo questa cosa qui guardando lì e da quel dato capiamo che non è andata così come vedevamo di qua mentre di là utilizziamo quell’altra funzione per vedere cosa aveva prima di questo”)??

Sveglia alle sei perché il turno comincia alle sette e trenta. Ebbene sì.
Esco senza nemmeno un caffè in corpo perché ho paura di fare tardi.
Spettacolare alba con cielo striato di rosa e viola adornato dei pini nerissimi in controluce.
E’ bello. Ho un sonno boia ma è oggettivamente bello e rincuorante.
Traffico, nonostante l’ora. Anche questo a suo modo è rincuorante.
Arrivo con moderato ma calcolato anticipo che tanto bene si destinerebbe a cappuccino e cornetto e all’acquisto di una bottiglietta d’acqua per la mattinata.
Il bar dietro il Palazzo dei Congressi, alle sette e venti di un lunedì mattina lavorativo, è chiuso. Considerazioni assortite sul senso degli affari del barista in questione. Mi rassegno a passare la mattinata completamente digiuna e, quel che è peggio, senza acqua.

Entro al lavoro e scopro che passeremo un’altra mattinata con Miss Deissi.
(“allora quando c’hai questo dobbiamo contare quelli che restano dopo quella data e sommarli, poi facciamo la differenza con il dato che ci manda il cliente e che vediamo lì e verifichiamo naturalmente il saldo di là”)
(credete forse che il tutto si accompagni a un rapido passaggio del mouse, a un dito puntato verso lo schermo, o anche solo a un gesto tipo quando si mimano i titoli dei film?)
(credete male)

Esco alle tredici e trenta affamata, stanca, sconvolta e con una lente a contatto che mi brutalizza l’occhio.
Pit stop al giesse.
Pranzo leggerissimo.
Sonnissimo.
Decido irrevocabilmente, con perentoria fermezza e in pieno possesso delle mie capacità mentali, che un mars delight me lo merito proprio.
Oh, beh.
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giovedì, 24 gennaio 2008

Non è che sia questo granché, intendiamoci. Però.
Da tre giorni pendolarizzo ogni mattina verso l’Eur per questo nuovo part time.
E non è male. Miseria, per una volta, sembra che non sia male.
Il posto è piccolo (e quindi non alienante); è luminoso (che non si direbbe fondamentale: ma provate voi a lavorare otto ore al giorno in uno stanzone, pardon, open space, senza finestre e quindi senza aria o luce naturale), con grandi finestre da cui si intravede del verde (del verde, del verde: delle piantine vive, non del cemento); è pulito, con il pavimento in parquet, con postazioni nuove con pc nuovi con monitor nuovi. E’ un posto che sembra abitato da persone, e non da alienati, disperati, schiavizzati esseri non pensanti. Persone che parlano, collaborano, ridono addirittura. Persone che ci hanno accolto con gentilezza, che ci stanno seguendo con pazienza ed entusiasmo. Miseria: persone entusiaste del lavoro che svolgono.

A tratti mi preoccupo, perché forse siamo ormai così preparati al peggio da scambiare il meno peggio per il meglio.

E tuttavia, ieri, tornando dalla traversata di Roma che ho dovuto compiere per firmare il contratto, pensando che avevo addirittura scelto dove destinare il tfr (il tiefferre, non so se mi spiego!), pensando che almeno per qualche mese avrò un impiego non umiliante che mi permetterà di coprire l’affitto mentre scrivo la tesi, guardavo Roma scorrere fuori dai finestrini dell’autobus, immersa nella sua straordinaria luce dorata, e pensavo che c’è speranza. C’è, c’è.
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domenica, 07 ottobre 2007

(a proposito della manifestazione, qualche foto)







(le altre, qui)
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sabato, 22 settembre 2007

A volte il lavoro è flessibile anche per i datori di.
Nell’azienducola in outsourcing in cui lavoro s’è perso l’appalto con la società A.
Pare. Un amico che lavora come ufficio stampa nel mondo sindacale si è stupito al pensiero di quanto evidentemente lavorassimo male, per arrivare a perdere un appalto con una società che, privatizzata o meno, è ancora profondamente monopolistica e statale nell’impostazione.
Tant’è. Ieri ero in turno e (in attesa di cominciare la formazione per un altro orrido servizio in outsourcing per non so quale banca) sono stata messa a fare ricerche di numeri di telefono sulle pagine bianche, a partire da uno sconfinato file excel di cognome nome e indirizzo, diviso per regioni. Cerco di prenderla con un minimo di spirito. Il destino mi riserva la Campania. Il primo nominativo abita a Napoli in via Gemito. Mi rivolgo alla collega che mi sta facendo formazione sulla delicata attività e dico: “Beh, almeno cominciamo con un indirizzo letterario, magari è un buon segno”. Mi guarda con occhi vitrei. “Via Gemito, dico”. Espressione assente, come si addice probabilmente a un lavoratore talmente precario da aver perso perfino un servizio in outsourcing. “Via Gemito, è il titolo di un libro di Starnone”. “Ah”, fa lei. Tace. Taccio.
Mi mostra la complicata maschera di ricerca delle pagine bianche.
Fingo di ascoltare.
Fingo di non avere una laurea.
Fingo di non essere lì.
Con il secondo nominativo, sempre a Napoli, pagine bianche trova 168 utenti. Nessuno però all’indirizzo del file. La collega mi spiega che le indicazioni sono di prendere nota del numero di telefono anche se l’indirizzo non corrisponde perché è possibile che il cliente si sia trasferito. Faccio presente che potrebbero tranquillamente essere, dato il cognome e il nome estremamente comuni, 168 omonimi, e che comunque non c'è nessun criterio per stabilire quale numero di telefono scegliere tra i tanti. La collega mi riferisce che in questo caso l’indicazione è quella di riportare il numero di telefono relativo all’indirizzo più vicino perché è possibile che si tratti di parenti. Evidentemente il concetto di omonimia non attacca.
Mi arrendo.
Eseguo le indicazioni.
Il lavoro nobilita l'uomo.
Già.
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venerdì, 21 settembre 2007

[comunicazione di servizio]

Per solidarietà verso 914 dipendenti Vodafone VENDUTI ad altra società SABATO 22 SETTEMBRE alle 16:30 spegni il cellulare per dieci minuti.

[e, se puoi, passaparola]
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